Si fanno sempre più chiari i tratti che delineano lo scenario dell’ultimo omicidio andato in scena a Ponticelli, costato la vita al 20enne Fabio Ascione, incensurato e vittima innocente. Il giovane rientrava da una serata trascorsa nel Bingo di Cercola dove lavorava da diversi mesi, quando è stato raggiunto da un proiettile al petto che non gli ha lasciato scampo, esploso, sembra accidentalmente, da un ragazzo che faceva parte del gruppo di amici che si era riunito nei pressi del campetto di calcio del “Parco di Topolino”, uno dei tanti plessi di edilizia popolare di Ponticelli, nonché quartier generale del clan De Micco, ma anche rione di residenza della vittima.
Un omicidio frutto di una fatalità, verosimilmente. Tuttavia, quello sparo accidentale, sarebbe giunto al culmine di una serata concitata e che ha visto protagonista anche il giovane che avrebbe ucciso Fabio Ascione.
Un ragazzino di Ponticelli, imparentato con un ras dei De Micco, una delle figure apicali del clan che attualmente detiene il controllo degli affari illeciti, uscito di casa armato di pistola, un’abitudine sempre più consueta tra i giovani del posto e che lascia presagire l’intenzione di andare incontro a una serata tutt’altro che contornata dal sano divertimento. Il giovane si sarebbe recato a Volla, dove avrebbe avuto una lite con un gruppo di ragazzi del posto e che poi sarebbe sfociata in un conflitto a fuoco. Il ragazzo di Ponticelli avrebbe esploso tutti i colpi che aveva nel caricatore, tranne uno: quello che nelle ore successive si è rivelato fatale per il 20enne Fabio Ascione.
I giovani che compongono il gruppo di Volla sono volti noti della scena criminale locale, soprattutto perché negli ultimi temp si starebbero mettendo in mostra compiendo una serie di azioni eclatanti, che vanno ben oltre i semplici furti d’auto per poi praticare il cosiddetto “cavallo di ritorno”, ovvero, la richiesta di un riscatto in denaro per riconsegnare la vettura al legittimo proprietario. In sostanza, si tratterebbe di due ragazzi che starebbero riproducendo il copione già visto nel celeberrimo film “Gomorra“, allorquando due giovani estranei al “sistema” sfidano il clan compiendo una serie di azioni eclatanti in maniera autonoma, come una rapina all’interno di un centro scommesse e arrivando perfino a rubare delle armi dall’arsenale del clan. Una serie di gesta che vengono interpretate come una mancanza di rispetto, un atto di irriverenza da parte del clan che poi arriva ad architettare un piano complesso per uccidere i due giovani per non creare dissenso da parte della comunità, proprio perché si tratta di “due ragazzini”. Il perfetto riassunto dello scenario che si delinea attualmente tra le strade di Volla e Ponticelli, marcate da due giovani che si muovono autonomamente, senza essere legati a un gruppo camorristico, rivendicando la volontà di imporre il proprio dominio criminale, anche rendendosi autori di numerose stese ed altre azioni dimostrative a scopo intimidatorio in diversi arsenali di Ponticelli con il chiaro intento di sfidare l’egemonia dei De Micco che dal loro canto, proprio come accaduto anche in “Gomorra”, avrebbero evitato di intervenire tenendo conto della giovane età dei due ragazzi.
Uno dei due ragazzi è figlio di un volto noto della malavita locale, un aspirante ras che all’indomani della collaborazione con la giustizia del boss che controllava il rione in cui vive, si rese autore di numerosi messaggi minatori sui social network e a lui rivolti. Il padre del giovane è il titolare di una concessionaria di auto di Volla e in passato si è messo mostra soprattutto per aver ostentato lo status del figlio, allorquando i carabinieri si recarono presso la sua abitazione – bardata di telecamere – per arrestarlo quando era ancora minorenne. Il padre si fece vanto di quell’arresto, pubblicando sui social network il video che ritraeva quei momenti ed estrapolato proprio dal sistema di videosorveglianza della sua abitazione, al pari di una serie di frame scattati durante le udienze in tribunale per rimarcare l’omertà ostentata dal figlio che aveva dimostrato “onore e dignità” incassando la condanna, senza cercare scorciatoie o tradire le regole della malavita. Un padre che esalta e incoraggia il figlio, affinché continui a marcare la scena criminale con l’intento di conquistare un posto autorevole.
L’altro ragazzo, invece, ha alle spalle uno scenario ben diverso. Non proviene da una famiglia legata al contesto camorristico, è figlio di un macellaio, seppure nipote di un soggetto detenuto al 41 bis che gli avrebbe intimato più e più volte di non seguire le sue orme, senza sortire l’effetto sperato. Troppo soggiogato e affascinato dal mito di “Gomorra” e pronto a tutto per seguire l’amico fraterno, come amano rilanciare e rimarcare sui social network a suon di video, post e frasi ad effetto. Proprio i social ricoprono un ruolo cruciale in questa vicenda.
Il giorno seguente all’omicidio di Fabio Ascione, uno dei due giovani ha postato su TikTok un’immagine che lo ritrae accanto all’amico e complice, mentre esibisce una mano fasciata e visibilmente tumefatta. Per molti si tratta della prova granitica della rissa che ha preceduto gli spari e che dopo un’iniziale colluttazione fisica sarebbe poi sfociata negli spari.

Proprio per questo, dopo il conflitto a fuoco andato in scena a Volla, il gruppo a bordo di un’auto scura, avrebbe fatto irruzione a Ponticelli per regolare i conti con quel ragazzo che era “andato a sparare a casa loro”. Sprezzanti del fatto che quel raid sia andato in scena in uno degli arsenali dei cosiddetti “Bodo”, i vollesi hanno sparato a raffica contro un gruppo di ragazzi tra i quali avevano individuato il giovane autore degli spari di poche ore prima “in casa loro”. In sostanza, gli avrebbero restituito l’affronto, “andando a sparare in casa sua”, seppure in quel raid non sia rimasto coinvolto nessuno. Nessun ferito, ma neanche nessun bossolo rilevato ed è questo l’aspetto più sconcertante: seppure sia ormai certo che ci siano state due sparatorie a distanza ravvicinata tra Volla e Ponticelli, non esistono prove oggettive, né interventi da parte delle forze dell’ordine, in grado di cristallizzare questi eventi.
Seppure gli istanti che hanno preceduto le circostanze in cui è maturato l’omicidio del 20enne Fabio Ascione che sicuramente non era presente a nessuno dei due raid, siano stati appunto contraddistinti da due azioni di fuoco, lo sparo che si è rivelato letale per il ragazzo che rincasava al termine della serata lavorativa, sarebbe partito in maniera accidentale, mentre il giovane di Ponticelli brandiva l’arma ed era probabilmente intento a raccontare agli amici quello che era accaduto poco prima, presumibilmente perché convinto di aver sparato tutti i colpi nel raid andato in scena a Volla, ma così non è stato. L’ultimo, fatale colpo, è quello che è partito dall’arma che maneggiava e che ha raggiunto l’innocente Fabio Ascione.
Una ricostruzione che concorre a rendere ancora più drammatiche le circostanze in cui è andato incontro alla morte il 20enne di rientro da una serata lavorativa e completamente estraneo a quel botta e risposta a suon di spari tra due gruppi di giovani armati provenienti da zone diverse.











