Ci sono sentenze che non restituiscono la vita a nessuno, ma che almeno provano a dare un nome e una responsabilità al dolore.
I sei ergastoli inflitti per gli omicidi maturati nella faida di Napoli Est chiudono un capitolo giudiziario importante ma, soprattutto, riportano alla luce una delle storie più crudeli di quella stagione di sangue: l’omicidio di Mario Volpicelli.
Mario non era un boss, non era negato a nessun clan, non era addentrato in nessuna dinamica criminale. Era un uomo semplice, un lavoratore onesto, padre, marito, nonno. Ogni giorno si guadagnava da vivere spaccandosi la schiena in un negozio “Tutto 50 centesimi”, con la dignità silenziosa di chi conosce il peso del lavoro.
La sera del 30 gennaio 2016 tornava a casa come sempre, con le buste della spesa tra le mani. Non immaginava che pochi istanti dopo sarebbe stato affiancato da due killer a bordo di una moto e ucciso. Non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che rappresentava.
Mario era il cognato dei fratelli Sarno e lo zio di Gennaro Volpicelli, stimato essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Antonio Castaldi, fratellastro di Michele Minichini. Bastò questo legame di sangue per trasformare Mario Volpicelli in un bersaglio. Una vendetta trasversale, fredda e senza logica, in cui a pagare non sono solo i nemici, ma le loro famiglie. Michele Minichini uccise Volpicelli per vendicare l’omicidio del fratellastro, realizzando quella brama di rivalsa che portava tatuata sul petto, unitamente al volto di Antonio Minichini, figlio di due figure apicali della camorra di Napoli est: il boss Ciro Minichini, detto Cirillino, e Anna De Luca Bossa, sorella del boss Tonino ‘o sicco. Non a caso, Volpicelli fu ucciso alla vigilia dell’anniversario della morte di Antonio Minichini e il giorno seguente, Anna De Luca Bossa postò sui social network alcune foto che la ritraevano mentre “festeggiava”.

Una serie di scatti macabri che cozzavano terribilmente con il cordoglio che la ricorrenza avrebbe imposto e che inequivocabilmente sottolineavano la gioia della donna al cospetto della vendetta messa a segno dal figliastro, Michele Minichini, che a sua volta commentò quei frame con frasi inequivocabili.

Secondo la ricostruzione emersa anche nel corso dell’iter giuridico, alimentato da una spirale di rancore e violenza che aveva ormai superato ogni confine umano. Sul corpo e nella storia di Michele Minichini resta anche il simbolo di quella logica distorta: una frase tatuata, “Será el día de la venganza”, che racconta un’idea di giustizia deformata fino a diventare solo distruzione.

Mario è diventato questo: il simbolo di ciò che la camorra produce quando perde qualsiasi freno, quando non distingue più colpevoli e innocenti.
L’ergastolo per i responsabili di quell’omicidio, insieme a quelli per altri delitti della stessa scia di sangue, chiude un percorso giudiziario lungo e complesso. Ma non cancella la realtà più dura: in quelle guerre non muoiono solo i soggetti coinvolti nelle logiche criminali, ma anche innocenti, padri di famiglia, lavoratori onesti, solo perché imparentati con bersagli difficili da colpire.
La vicenda di Mario Volpicelli attraversa le aule di tribunale, ma non si esaurisce lì. Appartiene alle strade di Ponticelli, alle famiglie, a chi resta e continua a fare i conti con un’assenza impossibile da spiegare. Malgrado i dieci anni trascorsi dalla tragica notte in cui Mario Volpicelli andò incontro a quel feroce destino mentre percorreva la strada che lo avrebbe ricondotto a casa, al termine dell’ennesima settimana lavorativa, il suo sorriso cordiale, la sua umanità e gentilezza, la sua generosità genuina e spontanea, continuano a vivere nel cuore e nei ricordi di tutti coloro che lo hanno conosciuto e che tuttora faticano a fare i conti con quella morte assurda.










