Quel volto inciso sul petto di Michele Minichini, killer del cartello camorristico composto dai vecchi clan dell’ala orientale di Napoli, non è solo un tatuaggio: è la storia di una vendetta, di una faida che ha trasformato Ponticelli in teatro di sangue e dolore. Si tratta del volto di Antonio Minichini, il fratellastro di Michele, ucciso nella sera del 29 gennaio 2013 insieme a Gennaro Castaldi, in via Arturo Toscanini, mentre si trovavano sotto casa di quest’ultimo, nel rione Conocal di Ponticelli, fortino dei D’Amico, il clan al quale era legato Castaldi.
Antonio era estraneo all affari di famiglia, pur essendo figlio del boss Ciro Minichini e di Anna De Luca Bossa, la lady-camorra del Lotto O e sorella del sanguinario boss Tonino ‘o sicco. Fu ucciso solo perché era in compagnia di Gennaro Castaldi al momento dell’agguato. I due giovani vennero trasportati all’ospedale Loreto Mare: Castaldi morì poco dopo il ricovero, Antonio all’alba del giorno successivo, nonostante un disperato intervento chirurgico.
L’omicidio giunse al culmine di tensioni tra i due clan pronti a contendersi il controllo del territorio, in seguito alla dissoluzione dell’impero dei Sarno: il cartello composto dai “Bodo” e dai barresi, rivendicava una percentuale del 50% sugli affari illeciti solo del parco Conocal. Ma Giuseppe D’Amico alias “Peppino Fraulella” aspirava a incassare la stessa quota su tutto il quartiere. Il mancato accordo portò a uno scontro armato che segnò l’inizio di una faida sanguinaria a Ponticelli, durata anni e ancora oggi parte integrante della memoria criminale del quartiere, perché ancora capace di sortire strascichi e condizionamenti sulle dinamiche camorristiche.
Nel corso dell’iter giuridico che ha riservato non pochi colpi di scena, Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli, imputati per il duplice omicidio con l’aggravante del metodo mafioso, furono assolti in appello il 6 ottobre 2021, dopo che furono messi in dubbio i racconti del collaboratore di giustizia Domenico Esposito. La Suprema Corte di Cassazione ha poi deciso di annullare con rinvio la sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti dei due boss.
«Era un periodo in cui cercavano di prendere Christian Marfella – figlio di Giuseppe Marfella e Teresa De Luca Bossa – per ucciderlo e anche le persone che camminavano con lui, tra le quali il figlio di “Cirillino” Minichini. Dopo vari tentativi venimmo a sapere che Genny Castaldi aveva la ritirata a casa alle 8 di sera. Partimmo con una Atos onesta (“pulita”, ndr), che era della persona cui mandavo i messaggi per la droga, ma lui non ne sapeva niente. Andammo sotto casa di Castaldi e abbiamo aspettato un quarto d’ora, massimo venti minuti. Eravamo io, Gennaro Volpicelli e Salvatore De Micco (fratello di Marco, ndr). Nessuno dei tre fuma né ha fumato durante l’attesa. Quando vedemmo arrivare l’SH bianco con in sella Antonio Minichini e Gennaro Castaldi, Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli spararono. Il primo fu De Micco a Minichini che guidava. Quando il motorino cadde, De Micco sparò anche contro Gennaro Castaldi fino a che la pistola non si inceppò. Allora sparò anche Volpicelli, contro Castaldi che aveva accennato alla fuga. Io ero armato, ma non sparai, tanto che De Micco mi rimproverò. I due che fecero fuoco avevano due 9×21, io un 357 di quelli che ho fatto sequestrare oggi». Questa la ricostruzione dei fatti avvenuti quella sera, fornita da Domenico Esposito.
