Il pestaggio subito di recente da un giovane di Ponticelli per mano del clan De Micco rappresenterebbe a tutti gli effetti una brutale azione dimostrativa e ritrosiva, il cui movente sarebbe riconducibile a una live sui social network.
Continuano ad aggiungersi retroscena sempre più surreali e che concorrono a inasprire le ostilità tra i De Micco di Ponticelli e i giovani legati al 17enne, ritenuto a capo del gruppo di Volla che da tempo era entrato in contrasto con il clan che detiene il controllo degli affari illeciti nel quartiere. Il 17enne era finito nel mirino dei cosiddetti “Bodo” al culmine di una serie di fibrillazioni, sorte per futili motivi e poi sfociate in un tragico punto di non ritorno: l’omicidio dell’innocente Fabio Ascione.
I De Micco auspicavano di chiudere la questione definitivamente uccidendo il minorenne di Volla, non appena avrebbe compiuto 18 anni, ovvero di qui a poco, ma le manette scattate nei giorni scorsi hanno fatto saltare il piano mortale orchestrato dal clan.
Un arresto che non ha ridimensionato le intenzioni del clan che nei giorni scorsi è entrato in azione per compiere una serie di azioni tanto violente quanto eclatanti. Prima il pestaggio di alcuni giovanissimi, legali da un rapporto d’amicizia al 17enne tratto in arresto di recente. Successivamente, le figure apicali del clan hanno avanzato una richiesta estorsiva di cinquantamila euro ai loro genitori, seppure estranei alle dinamiche camorristiche. Uno scenario da brividi che scaturisce da un retroscena ancora più clamoroso.
Pochi giorni prima dell’arresto, il 17enne di Volla ha trasmesso una “live” su TikTok, una sorta di trasmissione in diretta nel corso della quale gli utenti collegati possono interagire inviando messaggi. Nella live, oltre al 17enne, compariva proprio il giovane di Ponticelli che nei giorni scorsi è stato oggetto di un violento pestaggio da parte dei “Bodo” culminato nella frattura di un braccio.
I due hanno inscenato molto di più di una semplice provocazione, lanciando un vero e proprio guanto di sfida ai De Micco che dal loro canto, nei giorni successivi hanno replicato all’affronto subito servendosi delle cattive maniere.
“E’ più infame dei De Luca Bossa, il problema a te e a loro”, scrive uno degli oltre duecento utenti collegati per assistere alla live, accostando il giovane di Ponticelli a uno dei clan operanti sul territorio, storicamente in contrasto con i De Micco. Provocazioni, frasi a doppio senso, ma esplicite, ghigni beffardi e ironici, un mix esplosivo che ha suscitato la furiosa reazione del clan, ripetutamente e ampiamente sbeffeggiato dai due ragazzi mediante uno degli strumenti di comunicazione più in voga tra i giovanissimi.
Un utente fa notare un dettaglio che aggiunge un’ulteriore suggestione al contenuto: tra gli account che assistono alla live figura anche quello del figlio di uno dei fratelli De Micco, boss fondatori dell’omonimo clan.
Nel corso della live il giovane di Ponticelli esterna un concetto che sembra rappresentare la spiegazione inequivocabile del trattamento che i De Micco gli hanno riservato nei giorni successivi: “Lo sai dove vado in freva? Sul bene di quel padre mio, altrimenti, Gesù castigami, ci sono 240 persone, tutte negative contro di noi, ma nessuno fa lo scemo con noi o toccano qualcuno della famiglia nostra, perché giuro su Dio, hanno il problema.“
Il giovane, in sostanza, fa notare all’amico che malgrado tutti gli utenti collegati manifestino avversione nei loro riguardi, indirizzando anche plateali e reiterate minacce di morte, molte delle quali sottolineano la volontà del clan di uccidere il 17enne, non appena diventerà maggiorenne. Tuttavia, nella vita reale, tra le strade del quartiere, nessuno ha osato fare del male a loro o alle loro famiglie, perché intimoriti dalla conseguenze.
“Io la faccio (la live) perché devo pariare”, rilancia il 17enne, con il chiaro intento di smentire l’ipotesi che si sia avvalso di quel mezzo di provocazione per sfidare o provocare i De Micco, “anche io la faccio perché devo pariare, – rilancia l’amico – perchè non me ne fotte di nessuno, però, credimi dicono solo scemità: ‘ho fatto, ho detto’ e ancora nessuno ha dato uno schiaffo a mio padre o a mia madre, perché sanno che vado a prendermi 30 anni”, ovvero, il giovane asserisce che i genitori – fino a quel momento – non erano mai finiti nel mirino dei De Micco, perché questi ultimi avrebbero temuto la sua replica violenta. Il giovane si professa disposto ad uccidere chiunque avrebbe osato compiere un’azione ritorsiva nei riguardi dei suoi genitori. Parole che assumono un significato profondamente diverso all’indomani della mattanza culminata nell’onerosa richiesta estorsiva indirizzata ai familiari e il violento pestaggio di cui è stato vittima, proprio per mano delle stesse persone che ha platealmente provocato durante quella diretta social.
Nel corso di quella live, il giovane, probabilmente perché consapevole che uno dei figli dei boss del clan de Micco li stava ascoltando, ha rincarato la dose: “Abbuschiamo 250mila euro di soldi nostri, non i soldi dei padri nostri, perchè oggi stanno tutti con i soldi dei padri loro“, chiara l’allusione ai figli dei boss fondatori del clan De Micco che a suo dire starebbero beneficiando dei profitti guadagnati illecitamente dai padri, perché incapaci di marcare la scena camorristica con la stessa autorevolezza.
“Sta collaborando con la giornalista perchè sta campando di ansia”, scrive un utente, alludendo alla conversazione che lo stesso 17enne aveva intrattenuto nei giorni precedenti alla live con la giornalista Luciana Esposito, direttrice di Napolitan.it. Un altro passaggio che ben spiega il clima di concitata tensione che funge da contorno alle ostilità in corso da tempo tra le due fazioni e che spesso sono sfociate in azioni violente che si estendono ben oltre il mondo virtuale.
La vicenda racconta molto più di una lite nata sui social. Mostra come, in alcuni contesti, il confine tra il mondo virtuale e quello reale sia ormai completamente saltato. Una diretta TikTok, commenti, provocazioni e centinaia di spettatori sono diventati il detonatore di una violenza che si è tradotta in pestaggi, intimidazioni e richieste estorsive rivolte persino ai familiari di ragazzi estranei alle dinamiche criminali.
È il segnale di una trasformazione profonda delle modalità con cui la camorra esercita il proprio potere. La reputazione del clan non si difende più soltanto nelle piazze di spaccio o con le armi, ma anche sui social network, dove una “live” può essere percepita come un affronto pubblico da punire con la stessa ferocia riservata a uno sgarro consumato per strada. Il linguaggio è cambiato, gli strumenti anche, ma la logica resta immutata: riaffermare il dominio attraverso la paura, dimostrando che nessuna provocazione, reale o virtuale, può rimanere senza una risposta.










