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Il cerchio del potere: ascesa, alleanze e ferocia del clan Sarno

Luciana Esposito di Luciana Esposito
21 Dicembre, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Antonio De Luca Bossa e Ciro Sarno

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Il clima era disteso, quasi familiare. Ciro Sarno, circondato da un gruppo di fedelissimi accorsi per fargli visita, trascorreva qualche ora in compagnia, tra risate e conversazioni. Un momento raro di calma per uomini abituati a convivere con l’ansia perenne di essere braccati. Poi, all’improvviso, il rombo assordante di elicotteri squarciò l’aria. Il panico fu immediato.

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Il boss e i suoi affiliati si sentirono finiti, convinti che fosse arrivata l’ora delle manette. Non tentarono nemmeno la fuga: sapevano che sarebbe stato inutile, forse addirittura controproducente. E invece, con enorme stupore, scoprirono che quei velivoli erano lì solo per un’esercitazione militare. Una coincidenza incredibile, un paradosso degno dell’ironia del destino. Il terrore si trasformò in una risata liberatoria, una di quelle che solo chi è abituato a sfidare la morte ogni giorno può comprendere davvero.

Una vita vissuta all’ombra del pericolo

Per Ciro Sarno e il suo clan, vivere significava costantemente guardarsi le spalle, prevedere imboscate, tenere sotto controllo rivali e infedeli. Ma significava anche alimentare senza sosta il motore delle attività illecite: droga, estorsioni, armi, affari sporchi. Due binari paralleli che definiscono l’intera parabola criminale del clan Sarno.

Una parabola costruita con metodo, accortezza e una sorprendente capacità strategica. Perché Sarno, oltre a essere spietato, era un abile tessitore di alleanze.

Le alleanze che portarono il clan nel cuore di Napoli

La vera espansione dei Sarno avvenne quando “‘o sindaco” riuscì a costruire un asse criminale con due storiche famiglie camorristiche: i Mazzarella di San Giovanni a Teduccio e i Misso del centro storico.

Questo patto sancì l’ingresso dei Sarno in una nuova dimensione: dalla periferia orientale al ventre pulsante di Napoli, fino alla zona occidentale. Grazie agli accordi con i clan dei Quartieri Spagnoli, della Torretta e di Fuorigrotta, i Sarno crearono una rete capillare che attraversava quasi tutta la città.

Non si trattava solo di affari, ma di vendetta. Le tre famiglie erano accomunate da un nemico comune: l’Alleanza di Secondigliano, composta da Contini, Licciardi e Mallardo.

Per i Mazzarella c’era da vendicare l’assassinio del padre; per i Misso, quello della moglie; per i Sarno, il più doloroso, quello del giovane Luigi Amitrano, vittima della prima autobomba camorristica in Campania.

L’autobomba di via Argine: la ferita insanabile

Il bersaglio dell’attentato doveva essere Vincenzo Sarno, fratello di Ciro e reggente del clan in sua assenza. Il piano era semplice: far saltare in aria l’auto blindata mentre si recava a firmare in commissariato. Ma la variabile imprevista fu l’irregolarità del manto stradale: la bomba esplose la sera precedente.

A morire fu Luigi Amitrano, nipote e autista del boss, reduce da una giornata trascorsa accanto alla figlia malata. Una morte che dilaniò la famiglia Sarno e alimentò un odio feroce.

Tre omicidi, tre ferite profonde, tre motivi per cui l’alleanza Mazzarella-Misso-Sarno divenne un fronte compatto e pronto a vendicare il sangue versato.

Il volto spietato di ’o sindaco

Dietro l’immagine del boss stratega e “uomo del popolo” si nascondeva però un lato brutale, privo di pietà. Durante il suo lungo regno criminale, Ciro Sarno commissionò decine di omicidi, colpendo rivali, traditori, presunti informatori e perfino semplici figure marginali ritenute pericolose per la tenuta del clan.

I traditori, in particolare, erano destinati a morte atroce. Per i Sarno, gli “infami” non dovevano essere solo eliminati: la loro esistenza doveva essere cancellata, in un rituale di annientamento totale.

Tra le vittime più note vi furono Mario Scala, Anna Sodano, Gennaro Busiello e Giuseppe Schisa. Quattro vite travolte dalla stessa furia, quattro storie spezzate nel nome di un clan che non ammetteva esitazioni o debolezze.

A ricordarlo è un passaggio durissimo del Gip Antonella Terzi:

“Quattro storie maledette, quattro tragici destini di oscuri manovali del crimine, schiacciati da scelte scellerate e orribilmente sacrificati per la gloria e la sopravvivenza del mostro onnivoro che è stato, per troppi anni, il clan Sarno di Ponticelli.”

Un impero fatto di sangue, strategie e paura

Il clan Sarno rappresentò per decenni una delle realtà criminali più vaste, longeve e organizzate della camorra napoletana. Un impero governato con una miscela di alleanze, paura, violenza e capacità strategiche, in cui Ciro Sarno dominava come un sovrano.

Un sovrano crudele e calcolatore, capace di costruire consenso e di distruggere vite con la stessa naturalezza.

E proprio nell’alternanza tra momenti di tensione assoluta e tragiche risate liberatorie, come quella giornata segnata dagli elicotteri militari, si riassume la vita di un boss che per anni ha tenuto Ponticelli e Napoli intera sotto il suo dominio oscuro.

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