Nel quartiere Ponticelli, c’è una serranda abbassata dallo scorso gennaio che continua a parlare, anche se quella famiglia ha deciso di cessare l’attività di punto in bianco, dopo 57 anni.
Su quella serranda, lo scorso inverno, è rimasto incollato un semplice foglio di carta. Nessun manifesto di protesta, nessuna denuncia, solo una lettera di ringraziamento, poche righe rivolte ai clienti, agli amici, a tutte le persone che per 57 anni hanno varcato la soglia di quell’attività commerciale.
Parole composte, dignitose, il racconto di una vita trascorsa dietro un bancone, dei sacrifici e della difficile decisione di chiudere “per amore della famiglia”. Un messaggio passato in sordina, seppure sembra raccontare il dramma silenzioso e diffuso che sta logorando l’economia di un intero quartiere.
È impossibile affermare con certezza quali siano state le ragioni che hanno portato quella storica attività ad abbassare definitivamente la serranda, ma la decisione di quella famiglia di chiudere di punto in bianco l’attività portata avanti da più di mezzo secolo arriva in un momento in cui il quartiere di Ponticelli continua a fare i conti con la pressione esercitata dalla criminalità organizzata sull’economia locale.
Le recenti indagini che hanno portato a svariati arresti descrivono un sistema estorsivo attribuito al clan De Micco, capace di colpire trasversalmente il tessuto economico del territorio. Non soltanto commercianti e imprenditori, ma chiunque produca reddito, anche in maniera illecita e venga ritenuto riconducibile al quartiere, anche solo perché residente in zona. Le richieste di denaro raggiungerebbero persino persone che lavorano fuori da Ponticelli, trasformando l’appartenenza al territorio in una sorta di tassa criminale imposta con la forza.
Le ordinanze cautelari emesse negli ultimi anni raccontano di intimidazioni, imposizioni e richieste estorsive che continuano a soffocare un numero perennemente in crescita di imprese, aziende e attività commerciali. Una pressione costante che, per molti esercenti, significa lavorare ogni giorno con la paura di non riuscire a sostenere costi, dipendenti e famiglia.
Le attività estorsive non producono soltanto profitti illeciti, ma stanno progressivamente distruggendo l’economia legale, costringendo gli esercenti a cessare l’attività, pur di mettere fine a quell’incubo. Uno scenario surreale dove la paura e l’omertà giocano un ruolo cruciale. Nell’immaginario collettivo è infatti vivo più che mai il ricordo di un passato recente che ha visto i sicari del clan entrare in azione per uccidere un giovane imprenditore che appena due anni prima aveva denunciato il suo estorsore e lo aveva fatto condannare. A fronte del tangibile timore di andare in pasto allo stesso destino, i soggetti taglieggiati preferiscono piegarsi in silenzio al ricatto estorsivo del clan e provano a sopravvivere come meglio possono, fino a quando non si vedono costretti a soccombere. Sempre più esercenti si mostrano disposti a cessare l’attività, seppure questo voglia dire vanificare anni di rinunce, sacrifici, sudore, lavoro onesto e dignitoso, pur di non chiamare in causa le forze dell’ordine e incattivire i soggetti che detengono il controllo del territorio.
Ogni negozio che chiude rappresenta una perdita economica, ma soprattutto sociale. Significa meno lavoro, meno servizi, meno persone che presidiano le strade, significa anche spegnere una luce di legalità in un quartiere che avrebbe invece bisogno di attività capaci di generare economia, relazioni sane e fiducia nelle istituzioni.
È un fenomeno che raramente finisce nelle statistiche che no trova spazio nei dibattiti televisivi e sulle pagine dei giornali, perché una saracinesca abbassata racconta poco e nessuno è spinto a interrogarsi sul perché il commercio locale stia attraversando un momento così buio e critico. Si tende ad attribuire le responsabilità e le colpe ai colossi dell’e-commerce e alla crisi generata dalla pandemia e, invece, molto spesso, dietro quelle attività dismesse si cela un calvario silenzioso e logorante che vede dozzine di famiglie soccombere al cospetto di un clan di camorra che continua a spadroneggiare tra le strade di un quartiere che patisce l’assenza di presidi di legalità concreti. Lo Stato latita, le istituzioni continuano a palesare la loro presenza solo per mettere la firma su fugaci spot elettorali. Tuttavia, la rapidità con la quale il fenomeno tende a propagarsi, per effetto di estorsioni a tappeto sempre più estese e serrate, imporrebbe di non continuare ad ignorare quelle serrande abbassate, dietro la maggior parte delle quali si celano decenni di sacrifici, famiglie che si sentono abbandonate e gettano la spugna, giovani che scelgono di andare via, commercianti che smettono di credere che resistere sia ancora possibile, perché non riescono a sentirsi parte di una nazione che tutela i cittadini, soprattutto in situazioni in cui il pericolo che incombe su di loro è rappresentato da chi ha fondato un impero economico e criminale collezionando azioni violente e delittuose.
La lettera lasciata su quella serranda lo scorso inverno non punta il dito contro nessuno, ma costringe a porsi una domanda: quante altre storie simili restano sommerse e abbandonate nel silenzio, senza essere mai raccontate?
Ponticelli continua a convivere con una criminalità organizzata che si rivela più che capace di incidere sul peso economico e sociale del quartiere, una camorra che non misura il suo potere soltanto con le armi, ma anche incidendo in maniera preponderante sulla vita delle persone e finanche sulle sorti delle imprese e delle attività commerciali.
Quando un quartiere perde i suoi negozi di vicinato, perde molto più di un’attività commerciale: perde pezzi della sua identità.
E una serranda chiusa definitivamente dovrebbe sortire più clamore degli spari per quanto è allarmante il messaggio di cui si fa promotrice, ma in un quartiere dove finanche gli spari hanno smesso di fare rumore, il silenzio in cui restano fagocitate le angherie della camorra rappresenta un severo campanello d’allarme, perchè l’omertà incombe pesantemente sul quartiere mentre la camorra dilaga, indisturbata.











