Nel corso delle lunghe e assidue conversazioni telefoniche con la giornalista Luciana Esposito, Ciro Sarno non faceva niente per nascondere il rancore e l’odio atavico che covava per i De Luca Bossa, gli ex alleati poi diventati acerrimi nemici quando Antonio De Luca Bossa alias Tonino ‘o sicco, dopo un pezzo importante di vita vissuto al soldo dei fratelli del Rione De Gasperi di Ponticelli in veste di “macellaio del clan”, rendendosi autore di efferati omicidi, optò per la scissione, – secondo quanto riferito da Ciro Sarno – fomentato da sua madre Teresa De Luca Bossa che in quel periodo storico aveva già intrapreso una relazione extraconiugale con il boss di Pianura Giuseppe Marfella. E proprio la relazione sentimentale della madre con il boss di Napoli ovest, a dire di Ciro Sarno, fu il motivo scatenante per il quale la “donna Teresa” convinse il figlio a dissociarsi dai Sarno, all’indomani di una clamorosa richiesta avanzata da Vincenzo Sarno quando ricopriva il ruolo di reggente del clan: le impose il pedaggio di una tangente di trecento milioni di lire sulle piazze di droga che gestiva nel quartier generale dei De Luca Bossa, il Lotto O di Ponticelli. Fino a quel momento, la famiglia De Luca Bossa aveva sempre trattenuto per sé i proventi dello spaccio, pertanto quella brusca inversione di rotta fu mal recepita da Teresa De Luca Bossa, ma quello – secondo Ciro Sarno – non fu l’unico motivo per il quale la donna convinse il figlio a prendere le distanze dai Sarno.
La frattura tra i clan Sarno e De Luca Bossa nasce da un episodio destinato a incrinare per sempre un equilibrio già fragile: la relazione extraconiugale di Teresa De Luca Bossa con Giuseppe Marfella, boss di Pianura. Un tradimento vissuto apertamente mentre suo marito Umberto è in carcere e che, in un contesto dominato dal codice d’onore, rappresenta per i Sarno un affronto inaccettabile.
La situazione esplode durante il processo “Nemolato”, quando Teresa si presenta in tribunale accompagnata proprio da Marfella e dai suoi guardaspalle. Un gesto clamoroso che umilia i Sarno e mette in dubbio la loro autorità. Secondo la logica camorristica, la punizione per tale infedeltà sarebbe stata la morte degli adulteri, ma Antonio De Luca Bossa, detto ’o sicco, figlio di Teresa, si oppone all’uccisione della madre e dell’amante, sorprendendo i vertici dei Sarno.
Temendo ritorsioni, Secondo Ciro Sarno, Teresa inizia a insinuare nel figlio il timore di un possibile attentato nei suoi confronti da parte degli ex alleati. È così che si incrina il rapporto di fiducia tra i Sarno e i De Luca Bossa e nasce la spinta verso l’allontanamento definitivo che sfocia in una sanguinosa faida di camorra.
Nel frattempo, Umberto De Luca Bossa viene scarcerato per gravi condizioni di salute e si trasferisce vicino alla caserma dei carabinieri di Cercola: un segnale evidente della tensione crescente. Dopo la sua morte, le divergenze tra i due clan si acuiscono ulteriormente. Durante la detenzione di Ciro Sarno, alias ’o sindaco, il comando passa al fratello Vincenzo, che tenta di sottrarre a Teresa il controllo dello spaccio nel Lotto O, accentrando tutto il potere in mano ai Sarno. Una decisione che Tonino ’o sicco vive come un’umiliazione e un tradimento.
In sostanza, Ciro Sarno sostiene che la scissione voluta dai De Luca Bossa sia frutto della manovra ordita da Teresa De Luca Bossa per salvare la sua vita e quella dell’uomo con cui aveva una relazione, Giuseppe Marfella.
Del resto, era già accaduto anche che altri affiliati per fornire una concreta prova di fedeltà si erano impegnati per uccidere “parenti traditori”. Un atto di assoggettamento e fedeltà imprescindibile, secondo i fratelli Sarno. Ne era consapevole Teresa De Luca Bossa e per questo convinse il figlio a prendere le distanze dalla cosca del rione De Gasperi per salvare la sua vita e quella di Marfella.
Il punto di non ritorno fu toccato e superato dall’attentato stragista con autobomba, pianificato da Antonio De Luca Bossa per annunciare la scissione dal clan Sarno e che avrebbe dovuto portare alla morte del boss Vincenzo Sarno. L’ordigno piazzato nel ruotino di scorta dell’auto blindata guidata dal giovane nipote e autista del boss, Luigi Amitrano, doveva essere azionato quando Sarno, sottoposto all’obbligo di firma, si sarebbe recato in commissariato, come tutte le domeniche. E, invece, complice il dissesto del manto stradale, l’ordigno s’innescò anzitempo la sera prima, mentre Amitrano rincasava da solo, dopo aver trascorso l’intera giornata al capezzale della figlia Rita, ricoverata all’ospedale Santobono di Napoli.