Tuttavia, nel corso del processo, si fa spazio un retroscena che fa vacillare clamorosamente l’attendibilità delle dichiarazioni di Domenico Esposito. Una lettera di scuse indirizzata al boss Marco de Micco, nella quale “o’ cinese” si pente di essere diventato collaboratore di giustizia e spiega che quella scelta è maturata perché “gli avevano messo i vermicelli in testa”, ovvero, Roberto Boccardi – un altro affiliato al clan – gli aveva fatto credere che volessero liberarsi di lui. Quindi, vedendo la sua vita in pericolo, scelse di collaborare con la giustizia per beneficiare, così, della protezione dello Stato.
Una lettera che Marco De Micco aveva ricevuto circa due anni prima, quindi all’incirca un anno dopo il duplice omicidio dei due giovani, mentre era detenuto agli arresti domiciliari in un comune del milanese. Un asso nella manica che i De Micco si giocano in tribunale per invalidare le dichiarazioni di ‘o cinese e che si è rivelato utile a mettere in discussione il fine pena mai incassato nel processo di primo grado.
Proprio poche ore dopo i festeggiamenti andati in scena per celebrare l’importante verdetto che riapre le speranze di vedere riaprire le porte del carcere per i due ras dei De Micco, la scia di sangue si allungò: nel quartier generale dei De Micco, a San Rocco, la sentenza fu celebrata con fuochi d’artificio, uno spettacolo pirotecnico che annunciò un nuovo, efferato omicidio, quello di Carmine D’Onofrio, figlio naturale del boss Giuseppe De Luca Bossa, fratello di Tonino ‘o sicco. Sei mesi dopo l’omicidio di D’Onofrio, avvenuto nei pressi della sua abitazione, nel rione san Rocco, sotto gli occhi impotenti della compagna incinta, il boss Marco De Micco e altri quattro affiliati finirono in manette, ma gli imputati sono stati assolti con formula piena lo scorso maggio.
Il tatuaggio sul petto di Michele Minichini è diventato il simbolo di un’ossessione, di un dolore incancellabile e di un ciclo di vendette che continua a segnare Ponticelli. Ogni gesto di violenza, ogni morte precoce di un giovane, mostra come la camorra continui a sacrificare vite innocenti per il proprio onore. Come recita il tatuaggio, la vendetta è cercata e desiderata, ma troppo spesso arriva a pagare il prezzo della vita di altri, estranei a quelle logiche criminali.
“Verrà il giorno della vendetta”: una promessa incisa sulla pelle che, nei fatti, si è tradotta nell’ennesima dimostrazione della ferocia e dell’insensatezza delle logiche camorristiche. Perché quella vendetta non ha colpito i responsabili dell’agguato, non ha ristabilito alcun equilibrio criminale, né ha sanato una ferita. L’unico a pagare con la vita è stato il 52enne Mario Volpicelli, marito, padre, nonno, lavoratore onesto, colpevole solo di un legame di parentela, sacrificato sull’altare di una guerra che continua a mietere vittime innocenti. Mario era lo zio di Gennaro Volpicelli, uno dei due presunti esecutori materiali dell’omicidio di Minichini e Castaldi. Ucciso il 30 gennaio del 2016, il giorno dopo il terzo anniversario della morte del giovane Minichini, alla vigilia del giorno in cui suo cognato avrebbe festeggiato l’onomastico: Ciro Sarno, ‘o sindaco, ex boss di Ponticelli che ha poi optato per la collaborazione con la giustizia. Proprio dalle dichiarazione rese alla magistratura sono scaturite condanne pesanti che hanno segnato in maniera indelebile le dinamiche camorristiche dell’area orientale di Napoli. Anche per questo motivo è stato freddato come un boss, Mario Volpicelli, mentre tornava a casa con le buste della spesa tra le mani.
Un epilogo che racconta, ancora una volta, come nelle faide di camorra la vendetta sia cieca, trasversale e vigliacca, incapace di distinguere tra chi sceglie la criminalità e chi vive onestamente. E mentre i killer inseguono l’illusione dell’onore, a perdere sono sempre gli stessi: le famiglie distrutte, i quartieri condannati alla paura, e una città che continua a pagare il prezzo più alto per guerre che non le appartengono.











