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Ponticelli, gli omicidi che hanno segnato la storia del quartiere

Luciana Esposito di Luciana Esposito
11 Settembre, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
Ponticelli, si torna a sparare nel Conocal. Tra i cittadini regna la rassegnazione
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Ci sono quartieri che la cronaca racconta attraverso le strade, le piazze, le trasformazioni urbanistiche. E poi ci sono quartieri che, per decenni, sono stati raccontati anche attraverso i morti. Ponticelli è uno di questi.

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La storia criminale della periferia orientale di Napoli è una sequenza di guerre tra clan, agguati, vittime innocenti, vendette e regolamenti di conti. Ma dentro questa lunga scia di sangue ci sono anche delitti che hanno segnato la memoria collettiva del quartiere al di là della camorra.

Ricostruire gli omicidi che hanno segnato Ponticelli significa, quindi, non soltanto ripercorrere la storia dei clan, ma soprattutto raccontare come la violenza abbia cambiato il volto di un territorio e, soprattutto, come abbia finito per coinvolgere persone che con quella violenza non avevano nulla a che fare.

Il 1983 e il delitto di Barbara e Nunzia

Il 2 luglio 1983 Ponticelli fu sconvolta dalla scomparsa di Barbara Sellini, 7 anni, e Nunzia Munizzi, 10 anni.

Le due bambine uscirono di casa nel tardo pomeriggio e non fecero più ritorno. I loro corpi furono ritrovati poco dopo in una zona periferica e consegnarono ai familiari e all’opinione pubblica una tragica verità: le due bambine furono seviziate, torturate, violentate, uccise e poi date alle fiamme.

Per quel duplice omicidio furono condannati all’ergastolo tre giovani del quartiere: Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo. I tre hanno sempre proclamato la propria innocenza e, anche dopo aver scontato la pena, hanno chiesto la revisione del processo. Il caso continua a essere al centro di un acceso dibattito sull’ipotesi di un errore giudiziario.

È una storia che ancora oggi divide e interroga e che ha lasciato nella storia di Ponticelli una delle pagine più controverse della cronaca giudiziaria italiana.

1989: la strage del Bar Sayonara

Se esiste una data che rappresenta l’ingresso di Ponticelli nella storia delle grandi faide di camorra, è l’11 novembre 1989.

Al Bar Sayonara vennero uccise sei persone durante un agguato legato alla guerra tra gruppi criminali che si contendevano il controllo degli affari illeciti: su un fronte il clan capeggiato da Andrea Andreotti, alias ‘o cappotto, sull’altro Ciro Sarno detto ‘o sindaco. Fu quest’ultimo a pianificare e organizzare l’agguato con l’ausilio degli Aprea di Barra. I sicari fecero irruzione nel bar vestiti da metalmeccanici per mimetizzarsi tra gli operai che rincasavano al termine dell’ennesima settimana lavorativa. Un agguato pianificato per colpire la fazione rivale e che portò alla morte di sei persone, tra le quali quattro estranee alle logiche criminali e che quel sabato pomeriggio erano in strada per comprare dei dolci per i loro bambini o per chiacchierare con gli amici.

Gaetano De Cicco, Salvatore Benaglia, Domenico Guarracino e Gaetano Di Nocera: le quattro vittime innocenti della criminalità che quel pomeriggio persero la vita in una delle azioni armate più brutali della storia camorristica napoletana.

La strage divenne uno dei simboli della ferocia delle guerre di camorra a Napoli Est.

Anni dopo, il procedimento giudiziario ha portato alla condanna definitiva all’ergastolo per tutte le persone che hanno avuto un ruolo nella strage.

Nessuna sentenza potrà cancellare ciò che quella mattanza ha lasciato sul quartiere: la consapevolezza che una guerra tra clan poteva trasformare un luogo qualunque, persino un bar, in un teatro di morte.

Gli anni dei Sarno e le guerre per il controllo di Ponticelli

Negli anni successivi il clan Sarno divenne una delle organizzazioni criminali egemoni di Ponticelli e dell’intera città di Napoli. Ciro Sarno, detto ‘o sindaco, e i suoi fratelli costruirono nel quartiere un sistema di potere che avrebbe resistito per anni.

Il controllo del territorio, le piazze di spaccio, le estorsioni e la gestione delle attività criminali si intrecciarono con una stagione di omicidi e vendette. Il clan entrò in conflitto con gruppi rivali e, in particolare, con i De Luca Bossa.

