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Patrizio Spasiano, l’ergastolo di dolore di una madre: «Mio figlio non doveva stare lì»

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
17 Ottobre, 2026
in Fratelli d'Italia, In evidenza
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Patrizio Spasiano, l’ergastolo di dolore di una madre: «Mio figlio non doveva stare lì»
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Aveva 19 anni, era tirocinante saldatore e lavorava per 500 euro al mese. Il 10 gennaio 2025 morì alla Frigocaserta di Gricignano d’Aversa, investito da un getto di ammoniaca mentre si trovava su un trabattello. Oggi cinque persone sono accusate di omicidio colposo e l’udienza preliminare è stata rinviata al 21 gennaio 2027. La madre Simona continua a chiedere verità e giustizia, ma soprattutto vuole che la morte di suo figlio diventi un punto di svolta nella tutela dei giovani lavoratori.

Ci sono dolori che non finiscono con il tempo. Ferite che nessuna sentenza può rimarginare, immagini che una madre non dovrebbe mai essere costretta a vedere e domande che continuano a tormentarla anche quando le luci della cronaca si spengono.

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Un dolore come quello di Simona Esposito, la mamma di Patrizio Spasiano, il ragazzo di 19 anni morto il 10 gennaio 2025 nello stabilimento Frigocaserta di Gricignano d’Aversa, nel Casertano. Patrizio era uscito di casa per andare a lavorare e non è più tornato.

Patrizio ha perso la vita mentre svolgeva un tirocinio che avrebbe dovuto insegnargli un mestiere, offrirgli un’opportunità, aiutarlo a costruire il suo futuro. Invece, quel giorno, una fuoriuscita di ammoniaca lo ha ucciso.

Le parole di Simona raccontano una sofferenza che va ben oltre il lutto. E impongono una riflessione che riguarda tutti: perché un ragazzo di 19 anni, entrato in un ambiente di lavoro per imparare, ha perso la vita? Chi avrebbe dovuto proteggerlo? E soprattutto, che cosa deve cambiare perché nessun’altra famiglia sia costretta a vivere lo stesso inferno?

La tragedia alla Frigocaserta: Patrizio aveva appena 19 anni

Il 10 gennaio 2025 Patrizio Spasiano si trovava nello stabilimento Frigocaserta di Gricignano d’Aversa, azienda specializzata nella conservazione e distribuzione di prodotti deperibili.

Il giovane, residente a Secondigliano, lavorava da circa due mesi per la cooperativa Cofrin di Villaricca, impresa esterna impegnata nei lavori di manutenzione e ampliamento dell’impianto frigorifero.

Era un tirocinante saldatore.

Quel pomeriggio, Patrizio stava lavorando insieme ad altri tre operai in prossimità dell’impianto contenente ammoniaca. Una fuoriuscita della sostanza investì l’area: tre lavoratori riuscirono a mettersi in salvo, mentre il diciannovenne rimase all’interno.

I vigili del fuoco intervennero per fronteggiare l’emergenza e recuperare il corpo del ragazzo, trovato senza vita su un’impalcatura.

La notizia sconvolse la famiglia e riaccese le polemiche sulle condizioni di sicurezza dello stabilimento, dove appena dieci giorni prima, il 31 dicembre 2024, era morto un altro lavoratore, il 39enne Pompeo Mezzacapo, rimasto schiacciato da un muletto.

Due morti in dieci giorni nello stesso stabilimento. Due famiglie distrutte. Una domanda che non può essere liquidata con la semplice constatazione di una fatalità.

La ricostruzione dell’incidente: la rottura del manometro e il getto di ammoniaca

Le indagini della Procura di Napoli Nord hanno cercato di ricostruire la dinamica dell’incidente e di individuare eventuali responsabilità nella gestione dei lavori e nella sicurezza dell’ambiente in cui operava il giovane.

