Una vera e propria campagna di scouting che parte dai rioni e si riversa sui social network, quella avviata da diverso tempo dal clan De Micco, l’organizzazione che detiene il controllo del quartiere Ponticelli e che continua ad estendere e ampliare il suo raggio d’azione anche ai comuni limitrofi. Un clan che preserva un cognome seppure, allo stato attuale, a impartire strategie, ordini e direttive siano soggetti estranei alla famiglia dei boss Marco, Luigi e Salvatore, fondatori del clan De Micco, attualmente detenuti e che per un breve periodo hanno provato a “portare avanti il cognome” affidando la reggenza del clan a uno dei due fratelli a piede libero, ma che poi si sono visti costretti a capitolare al cospetto della caratura criminale degli affiliati scarcerati di recente che, seppure fedelissimi del clan, possiedono le credenziali per costituire una fazione autonoma, complici una serie di parentele che rinsaldano i rapporti con i D’Amico-Mazzarella e si rivelano capaci di proiettare gli interessi criminali del clan ben oltre i confini di Ponticelli.
Seppure i boss detenuti stiano ancora impartendo ordini e continuino ad esercitare un notevole potere criminale, malgrado la reclusione, è palpabile la consapevolezza che sul clan De Micco potrebbero scorrere i titoli di coda, qualora gli attuali reggenti dovessero prendere il sopravvento, proprio per effetto delle parentele che rinsaldano i legami con i D’Amico-Mazzarella. Uno scenario ridimensionato dai recenti risvolti giudiziari che hanno portato all’assoluzione con formula piena per Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli, accusati del duplice omicidio di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, avvenuto nel 2013. Lo scorso anno sono andati incontro allo stesso destino anche gli affiliati al clan, accusati di aver partecipato a vario titolo all’omicidio di Carmine D’Onofrio, il figlio naturale del boss antagonista Giuseppe De Luca Bossa, freddato nell’ottobre del 2021, nei pressi della sua abitazione, dinanzi agli occhi attoniti della compagna all’ottavo mese di gravidanza, a pochi metri dalla casa del boss Marco De Micco dove, appena una settimana prima, un ordigno era esploso nel cortile dove poco prima la figlia del boss stava giocando insieme ai cugini. Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile e della DDA di Napoli, sarebbe stato proprio Carmine D’Onofrio a lanciare quella bomba oltre il cancello di casa del boss, nell’ambito di una delle fasi più concitate della faida tra i De Micco e i De Luca Bossa. Secondo gli avvocati difensori degli imputati, invece, al momento della deflagrazione, la cella telefonica di Carmine D’Onofrio lo collocava a casa della fidanzata, ubicata a circa 200 metri di distanza dal luogo dell’esplosione, facendo così decadere il movente. Tanto è bastato per far vacillare le accuse a carico di Marco De Micco e di Giovanni Palumbo detto ‘o piccione, Ciro Ricco alias ‘o panino, Ferdinando Viscovo detto miobabbo e Giuseppe Russo alias ‘o barbiere.
In attesa di nuovi risvolti sul fronte giudiziario, tra le strade del quartiere e dell’intere ala orientale della città, l’assetto criminale ha cambiato nettamente volto rispetto alla sera in cui la disperata corsa in ospedale si rivelò fatale per il 23enne Carmine D’Onofrio.
Malgrado il blitz che nell’ottobre del 2024 hanno fatto scattare le manette per diversi boss e gregari e che ha già portato a significative condanne al termine del processo di primo grado per numerose figure di spicco del clan, i De Micco sono riusciti rapidamente a consolidare un controllo totale del territorio, inscenando una violenta strategia del terrore e praticando estorsioni a tappeto che hanno concorso non solo a ringalluzzire le casse del clan, ma soprattutto ad assoggettare al potere criminale dei “bodo” anche i civili, come comprovano le scorribande armate da parte delle figure apicali del clan che vanno in scena tutte le sere tra le strade più frequentate dei quartieri e nei rioni dove il clan mira a esibire la sua leadership criminale.
Uno scenario da brividi che rende invivibile la quotidianità per i cittadini stanchi di vivere nella morsa della camorra e in balia delle logiche criminali. Un clima che ben descrive le velleità del clan, tutt’altro che intenzionato ad accontentarsi di spadroneggiare tra le strade del quartiere e che, forte del supporto dei D’Amico-Mazzarella, sta estendendo il suo raggio d’azione anche verso i comuni dell’entroterra vesuviano. Pollena Trocchia, Massa di Somma, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio: tutti comuni sui quali starebbe già aleggiando la bandiera dei “bodo” che tuttavia non avrebbero affatto accantonato l’intenzione di conquistare anche il comune di Volla, storico feudo del clan Veneruso-Rea. Dopo le schermaglie tra paranze di giovanissimi che altro non erano che la versione “Young” dei due clan, nell’ambito delle quali ha avuto la peggio l’innocente Fabio Ascione, i De Micco avrebbero rincarato la dose, alzando il tiro per provare a centrare l’obiettivo. Dopo l’arresto che ha fatto sfumare il piano che mirava a uccidere il giovane leader della paranza vollese, non appena avrebbe conseguito al maggiore età, i De Micco non avrebbero mai smesso di puntare alla conquista del controllo degli affari illeciti anche tra le strade del comune al confine con Ponticelli. Prima le azioni ritrosive e dimostrative, finalizzate a “punire” i giovani protagonisti di quella tumultuosa stagione di ribellione, sfociata nella morte di un ragazzo di 20 anni, estraneo alle dinamiche camorristiche, per poi passare al setaccio delle strade di Volla, a caccia della vittima sacrificale da stanare per portare a casa “quel punto” utile a consacrare la supremazia territoriale.
Diversi cittadini segnalano scorribande armate da parte dei leader della camorra locale: una scena che si starebbe ripetendo da diverse sere, tutte le sere e che di per sé concorre a legittimare la paura e l’apprensione dei civili, sempre più allarmati dal timore dello scambio di persona o del conflitto a fuoco ingaggiato tra le strade, sprezzanti della presenza di soggetti estranei alle logiche criminali.
Con le estorsioni che proseguono a pieno ritmo, le piazze di droga gestite dal clan che lavorano senza sosta e gli altri business illeciti che viaggiano a gonfie vele, le casse dei “bodo” sono abbondantemente foraggiate, garantendo quella solidità economica che accompagnata dal nutrito esercito che assicura al clan il controllo militare del territorio, consente ai De Micco di detenere una salda e solida leadership criminale, seppure a fare le veci dei fratelli De Micco, ricoprendo il ruolo odi reggenti del clan, siano semplici affiliati, non imparentati con i boss Marco e Salvatore che, dal loro canto, forti dei risvolti giudiziari maturati recente, vedono legittimate le speranze di tornare in libertà in un futuro tutt’altro che remoto.











