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Nel testo di una canzone dei Co’Sang tutta la rabbia di Ciro Colonna

Luciana Esposito di Luciana Esposito
10 Settembre, 2016
in News
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13346446_978466428940905_5644465281666826050_nSono trascorsi già tre mesi o sono trascorsi appena tre mesi?

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La risposta varia, a seconda degli stati d’animo e dei punti di vista.

La sostanza, solo la sostanza, quella che conferisce oggettiva e sostanziale certezza alla realtà dei fatti, solo quella non cambia.

Sono trascorsi tre mesi dalla morte dell’ultima vita innocente trucidata dalla camorra.

Quel pomeriggio del 7 giugno scorso, l’estate era alle porte e il 19enne Ciro Colonna si apprestava a tuffarsi a braccia aperte in quel mare di refrigerante spensieratezza.

Tra Ciro e la sua voglia di vivere, si è interposto un proiettile, uno solo.

“Una sola botta”, per dirla servendosi del gergo della camorra, dritta al petto.

Nelle terre di camorra può accadere anche questo, si può morire a 19 anni, perché il cecchino di turno, strafatto di cocaina, prende un abbaglio. Giunge sul posto per fare fuori un camorrista e decreta anche la morte di un giovane innocente.

Sono anche queste le regole tacite con le quali deve fare i conti chi vive “int’ ‘o Rione”: così s’intitola un brano dei Co’Sang, utilizzato anche in “Gomorra – La serie” per incrementare la suggestione legata alle scene criminali incastonate nella pellicola; utilizzato anche dai ragazzi come Ciro per esternare quel mix di malessere e conflitti esistenziali, peculiari di chi vive in quelle realtà e non sa esprimere a parole quella pioggia, incessante e devastante, di emozioni.

“Int’ o Rione” è uno degli ultimi videoclip che Ciro Colonna ha condiviso sul suo account di Facebook, lui che in un rione difficile come il Lotto O di Ponticelli, ci era nato e cresciuto. Ed è proprio lì che è stata decretata la sua condanna a morte.

I killer fanno irruzione nel circolo ricreativo di via Cleopatra per stanare il boss dei Barbudos, Raffaele Cepparulo detto “Ultimo”, nel parapiglia generale, Ciro – che in quel momento era intento a giocare a biliardino – perde gli occhiali da vista. Si china per raccoglierli e, in quel momento, uno dei due killer gli spara, pensando che stesse cercando di raccogliere un’arma per replicare al fuoco.

“Che hai fatto? Hai sparato a questo!? – gli urlerà contro l’altro killer, indicando Ciro Colonna – dovevamo uccidere solo a questo! – riferendosi a Cepparulo – … vabbè, andiamocene.”

Non è un dialogo estrapolato dal copione di Gomorra, a parlare è la follia criminale di chi ha scelto di sposare il sistema e vivere nel rispetto di quelle regole. A parlare è la voce della triste realtà che troppo spesso frana nei giorni di chi vive “Int’ o Rione”.

Da Scampia a Ponticelli, passando per il Rione Sanità, spingendosi fino alle Favelas brasiliane: i testi di certe canzoni, raccontano una realtà trasversale, così come le storie di quei ragazzi che sentono quelle parole cucite tra le crepe della loro anima identitaria.

Proprio com’è successo a Ciro Colonna: un ragazzo di 19 anni, nato, cresciuto e ucciso “int’ o Rione”. 

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