Non si sono mai conosciuti, pur essendo parenti, ma ad accomunarli è soprattutto lo stesso feroce destino: Carmine D’Onofrio, 23 anni, figlio naturale del boss Giuseppe De Luca Bossa, Antonio Minichini, 19 anni, figlio di Anna De Luca Bossa e del boss Ciro Minichini. Due cugini, entrambi uccisi in un agguato di matrice camorristica, nell’ambito dell’eterna faida di Ponticelli. Su entrambi gli omicidi, secondo la ricostruzione degli inquirenti, aleggia l’ombra dei De Micco, ma in entrambi i casi, gli imputati sono stati assolti.
L’Omicidio di Antonio Minichini
La sera del 29 gennaio del 2013, Antonio Minichini era in sella a uno scooter con un amico, Gennaro Castaldi, in via Arturo Toscanini, nel rione Conocal di Ponticelli, sotto casa di quest’ultimo. Castaldi era ritenuto contiguo al clan D’Amico, l’organizzazione camorristica impegnata in una sanguinaria faida di camorra con i De Micco per il controllo degli affari illeciti a Ponticelli. Minichini fu assassinato solo perchè quando i sicari entrarono in azione era in compagnia dell’amico che i rivali avevano deciso di eliminare per portare a casa un punto prezioso, utile a rilanciare le quotazioni del clan nell’ambito della guerra di camorra in corso. Seppure Minichini fosse il rampollo di due famiglie camorristiche di lungo corso, non era inserito nelle dinamiche malavitose. Ciononostante gli furono negati i funerali in chiesa. La sua morte ha concorso a inasprire oltremodo le ostilità tra i due clan, proiettando acredini e conti in sospeso ben oltre le dinamiche legate agli interessi economici e agli equilibri criminali.
La morte di Antonio Minichini ha sancito un durissimo punto di non ritorno, soprattutto perché nel corso degli ultimi anni ha fomentato il vivo desiderio di vendetta covato dalle famiglie/clan De Luca Bossa e Minichini che hanno riposto le aspettative soprattutto in Michele Minichini, fratellastro di Antonio e protagonista di una violenta stagione di sangue all’ombra del Vesuvio, quando i clan confluiti nell’alleanza che riuniva tutte le vecchie famiglie d’onore dell’ala est di Napoli conquistarono il controllo del territorio, a discapito dei De Micco.
L’omicidio di Carmine D’Onofrio
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, proprio mettendo la firma sull’omicidio del 23enne figlio naturale del boss Giuseppe De Luca Bossa, i De Micco avrebbero riconquistato il controllo del territorio, all’indomani della scarcerazione del boss Marco De Micco. Carmine D’Onofrio aveva scoperto da poco l’identità del suo vero padre. Una rivelazione che ha turbato profondamente il suo animo e ha cambiato in maniera radicale il suo stile di vita. Secondo la ricostruzione dei magistrati, sarebbe stato lui a lanciare un ordigno oltre il cancello di casa De Micco la sera del 29 settembre 2021, con il chiaro intento di rilanciare la supremazia del clan della famiglia alla quale aveva scoperto di appartenere, dopo aver trascorso gran parte della sua vita nella convinzione di essere i figlio di un lavoratore umile e onesto. L’agguato in cui ha perso la vita all’incirca una settimana dopo quel raid, rappresenterebbe la replica del clan De Micco al raid subito. Consapevole che poco prima della deflagrazione sua figlia stava giocando in quello stesso cortile dove è esplosa la bomba, il boss avrebbe ordinato la condanna a morte del responsabile, identificato nel 23enne incensurato e figlio di Peppino De Luca Bossa, dopo il violento interrogatorio del presunto complice. Il killer è entrato in azione in pieno lockdown, sotto casa di D’Onofrio, mentre rincasava insieme alla compagna all’ottavo mese di gravidanza. La squadra Mobile di Napoli ha chiuso il cerchio delle indagini nell’arco di sei mesi, portando all’arresto del boss Marco De Micco e di Giovanni Palumbo detto il piccione, Ciro Ricci alias panino, Fernando Viscovo detto miobabbo e Giuseppe Russo. Al termine del processo di primo grado tutti gli imputati sono stati assolti per insufficienza di prove.
