Non si placa la tensione nei rioni di Ponticelli, in balia delle logiche criminali. A fomentare allarmismo e timori non concorre soprattutto il piano al quale stanno lavorando i De Micco per chiudere definitivamente i conti con il gruppo di giovanissimi di Volla con i quali sono entrati in rotta di collisione da qualche tempo.
Nei mesi precedenti si sarebbero registrate numerose fibrillazioni e anche azioni violente molto eclatanti, come il sequestro di un minore legato al gruppo di Volla.
I De Micco lo avrebbero prelevato e condotto in un appartamento del rione Lotto 10 per poi liberarlo, dopo un pestaggio violento e brutale. Doveva essere una lezione, finalizzata a far capire a quei giovani che era giunto il momento di indietreggiare e, invece, in quell’escalation di violenza, ad avere la peggio è stato un ventenne estraneo agli ambienti criminali.
Il punto di non ritorno sarebbe stato sancito dall’incursione notturna dei vollesi, l’ennesima nella zona dei De Micco, la notte dello scorso 7 aprile, quando ingaggiarono un conflitto a fuoco con uno scooter a bordo del quale c’erano un minore e Francescopio Autiero, nipote di uno dei ras dei cosiddetti “bodo” e che poi poco dopo si è reso autore della scellerata azione culminata nella morte dell’innocente Fabio Ascione.
Autiero avrebbe ucciso il 20enne, estraneo alle dinamiche camorristiche, nelle fasi immediatamente successive al conflitto a fuoco con il gruppo di Volla, quando aveva trovato riparo sotto il porticato di uno dei palazzi di edilizia popolare di via Carlo Miranda, rione di residenza di Ascione che si era avvicinato a un gruppo di amici, tra quali anche Autiero, mentre stava rincasando a piedi, al termine di una serata trascorsa a lavorare al Bingo di Cercola. Autiero stava mimando la sparatoria di cui era stato protagonista poco prima maneggiando la pistola, quando sarebbe partito accidentalmente un colpo che ha centrato al petto il 20enne senza lasciargli scampo.
Seppure ad uccidere Ascione non siano stati i ragazzi di Volla, il fatto che la morte di un giovane innocente, residente in uno dei rioni simbolo del potere dei De Micco, sia ugualmente riconducibile al raid andato in scena quella sera, agli occhi del clan rappresenta l’ultimo di una lunga serie di affronti che devono essere regolati in maniera esemplare.
Secondo quanto avrebbero platealmente asserito alcune figure apicali del clan, proprio nel rione in cui è stato ucciso Fabio Ascione, il boss dei De Micco, dal carcere dove si trova attualmente recluso, avrebbe decretato la condanna a morte del giovane leader del clan di Volla, seppure si tratti di un minore. Proprio per questo motivo, il boss avrebbe ordinato ai gregari di aspettare che il giovane diventi maggiorenne per entrare in azione. A suscitare particolare allarmismo e apprensione è la consapevolezza che il giovane compirà 18 anni prossimamente.
A nulla sarebbe servita la mediazione del padre del minore che nei mesi scorsi avrebbe provveduto a far confluire nelle casse del clan una generosa donazione di cinquantamila euro, una vera e propria tassa per ipotecare l’immunità del figlio. Una donazione che ha garantito una tregua temporanea che, secondo quanto emerge nitidamente dalle conversazioni dei leader dei “bodo”, sarebbe destinata a durare poco.
A fungere da “filatore”, un insospettabile: il parente di uno dei leader dei “bodo” attualmente detenuti e tornato in libertà di recente. Sarebbe stato affidato a lui il compito di pedinare il minore per monitorare gli spostamenti per poi avvisare il commando che entrerà in azione. Un agguato già pianificato nei minimi dettagli, in sostanza. Dettagli dei quali sono a conoscenza decine di persone che quotidianamente ascoltano le conversazioni esplicite che intercorrono tra gli affiliati al clan e che senza nessun tipo di precauzione, scambiano informazioni tanto cruciali quanto surreali circa l’agguato al quale stanno lavorando per chiudere definitivamente i conti con il gruppo di Volla. Potrebbe trattarsi di una strategia voluta per depistare e quindi celare le reali intenzioni del clan o anche di un modo per imporre nuovamente omertà e connivenza dopo i fatti che si sono susseguiti dalla notte in cui Fabio Ascione è stato ucciso, fino alla settimana successiva, quando per Autiero sono scattate le manette. Le indagini dei carabinieri sono state infatti accompagnate da un pesantissimo clima di omertà, proprio perchè l’autore di quello sparo è il nipote di una figura di spicco del clan attualmente egemone a Ponticelli.
I De Micco, dal loro canto, hanno giocato un ruolo cruciale rendendosi protagonisti di un vero e proprio depistaggio finalizzato a sviare le indagini con l’intento di far ricadere la colpa sul gruppo di Volla. Quando il nome di Autiero ha iniziato a circolare con crescente insistenza, il clan ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con le parti in causa, auspicando che quel nome non venisse mai messo nero su bianco dai testimoni oculari dell’omicidio davanti agli inquirenti, ma così non è stato. Quel muro d’omertà è stato rotto dalla deposizione di due ragazzi che hanno consentito ai carabinieri di chiudere il cerchio intorno all’assassino.
Un affronto che risuona come un pugno sferrato all’orgoglio del clan che ha costruito il suo impero del male sull’omertà e una strategia del terrore che anche in questa circostanza avrebbe voluto imporre silenzio e rispetto delle regole imposte dai “bodo”.
Proprio per questo, la volontà di non celare piani e strategie criminali, potrebbe rappresentare il primo, eclatante passo verso il ripristino delle regole del clan, imponendo ai civili di ricoprire lo scomodo ruolo di persone informate su fatti gravissimi che potrebbero salvare la vita di un ragazzino. Del resto, prima dell’omicidio Ascione, nei rioni e persino nelle attività commerciali di Ponticelli, i leader del clan erano soliti confrontarsi con la stessa disinvoltura circa le strategie da attuare: dai soggetti ai quali avanzare richieste estorsive a dinamiche ben più delicate e complesse.
Emblematica anche la decisione di attendere che il giovane spenga le 18 candeline per poi entrare in azione. Uno step che non cambia niente nella sostanza e nella ferocia dell’azione delittuosa, perchè ugualmente porterà alla morte di un giovanissimo, ma che nella forma consegna al clan l’alibi di non aver assassinato un minore, rischiando di inimicarsi l’opinione pubblica e le famiglie d’onore che ancora provano a inculcare il falso mito della mafia che “non uccide donne e bambini”.
Un clima da brividi che di giorno in giorno si fa sempre più teso, a riprova di quanto forte sia il sentore che di qui a poco i De Micco entreranno in azione per eseguire quella condanna a morte decretata dal carcere e già studiata e pianificata nei minimi dettagli.











