Attriti nati per futili motivi, ma che progressivamente sono confluiti in uno scenario imbruttito dagli spari e culminato nell’omicidio di un giovane estraneo alle logiche camorristiche: questo il quadro riassuntivo della faida in corso tra “i ponticellari” e un gruppo di ragazzini di Volla che orbitano intorno al clan Veneruso.
Tutto ha avuto inizio dal corteggiamento serrato da parte del gruppo di Volla, prettamente costituito da minorenni, che per entrare nelle grazie di alcune ragazzine di Ponticelli avrebbero valicato una pericolosa linea di confine, invadendo il territorio controllato dai De Micco. Si tratta di una vivacissima paranza di Volla che negli ultimi tempi si è messa in mostra soprattutto collezionando furti d’auto per poi praticare “il cavallo di ritorno”, ovvero, la richiesta di un vero e proprio riscatto in denaro che oscilla dai cinquemila euro per le auto di piccola cilindrata, ai ventimila euro per Suv e fuoristrada.
Una manovra che consente ai giovanissimi a capo del business di intascare cifre da capogiro pressoché quotidianamente. Forti della fama conquistata dal gruppo di Volla, i De Micco hanno inteso sbarragli la strada fin da subito, imponendogli di non frequentare il quartiere, nemmeno per provare a conquistare quelle coetanee che gli avevano rapito il cuore. Una premessa necessaria per impedire a quel gruppo di rapinatori emergenti di sentirsi autorizzati a battere le strade del quartiere anche per altre ragioni. Un diktat che i giovani di Volla non hanno mai rispettato, iniziando finanche a compiere reati tra le strade di Ponticelli. Non solo furti d’auto con la tecnica del cavallo di ritorno, tra le strade del quartiere simbolo del potere criminale dei De Micco hanno seminato spari, “stese”, azioni violente ed irriverenti che hanno concorso ad arroventare il clima e ad imbruttire oltremodo le ostilità.
Inizialmente, i De Micco avevano affidato a un gruppo di giovani rampolli del clan il compito di regolare i conti con i coetanei di Volla per non svilire la reputazione e la credibilità dei leader del clan, non solo agli occhi degli altri esponenti del mondo criminale, ma anche per non inimicarsi i civili, mostrando il volto più feroce di un clan, capace persino di uccidere dei ragazzini. Non riuscendo a domare l’impeto dei vollesi, poco prima di Pasqua i vertici del clan avrebbero sequestrato e pestato un minore, legato al gruppo rivale. Un’azione a scopo dimostrativo, ma anche l’ultimatum più esplicito e cruento per ridimensionare il livore criminale dei giovanissimi di Volla. Un monito non recepito di buon grado dalla controparte, come dimostra la serrata sequenza di eventi andata in scena la notte dello scorso 7 aprile e culminata nell’omicidio del 20enne Fabio Ascione.
Durante la sera di Pasquetta, in via Carlo Miranda a Ponticelli è andato in scena un conflitto a fuoco tra il gruppo di Volla e due giovani: un minore, alla guida di uno scooter a bordo del quale c’era anche Francescopio Autiero, 23enne nipote di una figura apicale del clan De Micco. L’arma tra le mani di Autiero era stata riposta poco prima, nei pressi del bar Lively, dal cugino di Fabio Ascione, le videocamere del locale hanno immortalato l’intera sequenza e le varie fasi del raid. Dopo il conflitto a fuoco, i giovani di Ponticelli si sono rintanati sotto l’androne di un palazzo del cosiddetto “Parco di Topolino”, quartier generale dei De Micco e rione di residenza di Ascione. Quest’ultimo, mentre rincasava, dopo una serata trascorsa a lavorare al Bingo di Cercola, si è fermato a salutare gli amici che attorniavano Autiero, mentre quest’ultimo era intento a mimare le fasi salienti della sparatoria ingaggiata con il gruppo di Volla poco prima. Proprio nel maneggiare l’arma durante il racconto, Autiero ha esploso accidentalmente il colpo che si è rivelato fatale per Ascione.
Un omicidio che ha sancito un punto di non ritorno.