Un elemento importante è emerso dalla perizia tecnica redatta dall’ingegnere Fabio Monfreda, consulente della Procura, datata 21 luglio 2025 e resa nota nell’ottobre 2026.

Secondo la perizia, il montante superiore del trabattello utilizzato dagli operai sarebbe stato appoggiato sul tronchetto che collegava il manometro a una valvola dell’impianto. Il contatto avrebbe provocato la rottura del componente, da cui sarebbe fuoriuscito un getto di ammoniaca ad alta pressione, investendo Patrizio.

La relazione tecnica riferisce che sul corpo del ragazzo furono riscontrati segni compatibili con l’esposizione alla sostanza e con il congelamento. Il decesso è stato ricondotto a un grave edema polmonare acuto, seguito da insufficienza cardiorespiratoria dovuta all’intossicazione da ammoniaca.

Il consulente avrebbe inoltre evidenziato che l’utilizzo di maschere antigas e di indumenti protettivi adeguati avrebbe potuto impedire l’intossicazione quasi istantanea. Secondo la stessa perizia, l’impianto rispondeva ai criteri progettuali minimi previsti dalla normativa vigente, pur presentando una difformità relativa ai manometri rispetto ai disegni progettuali, ammessa dal costruttore della valvola.

Sono elementi tecnici che dovranno essere valutati nel procedimento giudiziario per stabilire le eventuali responsabilità individuali.

Per Simona, tuttavia, nessuna ricostruzione tecnica potrà mai cancellare la domanda che continua a ripetersi: perché suo figlio si trovava in quelle condizioni? E perché un ragazzo che avrebbe dovuto imparare un mestiere è morto mentre cercava di costruirsi un futuro?

Cinque persone accusate di omicidio colposo: l’udienza rinviata a gennaio

Inizialmente erano tre le persone indagate per la morte del diciannovenne, ma con la conclusione delle indagini preliminari, il numero è salito a cinque.

La Procura di Napoli Nord contesta loro, a vario titolo, l’omicidio colposo, ipotizzando condotte negligenti, imprudenti o imperite e violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Le persone coinvolte sono Domenico Razzano, legale rappresentante di Frigocaserta e committente dei lavori; Alfonso Avola, legale rappresentante della cooperativa Cofrin e datore di lavoro di Patrizio; Erasmo Avola, preposto del cantiere; Alfredo Migliore, coordinatore della sicurezza; e Roberto Pescia, responsabile dei lavori di ampliamento.

Lo scorso 8 ottobre era prevista l’udienza preliminare davanti al Tribunale di Napoli Nord, ad Aversa. L’udienza è stata però rinviata per motivi tecnici al 21 gennaio 2027, quando dovrà essere esaminata la richiesta della Procura di rinvio a giudizio dei cinque imputati. I genitori di Patrizio erano presenti in aula, mentre all’esterno del tribunale si è svolto un presidio per chiedere verità e giustizia.

Per la famiglia, ogni rinvio significa attendere ancora. Continuare a vivere con un’assenza che non conosce tregua, mentre la giustizia procede con i suoi tempi.

Il dolore di Simona: «Mio figlio ha sofferto tantissimo»

«Mio figlio ha sofferto tantissimo. Vorrei che tutti potessero vederlo come l’ho visto io, l’ultima volta. Era irriconoscibile. Un’immagine che mi tormenta e con la quale dovrò convivere per tutta la vita», ha raccontato Simona nei giorni successivi all’udienza rinviata lo scorso 8 ottobre.

Poi ha aggiunto una frase che restituisce la misura di un dolore difficile persino da immaginare: «In quel momento non sono morta anche io solo perché l’amore per mia figlia mi ha mantenuto in vita. Ma se avessi avuto solo Patrizio, non sarei riuscita a sopravvivere a un dolore così forte».

