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Ciro “’o Sindaco” Sarno, l’avidità e le minacce al figlio: “ti sparo in testa”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
4 Ottobre, 2025
in Cronaca, In evidenza
0
Ciro “’o Sindaco” Sarno, l’avidità e le minacce al figlio: “ti sparo in testa”
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Ciro Sarno, soprannominato “‘o Sindaco”, è una delle figure storiche della criminalità organizzata napoletana, noto non solo per il ruolo di vertice che ha ricoperto per decenni, ma anche per l’avidità e l’atteggiamento violento che lo hanno contraddistinto, unitamente all’acquisizione di un potere capillare e totale che gli valse proprio l’appellativo di “o’ sindaco”, in quanto capace di disporre del potere e dell’autorità necessari per deliberare qualsiasi tipo di decisione. Partito dal rione De Gasperi di Ponticelli, forte del supporto dei fratelli e di altri parenti ed amici, negli anni in cui iniziavano a scorrere i titoli di coda sul clan di Raffaele Cutolo, riuscì a conquistare un potere e un controllo del territorio che hanno enormemente compromesso le sorti del quartiere della periferia orientale di Napoli. Forte di un carisma che ha saputo far breccia nella mente e nei cuori di decine e decine di giovani che ha forgiato a immagine e somiglianza del suo disegno criminale, Ciro Sarno è stato capace di condizionare il destino di tantissimi giovani, oltre che di un intero quartiere.

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Dopo decenni trascorsi a ricoprire il ruolo di leader maximo della camorra napoletana, ‘o sindaco decise di pentirsi seguendo le orme degli altri fratelli che prima di lui avevano reso dichiarazioni alla magistratura. Consapevole che l’impero che aveva costruito era destinato a sgretolarsi, decise di distruggerlo con le sue mani cercando di trarre il massimo vantaggio anche da quella circostanza.

Per più di dieci anni, insieme agli altri fratelli, Ciro Sarno ha vissuto sotto la tutela dello Stato. Negli ultimi anni, stabilitosi in pianta stabile a Firenze, forte del supporto del fratello Vincenzo a Massa Carrara e di Pasquale a La Spezia, ha cercato di rifondare il clan avviando delle attività illecite nelle località in cui si erano trasferiti. In vista della capitalizzazione, ultimo e conclusivo atto del programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia, i Sarno si preparavano a rifocillare le finanze attingendo proventi illeciti attraverso estorsioni e business illegali, come il traffico dei rifiuti.

A scandire gli anni vissuti da boss di Ponticelli erano soprattutto le azioni individuali particolarmente deprecabili dei fratelli che, di volta in volta, si passavano il testimone ereditando la reggenza del clan, in base alle dinamiche determinate dagli arresti e dalle scarcerazioni. Escamotage finalizzati a protrarre la detenzione dei fratelli in carcere per preservare la leadership, ma anche forti contrasti riconducibili a ragioni di carattere economico: queste le motivazioni principali che hanno minato le fondamenta del clan Sarno, fino alla dissoluzione. Malgrado la provenienza da una famiglia poverissima, l’attaccamento al potere e la brama di denaro avevano minato i rapporti familiari, riuscendo a incrinare i rapporti tra fratelli.

Dinamiche che hanno segnato anche la versione 2.0 del rifondato clan oltre i confini della Campania e che hanno determinato forti screzi e litigi, non solo tra i fratelli Sarno.

Un episodio particolarmente significativo emerge dalle intercettazioni che hanno concorso a far luce sui business illeciti riorganizzati dagli ex boss di Ponticelli: il figlio di Ciro, Antonio Sarno, avrebbe rimproverato il padre e gli zii per aver adottato un comportamento “da mafioso”, mancando così di rispetto ai parenti uccisi di recente dai familiari degli ex affiliati condannati all’ergastolo proprio in seguito alle dichiarazioni rese dai fratelli Sarno in veste di collaboratori di giustizia. Sarno junior, in particolare, si riferisce agli omicidi di Mario Volpicelli, marito di una delle sorelle Sarno, estraneo alle dinamiche camorristiche e di Giovanni Sarno, fratello degli ex boss, disabile e con problemi di alcolismo. Entrambi furono uccisi in agguati di matrice camorristica, voluti per compiere una vendetta trasversale. Tanto basta per comprendere l’astio e il disappunto di Antonio Sarno al cospetto degli atteggiamenti “da mafioso” adottati dal padre e dagli zii e che a suo parere, risultavano lesivi della memoria dei due zii assassinati.

La reazione di Ciro è stata immediata e furiosa: “LA PROSSIMA VOLTA NON LA PASSI LISCIA… LA PROSSIMA VOLTA TI SPARO IN TESTA!…hai capito cornuto di merda!…sto scemo di merda!…io ti sono padre e non ti dico niente!”

Non si tratta di parole vuote: Ciro ribadisce la sua autorità con un’affermazione che non lascia dubbi sulla sua personalità e sul suo ritorno al controllo criminale: “SONO TORNATO A FARE IL CAMORRISTA, E LO FACCIO DOVE VOGLIO IO E DOVE DICO IO, CHIUDITI NEL CESSO HAI CAPITO?”

Ciro non si limita a minacciare: le conversazioni rivelano come il boss fosse ossessionato dal denaro e dal controllo delle risorse familiari. Rivolgendosi ad Antonio, insisteva sul pagamento fino all’ultimo euro dovuto e sulla provenienza dei soldi con cui il figlio aveva acquistato la propria casa, evidenziando la sua smodata attenzione al profitto e al possesso.

Il litigio, avvenuto il 3 aprile all’interno del Noleggio, sarebbe scaturito dal tono intimidatorio usato da Ciro nei confronti di Cozzolino Pietro e del figlio, definito “uno scemo” da Antonio. La discussione si è rapidamente intensificata, con Antonio che rimproverava il padre e gli zii per comportamenti passati, accusandoli di aver causato la morte di due zii e di aver provocato ferite a un altro familiare.

Dall’episodio emerge un ritratto chiaro di Ciro Sarno: un uomo che non solo esercita il potere con violenza, ma che misura ogni relazione e ogni azione attraverso la lente del profitto e del controllo familiare. Le intercettazioni documentano minacce, imposizioni economiche e l’uso della paura come strumento di comando, evidenziando come l’avidità e l’autoritarismo siano elementi centrali del suo stile di vita e del suo ruolo all’interno del clan. Malgrado gli anni trascorsi in veste di collaboratore di giustizia.

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