Inizialmente i De Micco hanno cercato di depistare le indagini con l’intento di far ricadere la responsabilità sul gruppo di giovani di Volla, auspicando così di liberarsi di loro senza spargimento di sangue. Pur consapevoli che così facendo stavano coprendo l’autore dell’omicidio di un giovane innocente, nonché nipote di una figura apicale del clan, resosi irreperibile per una settimana, dagli istanti immediatamente successivi a quello sparo che ha spento la vita di un ragazzo di vent’anni, fino all’esecuzione del fermo a suo carico, scattato esattamente una settimana dopo i tragici fatti di quella notte, alla vigilia dei funerali di Fabio Ascione.
Un depistaggio inscenato imponendo silenzio e omertà intorno alla figura di Autiero. Un piano infranto dalla testimonianza di due giovani presenti al momento dello sparo che con grande coraggio hanno messo nero su bianco quanto accaduto quella notte, indicando il 23enne nipote del ras dei De Micco come l’artefice della morte di Fabio Ascione.
Tuttavia, il fermo di Autiero e del minore che ha partecipato al conflitto a fuoco con il gruppo di Volla, ha chiuso parte della vicenda giudiziaria volta a far luce su una delle notizie di cronaca più drammatiche della storia recente, ma non ha di certo concorso a chiudere la partita sul fronte camorristico.
Pochi giorni dopo i funerali di Ascione, i leader del clan De Micco hanno deciso di scendere in campo personalmente per chiudere i conti in sospeso con i giovani di Volla, come se la morte di un giovane innocente legittimasse quella decisione. Consapevoli che il “Parco di Topolino” è ancora sotto i riflettori delle forze dell’ordine, come del resto dimostra l’operazione condotta ieri, mercoledì 29 aprile dai carabinieri di Poggioreale, i De Micco hanno abbandonato il loro arsenale, trasferendosi nel Lotto 10, un altro bunker storico del clan. E’ da lì che i leader dei cosiddetti “Bodo” partono tutte le sere in direzione Volla, a caccia di un giovane rivale da uccidere.
Un verdetto di morte che sarebbe stato decretato da una figura apicale del clan attualmente detenuta e che avrebbe esplicitamente preteso dai suoi gregari a piede libero di chiudere la faccenda con un bagno di sangue. Un dato di fatto acclarato e sottolineato dalla tangente versata nelle casse del clan dal padre di uno dei giovani di Volla per chiedere ai De Micco di “graziare” suo figlio.
Un omicidio imposto e preteso da uno dei boss indiscussi dei “Bodo”, non solo per conferire ulteriore credibilità al clan sul fronte criminale, ma anche per lanciare un monito perentorio e inequivocabile a tutti coloro che covano il desiderio di contestare e contrastare il potere dei De Micco. Tra gli obiettivi non dichiarati, tuttavia, si celerebbe anche il vivo e crescente desiderio di espandere il regno dei De Micco, oltre i confini di Ponticelli. Una brama di potere sta portando i clan ad imporsi tra le strade di diversi comuni del vesuviano, tra i quali i De Micco bramano di integrare anche Volla.
Le figure apicali del clan, armate fino ai denti, escono dal Lotto 10 per raggiungere Volla, adottando una duplice strategia: o in gruppo, a bordo di auto di grossa cilindrata, o dividendosi in coppie in sella a scooter e moto. A fornire i veicoli da utilizzare per gli spostamenti, un giovane originario di Pomigliano D’Arco, esperto in materia di furti di auto e moto, unitamente al giovane genero di uno dei leader del clan, attualmente detenuto.
Un mosaico sempre più ordinato, dove ogni tassello ricopre un ruolo ben preciso e svolge funzioni ben precise. Una macchina perfetta che mira a consolidare potere e spessore criminale, ma che vive nell’ossessiva consapevolezza di dover necessariamente uccidere uno di quei ragazzini irriverenti che hanno animato quei moti di rivolta sfociati nell’omicidio di Fabio Ascione. Un segnale necessario per sancire lo spartiacque: la fine delle ostilità, l’inizio di una nuova era camorristica che potrebbe facilitare l’ascesa dei De Micco anche tra le strade di Volla. Seppure, fin qui, i Veneruso si siano limitati a fungere da spettatori delle schermaglie in atto, ben presto anche questa dinamica potrebbe cambiare, introducendo uno scenario ancora più temuto dai civili.










