È deceduto lo scorso venerdì 28 novembre, presso il reparto sanitario del carcere di Opera, a Milano, Ciro Minichini, noto con il soprannome “Cirillino”, figura di primo ordine della camorra di Napoli est. Per anni “ras” del rione Lotto O di Ponticelli, quartier generale dei De Luca Bossa, per effetto dell’alleanza con Tonino ‘o secco, consolidata dal legame sentimentale con la sorella, Anna De Luca Bossa, Minichini era detenuto con regime di carcere duro da oltre un decennio.
Il decesso è giunto al culmine di una lunga malattia che ne aveva già messo a dura prova la salute. Una morte che per certi versi segna la fine di un’era: molti segreti della faida che per decenni ha insanguinato Napoli Est, quando il clan da lui capeggiato entrò in rotta di collisione con gli ex alleati del clan Sarno, da oggi, rischiano di andare con lui. A meno che altre figure apicali del clan De Luca Bossa, protagoniste di quella sanguinaria stagione, non optino per la collaborazione con la giustizia.
Cresciuto nell’area di Ponticelli, Minichini divenne ben presto figura di riferimento per il controllo del territorio e delle attività criminali legate al clan De Luca Bossa, Minichini è stato per anni ritenuto uno dei registi della faida tra clan, in particolare in una delle più sanguinose faide di camorra della storia della periferia orientale di Napoli. Nel 2016 ottenne in appello la riduzione dell’ergastolo a vent’anni di reclusione per l’omicidio del 17enne Raffaele Riera, ucciso nel luglio 1996. Il ragazzo, originario del “Connolo”, finì nei guai e quindi confluito sotto l’ala protettrice di Tonino ‘o secco e per questo si trasferì nel Lotto O, fu eliminato perché sospettato dai vertici del clan di avere una relazione con Anna De Luca Bossa, sorella del boss scissionista e moglie di Minichini: una “colpa” ritenuta intollerabile e punita con un delitto definito dagli investigatori come un vero e proprio omicidio d’onore in chiave camorristica.
Nel percorso criminale di Minichini pesa anche l’omicidio di Salvatore Tarantino, esponente di primo piano del clan Sarno, assassinato nel 2009 in un agguato nel Lotto 0. Un omicidio strategico, consumato in una fase cruciale di ridefinizione degli equilibri criminali tra Ponticelli e Cercola, quando il potere dei Sarno cedeva e le nuove leve dei De Luca Bossa avanzavano con crescente violenza.
Nonostante le condanne e gli anni trascorsi in regime di massima sicurezza, Minichini non ha mai rinnegato il codice d’onore della camorra: non ha mai collaborato con la giustizia né ha mai rivelato mai i nomi, le dinamiche e i segreti della guerra che a lungo dominò Napoli Est.
Da Anna De Luca Bossa ha avuto due figli: Martina ed Antonio. Tra gli eventi che segnarono la sua vita criminale c’è anche e soprattutto l’omicidio del figlio Antonio, avvenuto nel parco Conocal di Ponticelli nel 2013 ad opera del clan De Micco. Seppure il figlio 18enne fosse estraneo alle logiche criminali, fu ucciso solo perché si trovava in compagnia di Gennaro Castaldi, unico e reale obiettivo dell’agguato, quando i killer entrarono in azione. Un evento che non spezzò la l’omertà di “Cirillino”, ma lo segnò profondamente.
Prima di legarsi sentimentalmente alla lady-camorra del Lotto O, Anna De Luca Bossa, “Cirillino” ebbe due figli da Ciro Cepollaro: Michele e Alfredo Minichini, entrambi detenuti per reati associativi, in quanto protagonisti della recente stagione di sangue che ha visto il clan di famiglia tornare alla ribalta, forte dell’alleanza intrecciata con tutti i vecchi clan della periferia orientale di Napoli, accomunati dal medesimo livore di vendetta nei confronti dei Sarno e che ha portato all’esecuzione di vendette trasversali in cui hanno perso la vita parenti degli ex boss di Ponticelli: Mario Volpicelli, cognato dei fratelli Sarno, estraneo alle dinamiche camorristiche, ucciso proprio da Michele Minichini che ha partecipato all’agguato in veste di esecutore materiale, al pari di Giovanni Sarno, fratello degli ex boss, andato incontro allo stesso destino.
La vendetta è il sentimento che ha animato le gesta criminali dei fratelli Minichini che hanno inseguito per anni il desiderio di vendicare la morte del fratello, senza riuscirci. Eccezion fatta per l’omicidio di Mario Volpicelli che avrebbe pagato con la vita un duplice vincolo di parentela: era il cognato dei Sarno, ma anche lo zio di Gennaro Volpicelli, stimato essere uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Antonio Minichini.
La parabola di Ciro Minichini racconta molto più di una sanguinaria faida: è lo specchio di una camorra che si regge su tradimenti, rapporti di forza e violenze rituali, dove la vita e la morte diventano strumenti di potere e nessuno è davvero al sicuro, neppure all’interno dello stesso clan.