L’Assoluzione di De Micco e Volpicelli poche ore prima dell’omicidio D’Onofrio
C’è un altro dettaglio che concorre a legare a filo doppio le storie e i destini incrociati di Antonio Minichini e Carmine D’Onofrio: poche ore prima dell’omicidio di Carmine D’Onofrio, era giunta l’assoluzione di Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli, imputati per il duplice omicidio di Antonio Minichini e Gennaro Castaldi. In primo grado entrambi erano stati condannati all’ergastolo, mentre l’appello ha ribaltato il verdetto, poi confermato nella giornata di lunedì 21 settembre nell’ambito del giudizio di rinvio.
La sera del 6 ottobre 2021, la notizia dell’assoluzione di Volpicelli e De Micco si diffuse rapidamente tra le strade del quartiere e fu rilanciata dal lungo e fragoroso spettacolo pirotecnico voluto per festeggiare la notizia che ha riacceso le speranze della famiglia De Micco di riabbracciare uno dei tre fratelli fondatori dell’omonimo clan. All’indomani dell’omicidio di un altro giovane nelle cui vene scorreva il sangue dei De Luca Bossa, a quella pioggia di fuochi d’artificio venne attribuito un ulteriore significato, ben più pregno di suggestione.
La vendetta dei rivali: l’omicidio dell’innocente Mario Volpicelli
A intristire oltremodo lo scenario che intreccia volti e storie di giovani vite stroncate dagli spari della camorra, concorre la vendetta trasversale voluta dai Minichini-De Luca Bossa per pareggiare i conti con i “Bodo”: l’omicidio di Mario Volpicelli, estraneo alle logiche camorristiche, lavoratore onesto, padre e nonno, ucciso solo perché era lo zio di Gennaro Volpicelli. Un altro vincolo di parentela ha concorso a decretare la condanna a morte del cartello composto dai vecchi clan di Napoli est: Mario Volpicelli aveva sposato una delle sorelle Sarno, quindi era il cognato degli ex boss di Ponticelli che con le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia avevano concorso a garantire ergastoli e pene severe per i loro ex sodali.
La morte di un giovane innocente vendicata uccidendo un uomo innocente: questo il piano criminale pianificato dai clan alleati e materialmente eseguito da Michele Minichini, fratello di Antonio.
Due omicidi irrisolti, sullo sfondo l’eterna faida di Ponticelli
Quello che resta della vicenda giudiziaria volta a far luce sull’omicidio di Antonio Minichini e Carmine D’Onofrio è un duplice punto interrogativo. Due giovani morti sulle quali aleggia l’ombra dei De Micco, ma il verdetto emesso nelle aule di tribunale sentenzia una verrà diversa per due giovani morti che attendono giustizia.
Due morti che hanno inciso in maniera determinante sull’evoluzione delle dinamiche criminali del quartiere, contribuendo a mutare profondamente equilibri e scenari, ma soprattutto innescando un severo imbruttimento delle ostilità tra i Minichini-De Luca Bossa e i De Micco, come comprova il tatuaggio-simbolo del desiderio di rivalsa di coloro che hanno subito e patito quel duplice lutto: quello scalfito sul petto di Michele Minichini, accanto al volto del fratellastro. Una frase in spagnolo che recita “verrà il giorno della vendetta”. Una vendetta inseguita, ma mai realmente inscenata, perchè, di fatto, non solo Michele minichini, ma anche gli altri membri della famiglia, non sono mai riusciti a colpire un De Micco. Ciro Minichini è morto in carcere, Michele Minichini è destinato ad andare incontro allo stesso destino del padre, suo fratello Alfredo resterà recluso ancora per molti anni, al pari delle altre figure-simbolo del clan De Luca Bossa. Tra ergastoli e pene massicce, la cosca del Lotto O allo stato attuale è notevolmente ridimensionata.
Almeno per il momento, anche il desiderio di vendetta è archiviato, al pari delle velleità criminali del clan.