Nel 1998 la guerra raggiunse uno dei suoi momenti più emblematici con l’autobomba esplosa in via Argine: l’obiettivo era Vincenzo Sarno, fratello di Ciro e reggente del clan in quel momento storico, ma a morire fu Luigi Amitrano, nipote e autista del boss. Il giovane morì di ritorno da un’intera giornata trascorsa al capezzale della figlia di 4 anni, ricoverata all’ospedale Santobono di Napoli. Mentre l’auto blindata era in sosta nel parcheggio dell’ospedale fu piazzato l’ordigno nel ruotino di scorta. L’intento era quello di provocare l’innesco il giorno seguente quando, come tutte le domeniche, il boss Vincenzo Sarno si sarebbe recato in commissariato in quanto sottoposto all’obbligo di firma. Invece, complice il dissesto del manto stradale, l’ordigno esplose mentre Amitrano percorreva via Argine, a pochi metri da casa, ubicata nel rione De Gasperi, quartier generale del clan Sarno.

Un omicidio che sancì la scissione tra i De Luca Bossa e i Sarno introducendo una delle faide di camorra più sanguinarie della storia di Ponticelli, un quartiere che diventava sempre più chiaramente un territorio conteso.

E ogni cambio di equilibrio criminale portava con sé nuove vittime.

2000-2002: il sangue continua

Il nuovo millennio non coincide con la fine della violenza.

Due anni dopo, il 26 ottobre 2002, venne assassinato Giuseppe Mignano, storico esponente del clan De Luca Bossa, nei pressi del Lotto Zero. La sua morte si inseriva nella guerra per il controllo del territorio e contribuì al progressivo ridimensionamento del gruppo criminale, aprendo una lunga scia di sangue.

Era una fase in cui gli equilibri cambiavano rapidamente: arresti, pentimenti e omicidi modificavano continuamente la geografia criminale di Ponticelli. Il pentimento dei fratelli Sarno porta alla dissoluzione del clan, generando un vuoto di potere che i reduci provano a colmare, unitamente a fazioni emergenti che mirano a conquistare il controllo degli affari illeciti in un quartiere che per oltre trent’anni è stato il simbolo del potere criminale dei Sarno.

2013: il duplice omicidio che riaccende la guerra

Nel gennaio 2013 Ponticelli torna al centro di una nuova stagione di sangue.

Nel rione Conocal vengono uccisi Antonio Minichini e Gennaro Castaldi, in quello che diventerà uno degli omicidi simbolo della faida tra i D’Amico e i De Micco. Quel duplice omicidio viene considerato uno degli episodi che alimenteranno la lunga guerra tra i gruppi contrapposti.

Il rione Conocal, da quella sera, diventa uno dei nomi più ricorrenti nelle cronache di camorra di Napoli Est.

2015: Annunziata D’Amico, la donna-boss

Il 10 ottobre 2015 viene assassinata Annunziata D’Amico, sorella dei ras Antonio e Giuseppe D’Amico.

La sua morte viene immediatamente letta dagli investigatori come un episodio destinato a modificare nuovamente gli equilibri criminali di Ponticelli. L’omicidio della donna-boss apre infatti una nuova fase di tensione tra i gruppi contrapposti. Un omicidio eccellente, perché i sicari del clan rivale uccidono una donna, seppure in quel momento storico ricoprisse il ruolo di boss reggente del clan di famiglia, ma soprattutto perchè la sua morte sancisce la fine delle ostilità decretando l’egemonia dei De Micco.

È uno degli omicidi che meglio rappresentano una caratteristica della storia criminale di Ponticelli: la capacità delle guerre tra clan di trascinarsi nel tempo, cambiando nomi, alleanze e territori ma mantenendo intatta la logica della vendetta.

2016: Ciro Colonna, vittima innocente

Il 7 giugno 2016 nel Lotto O di Ponticelli muore Ciro Colonna, 19 anni.

Ciro si trovava all’interno di un circolo ricreativo quando un gruppo di sicari fece irruzione per uccidere il boss dei Barbudos Raffaele Cepparulo, vero obiettivo dell’agguato. Nel parapiglia generale, durante la fuga, Ciro perse gli occhiali da vista e quando si chinò per raccoglierli, uno dei due killer interpretò in quel gesto il tentativo di recuperare un’arma per replicare al fuoco e gli sparò. Un colpo a bruciapelo che lo raggiunge al petto, senza lasciargli scampo.

La sua morte è diventata uno dei simboli più dolorosi delle vittime innocenti della camorra a Ponticelli. Nel 2022 la Cassazione ha confermato le condanne all’ergastolo per gli imputati ritenuti responsabili dell’agguato.