In queste parole c’è molto più della disperazione di una madre che perde un figlio. C’è il trauma di chi è costretto a confrontarsi con un’immagine che non avrebbe mai dovuto vedere, con la consapevolezza che il suo ragazzo non tornerà e con interrogativi che continuano a riaffiorare.

Patrizio aveva 19 anni. Aveva una famiglia, una fidanzata, progetti e sogni. Aveva scelto di imparare un mestiere e di provare a costruirsi un’indipendenza.

La sua morte ha lasciato un vuoto che nessuna spiegazione potrà colmare.

È questo l’ergastolo del dolore: una condanna senza appello, senza permessi, senza una data di fine. Una pena che Simona e la sua famiglia scontano ogni giorno, mentre cercano risposte e aspettano giustizia.

La battaglia della famiglia deve diventare una battaglia per tutti i tirocinanti

La vicenda di Patrizio non può restare confinata nelle aule di tribunale e non può essere ricordata soltanto nelle ricorrenze, quando il nome di un giovane morto sul lavoro torna per qualche ora nelle notizie.

La giustizia dovrà accertare le responsabilità individuali, ma c’è un’altra responsabilità, che appartiene alle istituzioni e alla politica: trasformare questa tragedia in un cambiamento concreto.

Il punto centrale è la tutela di chi entra nel mondo del lavoro attraverso un tirocinio. Un percorso formativo non può diventare una zona grigia nella quale l’inesperienza si traduce in maggiore esposizione ai rischi, né può essere considerato un motivo per affidare a un giovane attività senza un’adeguata preparazione e protezione.

Servono controlli effettivi, formazione reale, dispositivi di protezione adeguati e una chiara individuazione delle responsabilità. Occorre verificare che le mansioni affidate ai tirocinanti siano compatibili con la loro preparazione e che nessuno venga mandato a lavorare in ambienti pericolosi senza le necessarie competenze e tutele.

La battaglia di Simona potrebbe diventare il punto di partenza per una proposta legislativa capace di rafforzare la protezione dei tirocinanti, rendere più efficaci le verifiche e prevenire situazioni nelle quali giovani lavoratori si trovino esposti a rischi che non sono in grado di riconoscere o affrontare. Per fare in modo che, accanto all’accertamento delle responsabilità per quanto è accaduto, ci sia un impegno concreto per evitare che altri giovani possano andare incontro allo stesso feroce e crudele destino di Patrizio.

Patrizio merita giustizia. Simona merita che la sua voce cambi le cose

Davanti a un dolore così atroce non esistono parole capaci di lenirlo e nemmeno una sentenza, per quanto giusta, potrà restituire Patrizio alla sua famiglia o cancellare ciò che sua madre ha visto e che continuerà a portare con sé, ma la sua storia può ancora produrre qualcosa di concreto.

Patrizio merita di essere ricordato per il ragazzo che era, per la vita che aveva davanti e per tutti i sogni che non ha avuto il tempo di realizzare.

Simona merita che la sua battaglia non si perda nel rumore di una cronaca destinata a essere dimenticata, ma che la sua voce venga ascoltata non soltanto quando racconta il dolore, anche quando chiede che le cose cambino.

La politica ha il dovere di raccogliere questa richiesta e tradurla in provvedimenti concreti, pe istituzioni devono fare la propria parte, la sicurezza sul lavoro non può essere uno slogan da ripetere dopo ogni tragedia e dimenticare quando i riflettori si spengono.

Il dolore di una madre non può essere cancellato, ma può e deve diventare un motivo in più per impedire che altre madri siano costrette a vivere lo stesso inferno.

Lo meritano Patrizio, Simona e tutta la sua famiglia.

Lo meritano tutti i ragazzi che escono di casa per andare a lavorare e hanno il diritto di tornarci.

Tags: . napoliammoniacacasertaFrigocasertagiustiziaGricignano d'Aversamorti sul lavoroPatrizio Spasianosicurezza sul lavoroSimona Espositotirocinanti
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