La scissione segna l’inizio di una fase sanguinaria: i Sarno cacciano brutalmente i De Luca Bossa da Ponticelli e solo il crollo del loro impero consente ai rivali di riconquistare il territorio. In un ultimo tentativo di saldare la frattura, Teresa scrive una lettera a Ciro Sarno in carcere chiedendo clemenza, ma il gesto ottiene l’effetto opposto: ’o sindaco lo interpreta come un tentativo di aggravare la sua posizione e si infuria ulteriormente. Sarno spiega che “donna Teresa” era consapevole che le missive sarebbero state lette dalla polizia penitenziaria e pertanto presume che la donna avesse scritto quella lettera con la sola intenzione di aggravare la sua posizione dinanzi alla legge.
La separazione tra i due clan, nata da passioni personali, ambizioni e rivalità interne, si trasforma così in una delle faide più profonde e simboliche della camorra dell’epoca.
La morte violenta ed eclatante del giovane nipote dei Sarno diede il via a una delle faide di camorra più sanguinarie della storia della camorra napoletana che registrò una prima battuta d’arresto quando Antonio De Luca Bossa uscì definitivamente di scena, in manette. Mentre il tracollo definitivo fu sancito dal pentimento dei fratelli Sarno e di altre figure apicali del clan che per circa trent’anni ha tenuto sotto scacco mezza Napoli e provincia. Su questo fronte, tuttavia, si registra l’anomalia più vistosa: nessun membro della famiglia De Luca Bossa si è mai pentito, eccezion fatta per Anna De Luca Bossa che nel 2014 manifestò la volontà di collaborare con la giustizia, salvo poi ritrattare dopo aver reso le prime dichiarazioni.
Una decisione ferma e intransigente, quella portata avanti dalle figure apicali del clan, come Antonio De Luca Bossa, Teresa De Luca Bossa, Ciro Minichini, cognato di Tonino ‘o sicco, deceduto di recente dopo aver combattuto a lungo con una grave malattia. Neanche dinanzi alla consapevolezza che gli fosse rimasto poco tempo da vivere, “Cirillino” ha optato per la via della redenzione ed è morto in carcere.
Secondo Ciro Sarno, nel corso dell’udienza di uno dei tanti processi a loro carico, Antonio De Luca Bossa, approfittando della presenza delle altre figure di spicco del clan in videocollegamento, compreso il cognato “Cirillino”, avrebbe lanciato messaggi criptici finalizzati ad indurre i suoi sodali a valutare l’ipotesi del pentimento: “che dobbiamo fare? qua siamo rimasti quattro gatti!”, avrebbe affermato Tonino ‘o sicco. Una frase proferita – secondo Ciro Sarno – per lanciare un messaggio ai suoi, sottolineando la difficoltà di poter riuscire a sopravvivere al terremoto giudiziario che il pentimento degli ex alleati era destinato a scatenare e di conseguenza, avrebbe suggerito ai suoi di valutare la possibilità di collaborare a loro volta con la giustizia.
Secondo Ciro Sarno, dietro la scelta di non collaborare dei De Luca Bossa si celerebbe la consapevolezza che la vendetta dell’Alleanza di Secondigliano sarebbe spietata e rischierebbe di colpire anche i parenti estranei alle logiche camorristiche. Quando Tonino ‘o sicco entrò in rotta di collisione con i Sarno, strinse accordi con “il mostro a tre teste” creato dall’alleanza tra i tre clan di Napoli nord. Fu proprio l’Alleanza a fornirgli l’ordigno che uccise il nipote dei Sarno. Uno scenario che lascia presumere che la cosca del Lotto O sia a conoscenza di informazioni che potrebbero sortire gravi conseguenze per l’Alleanza.
Per questo, la morte di Ciro Minichini decreta la fine di un’era: una morte che potrebbe fungere da monito per gli altri affiliati al clan che potrebbero optare per una soluzione diversa. Di fatto, “Cirillino” avrebbe potuto scrivere un clamoroso colpo di scena, alla vigilia della morte, rivelando alla magistratura retroscena ancora avvolti nel mistero, dicendo addio alla vita terrena in veste di primo fedelissimo dei De Luca Bossa ad aver intrapreso il percorso di collaborazione con la giustizia. E, invece, ha scelto di restare fedele al codice d’onore della camorra, fino all’ultimo respiro.










