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Omicidio Carmine D’Onofrio: assolto il boss Marco De Micco e gli altri imputati

Luciana Esposito di Luciana Esposito
14 Maggio, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Camorra Ponticelli: ecco perchè i De Micco hanno festeggiato a suon di fuochi d’artificio prima dell’agguato

Carmine D'Onofrio

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Il trambusto dei fuochi d’artificio, la notizia che rimbalza di bocca in bocca e rapidamente si diffonde tra le strade del quartiere, tra incredulità e sgomento: assolto il boss Marco De Micco e gli altri imputati, finiti alla sbarra con l’accusa di aver partecipato a vario titolo all’omicidio di Carmine D’Onofrio, il 23enne figlio naturale del boss Giuseppe De Luca Bossa, ucciso in un agguato di camorra, nei pressi della sua abitazione in via Luigi Crisconio a Ponticelli, nell’ottobre del 2021.

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E’ la cronaca di uno dei momenti cruciali della storia di un quartiere dilaniato dalla camorra e martoriato dalla perenne convivenza forzata con la paura. Appena sei giorni fa il quartiere Ponticelli è stato designato come “zona rossa” in materia di sicurezza, in conformità con il decreto sicurezza del governo Meloni. Una decisione presa dalla Prefettura di Napoli a seguito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica tenutosi lo scorso 9 maggio, presieduto dal prefetto Michele di Bari e con la partecipazione del sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, insieme ai vertici delle Forze dell’ordine e ai comandanti della Polizia locale e metropolitana.  

Un provvedimento che mira a contrastare la perenne escalation di tensione criminale che si respira tra le strade di un quartiere, sempre più sopraffatto dalla camorra e che si riscopre più vulnerabile che mai, al cospetto di una sentenza tanto temuta quanto inaspettata.

Seppure sia presto per tirare le somme, saranno le motivazione della sentenza a chiarire come e perché sia giunto questo colpo di scena inaspettato e che legittima le paure dei cittadini in merito ai possibili scenari che di qui a poco potrebbero delinearsi tra le strade del quartiere.

L’arresto del boss e fondatore del clan dei cosiddetti “bodo” giunse esattamente un anno dopo la sua scarcerazione, nell’aprile del 2022.

L’ordigno esploso nel cortile di casa De Micco a settembre del 2022 e l’omicidio di Carmine D’Onofrio, all’incirca una settimana dopo, sancirono una delle fasi più concitate dell’eterna faida tra i “bodo” e i De Luca Bossa, almeno così, fino a stasera, erano stati archiviati quegli episodi.

La sentenza odierna rimette in discussione tutto, principalmente lo status di detenuti di Marco De Micco e degli altri imputati: Giovanni Palumbo, Ciro Ricci, Ferdinando Viscovo e Giuseppe Russo junior.

L’unica certezza che aleggia nell’aria è che l’omicidio di Carmine D’Onofrio resta irrisolto. Freddato sotto casa, in una piovosa notte d’autunno in piena pandemia, davanti alla compagna all’ottavo mese di gravidanza, Carmine cullava il sogno di diventare attore, complice la compagnia teatrale della parrocchia che aveva frequentato fin da bambino. Una seconda famiglia dalla quale si era drasticamente allontanato poche settimane prima di andare in scena per l’ennesima volta, quando aveva scoperto l’identità del suo vero padre. La sua vita fin lì era stata una recita e quella verità lo aveva stravolto a tal punto da allontanarsi da ciò che amava di più: gli amici di sempre, il teatro, la recitazione.

Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile di Napoli, quella sentenza di morte sarebbe stata emessa dal boss Marco De Micco, dopo aver appurato che c’era la sua firma sull’ordigno esploso nel cortile di casa De Micco e che danneggiò alcune auto in sosta. A mandare su tutte le furie il boss, la consapevolezza che fino a pochi minuti prima sua figlia e le cuginette si erano intrattenute a giocare proprio lì, in quel cortile. Un botta e risposta che giunge a distanza di una settimana e che sembrava tracciare un destino dagli esiti certi e invece, supportato dalle dichiarazioni rese dall’ex affiliato ai De Micco, Antonio Pipolo in veste di collaboratore di giustizia e, invece, la sentenza odierna ha introdotto un inaspettato colpo di scena che impedisce al giovane figlio naturale del boss Peppino De Luca Bossa di vedersi riconoscere giustizia e al contempo tratteggia uno scenario che proietta il quartiere verso un futuro che fa più paura del presente.

Ciò che resta di Carmine D’Onofrio, ucciso poche settimane prima di diventare padre, è una foto in bianco e nero che racconta l’attore che sognava di essere, se solo la camorra non avesse fatto irruzione sulla scena.

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