Un duplice omicidio che ufficializzò la nascita di un nuovo cartello camorristico composto da tutti gli ex affiliati al clan Sarno, a caccia di riscatto e rivalsa. Una costellazione di clan che confluirono in un’unica alleanza che accorpava tutti i vecchi clan dell’ala orientale di Napoli: i Rinaldi di San Giovanni a Teduccio, gli Aprea di Barra, i Minichini-De Luca Bossa di Ponticelli e le “pazzignane” del rione De Gasperi. Un’alleanza che nei mesi precedenti aveva già manifestato la sua presenza, mettendo la firma su una serie di vendette trasversali volute per punire i Sarno per le condanne all’ergastolo per la “Strage del bar Sayonara” incassate dagli ex affiliati che avevano deciso di non rinnegare il credo criminale, rifiutandosi di assecondare la scelta degli ex boss di Ponticelli di collaborare con la giustizia. Un pian criminale che costò la vita a due parenti dei Sarno, estranei alle logiche criminali: il cognato, Mario Volpicelli, 52enne commesso di una merceria e Giovanni Sarno, fratello disabile e con problemi di alcolismo degli ex boss.

2022: Antimo Imperatore, morto perché stava montando una zanzariera

Il 20 luglio 2022 un altro nome entra nell’elenco delle vittime innocenti.

Antimo Imperatore, 56 anni, era un uomo conosciuto nel quartiere per i piccoli lavori che svolgeva nelle case. Quel giorno si trovava in un basso nel rione Fiat, fortino del clan de Martino, in cui era prossimo a trasferirsi con la compagna Carlo Esposito detto Kallon, ritenuto il vero obiettivo dell’agguato, per montare una zanzariera.

La storia di Imperatore è quella di un uomo che non aveva alcun ruolo nelle dinamiche criminali. È stato ucciso perché si trovava accanto alla persona che il killer Antonio Pipolo aveva deciso di uccidere. Il giorno seguente, Pipolo si presentò in procura e manifestò la volontà di collaborare con la giustizia.

È la stessa logica che torna, ancora una volta, nella storia di Ponticelli: la guerra dei clan non resta confinata ai clan.

2026: Fabio Ascione

E arriviamo ai giorni nostri.

Il 7 aprile 2026 viene ucciso Fabio Ascione, 20 anni, incensurato, mentre si trovava in via Carlo Miranda, nel “parco di Topolino” a Ponticelli, dopo aver terminato il turno di lavoro al bingo di Cercola.

Poco prima, due giovani di Ponticelli, un minore e il nipote di uno dei ras dei De Micco, Francescopio Autiero, ingaggiarono un conflitto a fuoco con un gruppo di coetanei di Volla con i quali erano in contrasto già da tempo. Fabio non sarebbe stato coinvolto nella sparatoria che si stava consumando nelle vicinanze. Secondo la ricostruzione investigativa, il colpo mortale sarebbe partito accidentalmente dall’arma impugnata da Autiero mentre nelle fasi successive al raid aveva trovato riparo nei pressi di un androne e stava mimando agli amici la sparatoria ingaggiata poco prima. Fabio si sarebbe avvicinato al gruppo mentre rincasava a piedi, riconoscendo amici e parenti, quando sarebbe partito accidentalmente un colpo dalla pistola di Autiero che non gli ha lasciato scampo.

Fabio era un ragazzo che lavorava e che non apparteneva a contesti criminali, ma ciononostante ha perso la vita nell’ambito di logiche che vedono ragazzi sempre più giovani utilizzare in maniera scriteriata armi da fuoco.

Ponticelli non è soltanto la storia dei suoi morti

Elencare questi omicidi non significa costruire l’ennesima narrazione di Ponticelli come quartiere della camorra.

Al contrario.

Significa ricordare perché quel territorio ha sviluppato una memoria così profonda della violenza e che soprattuto, quel quartiere, attende ancora il suo riscatto.

Ci sono stati boss, affiliati, guerre per il controllo delle piazze di spaccio, vendette e regolamenti di conti, ma accanto a loro ci sono stati bambini, lavoratori, ragazzi, uomini e donne che quella guerra non l’avevano scelta.

Barbara e Nunzia. Le vittime innocenti del Bar Sayonara. Ciro Colonna. Antimo Imperatore. Fabio Ascione.

Nomi diversi, epoche diverse, storie diverse, congiunte da un unico filo rosso: la violenza criminale finisce sempre per travolgere anche chi non ne fa parte.

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