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Omicidio Fabio Ascione: «Fu Eugenio Ascione a consegnare la pistola ad Autiero prima della sparatoria»

Luciana Esposito di Luciana Esposito
16 Giugno, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Omicidio Fabio Ascione: «Fu Eugenio Ascione a consegnare la pistola ad Autiero prima della sparatoria»
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Sarebbe stato Eugenio Ascione, cugino della vittima Fabio Ascione, a consegnare la pistola utilizzata da Francescopio Autiero pochi minuti prima del conflitto a fuoco culminato con l’uccisione del giovane. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e dalle ordinanze cautelari emesse nell’ambito delle indagini sui fatti avvenuti a Ponticelli nella notte tra il 6 e il 7 aprile 2026.

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Secondo la ricostruzione degli investigatori, confermata dal giudice per le indagini preliminari e successivamente dal Tribunale del Riesame, l’arma sarebbe passata dalle mani di Eugenio Ascione a quelle di Francescopio Autiero all’esterno del “Bar Lively”, poco prima della spedizione armata contro presunti rivali provenienti da Volla.

Le immagini delle telecamere

Determinanti per l’accusa sarebbero state le immagini del sistema di videosorveglianza del locale. Nei fotogrammi analizzati dai carabinieri della Compagnia Napoli Poggioreale si vede Fabio Ascione entrare nel bar, consumare qualcosa e poi uscire per parlare con il cugino Eugenio prima di allontanarsi verso casa.

Successivamente compare Francescopio Autiero che raggiunge l’area esterna del locale. Poco dopo, secondo gli investigatori, Eugenio Ascione si avvicina a lui e, tenendo le mani in tasca e aprendo il giubbotto, gli mostra il fianco in modo da coprire la visuale delle telecamere.

Proprio in quei momenti, sostengono gli inquirenti, Autiero avrebbe prelevato una pistola nascosta addosso ad Ascione. In uno dei frame analizzati sarebbe visibile perfino la canna dell’arma, prima che questa venga occultata nella tasca del giubbotto dell’indagato.

Lo scooter e il conflitto a fuoco

Dopo la consegna della pistola, gli investigatori ricostruiscono l’arrivo di alcuni soggetti e l’agitazione crescente del gruppo presente davanti al bar. Autiero sale quindi sullo scooter guidato da un minore. Secondo quanto riportato negli atti, mentre Autiero prende posto sul motociclo avrebbe compiuto un movimento compatibile con lo “scarrellamento” dell’arma, caricandola prima di partire.

Pochi istanti dopo, le telecamere immortalano il conflitto a fuoco con un’autovettura scura. Una sparatoria che scatena il panico tra i presenti e che, secondo la Procura, si inserisce in una più ampia contrapposizione tra gruppi criminali attivi nell’area orientale di Napoli.

L’omicidio di Fabio Ascione

Per gli inquirenti esiste un collegamento diretto tra la consegna della pistola e la successiva morte di Fabio Ascione, perché il colpo mortale che ha raggiunto il giovane sarebbe stato esploso proprio dalla pistola detenuta da Autiero e affidatagli poco prima da Eugenio Ascione.

«Dalle stesse ammissioni dell’Autiero – si legge nel provvedimento – risulta certo che l’unico colpo che ha attinto mortalmente il malcapitato Ascione Fabio sia stato esploso dalla pistola che l’Autiero stesso deteneva e portava in luogo pubblico, la stessa che gli aveva poco prima affidato l’Ascione Eugenio per il raid armato contro i rivali vollesi».

L’aggravante mafiosa

La Procura contesta ad Ascione non soltanto la detenzione e il porto illegale dell’arma, ma anche l’aggravante mafiosa.

Secondo l’accusa, infatti, la pistola sarebbe stata utilizzata nell’ambito di una contrapposizione armata tra gruppi collegati a contesti camorristici rivali, entrati in contrasto negli ultimi tempi per motivi legati alla spartizione del business dei furti di auto nella zona. Gli investigatori evidenziano presunti rapporti di contiguità tra alcuni protagonisti della vicenda e il clan De Micco, storicamente radicato nel quartiere Ponticelli. Francescopio Autiero è infatti il nipote di una delle figure apicale del clan dei cosiddetti “Bodo”.

Le modalità dell’azione, una sparatoria in strada, compiuta in piena notte e in presenza di numerosi testimoni, vengono descritte dagli inquirenti come tipiche dell’agire mafioso e capaci di generare un forte clima di intimidazione sul territorio.

Le accuse e la misura cautelare

Per Eugenio Ascione il quadro indiziario viene ritenuto particolarmente grave. Oltre alla presunta consegna dell’arma, gli inquirenti contestano all’indagato di aver cercato di nascondere il passaggio della pistola alle telecamere e di essere stato pienamente consapevole dell’utilizzo che ne sarebbe stato fatto durante la spedizione armata.

Il giudice ha inoltre evidenziato il rischio di reiterazione dei reati e la vicinanza dell’indagato ad ambienti criminali, ritenendo insufficiente qualsiasi misura alternativa alla detenzione in carcere.

L’inchiesta prosegue ora per chiarire tutti i ruoli e le responsabilità dei soggetti coinvolti nella vicenda che ha portato alla morte di Fabio Ascione e che, secondo gli investigatori, si inserisce nel contesto delle tensioni criminali che interessano l’area orientale del capoluogo partenopeo.

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