Il suo nome compare nelle carte giudiziarie che hanno contribuito a ricostruire gli assetti del clan De Micco di Ponticelli già nel 2017. A distanza di anni, Giuseppe Borriello detto Chupa Chups, classe 1988, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “Peppe Chupa Chups”, è tornato al centro delle cronache per la sua irreperibilità e per il ruolo che gli viene attribuito in una recente inchiesta su una presunta estorsione ai danni di un’impresa del quartiere.
Una parabola giudiziaria che attraversa quasi un decennio: il primo arresto nell’ambito del maxi blitz che decapitò i De Micco a novembre del 2017, la scarcerazione nel 2024, un nuovo arresto lo scorso febbraio, al quale si è sottratto, violando la libertà vigilata alla quale era sottoposto ed è attualmente irreperibile. Una carriera criminale che restituisce anche uno spaccato delle persistenti dinamiche criminali nella periferia orientale di Napoli. Borriello è un fedelissimo dei De Micco, uno degli affiliati della prima ora, confluito nell’organizzazione fin da subito, quando Marco De Micco, reduce da una rapida ascesa criminale nelle vesti di referente del clan Cuccaro, optò per la costituzione di un sodalizio autonomo che mirava a colmare il vuoto di potere scaturito dalla dissoluzione del clan Sarno.
Il primo arresto nel maxi blitz del 2017
Il nome di Giuseppe Borriello finisce sulle pagine di cronaca per la prima volta il 28 novembre 2017, quando un’imponente operazione antimafia colpì il clan De Micco. La Squadra Mobile di Napoli eseguì un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 23 persone: in manette non finirono solo le figure apicali del clan, Luigi De Micco e Antonio De Martino, in primis, ma anche un nutrito gruppo di gregari che rappresentavano lo zoccolo duro del clan, tra i quali anche Chupa Chups. Un’operazione che di fatto indebolì i cosiddetti “Bodo”, favorendo l’ascesa del cartello composto dai vecchi clan di Napoli est, sopravvissuti al pentimento dei Sarno, e che di fatto riuscirono a conquistare il controllo degli affari illeciti senza entrare in guerra con in De Micco.
L’inchiesta mirava a ricostruire l’organizzazione e l’ascesa del gruppo criminale, che dalla fine del 2012 si era imposto nel quartiere, consolidando il controllo del territorio e delle attività illecite. Tra le contestazioni ipotizzate nei confronti degli indagati figuravano, a vario titolo, associazione mafiosa, omicidio, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, ricettazione e incendio aggravati dal metodo mafioso.
Le indagini avevano consentito di ricostruire anche il contesto dell’omicidio di Salvatore Solla e del tentato omicidio di Giovanni Ardu, avvenuti il 23 dicembre 2016, individuando secondo gli investigatori mandanti e autori materiali.
In quell’operazione compariva anche Giuseppe Borriello. Il suo nome figura nelle dichiarazioni di Rocco Capasso, collaboratore di giustizia che contribuì a descrivere il funzionamento delle comunicazioni interne al gruppo.
Capasso descriveva i contatti telefonici di Luigi De Micco e citava esplicitamente Borriello: «Luigi De Micco ha altri contatti. Sicuramente ha Nicola, Mimmo, il cognato di Fabio Riccardi, Giuseppe Borriello “Chupa Chups”».
Capasso spiegava che il gruppo utilizzava schede telefoniche di breve durata, SMS e soprannomi per rendere meno comprensibili le comunicazioni a chi non conosceva i codici interni.
Inoltre, illustrava anche il significato attribuito ad alcuni numeri utilizzati nei messaggi per indicare luoghi di incontro o abitazioni. La sua testimonianza contribuì così alla ricostruzione del sistema di comunicazione del clan.
Il soprannome “Chupa Chups” nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia
Il collaboratore Rocca Capasso ha descritto agli inquirenti un sistema di comunicazione basato su schede telefoniche utilizzate per periodi brevi, messaggi e soprannomi conosciuti dagli appartenenti al gruppo. Le comunicazioni venivano formulate attraverso espressioni e codici che permettevano, secondo il suo racconto, di indicare persone e luoghi senza rendere immediatamente comprensibile il contenuto a eventuali estranei.
Inoltre, Capasso menziona Borriello tra gli affiliati che avevano partecipato a diversi episodi che ha ricostruito alla magistratura: i contrasti con i clan rivali e gli agguati pianificati dai De Micco, poi non andati a buon fine, come quelli indirizzati a Michele Minichini e Bruno Mascitelli nel 2016.
La scarcerazione e il ritorno sulla scena criminale
A dicembre del 2018, nel processo celebrato con rito abbreviato furono disposte 21 condanne. Giuseppe Borriello fu condannato a 8 anni e 4 mesi di reclusione ed è tornato in libertà nel 2024, in uno dei momenti storici più propizi per il clan De Micco. La faida con il gruppo emergente del rione De Gasperi, capeggiato da Salvatore Montefusco detto Zamberletto era in pieno corso e la scarcerazione di Borriello, contribuì a rafforzare il clan De Micco che mise fise alle ostilità mettendo la firma su una vendetta trasversale: l’omicidio di Emanuele Pietro Montefusco, fratello del ras, estraneo alle dinamiche malavitose. Un omicidio che sancì la supremazia dei De Micco, anche per effetto dell’arresto del ras rivale, finito in manette insieme al figlio, pochi giorni dopo l’agguato in cui perse la vita un parente estraneo alle logiche della faida in corso. Un segnale forte e inquietante che il clan rivale lanciò al ras dell’isolato 17 del rione De Gasperi per sottolineare la volontà di colpire i parenti innocenti, qualora non fossero riusciti a stanarlo. Consapevole della condanna a morte che pendeva sul suo capo, infatti, Montefusco restava rintanato in casa per scongiurare il pericolo di un agguato.
Gli arresti, giunti in maniera tempestiva, misero fine al clima di crescente tensione che si respirava tra le strade del quartiere. Ad ottobre dello stesso anno, un blitz portò all’arresto di diverse figure di spicco del clan De Micco-De Martino e, di contro, fu la cosca egemone a dover fronteggiare un momento di temporanea difficoltà. Forte del supporto dei fedelissimi tornati in libertà, come Borriello, il clan De Micco è riuscito a preservare il controllo del territorio senza grossi affanni. Paradossalmente, dal blitz del 2024 ad oggi, il clan è andato incontro a una perenne ascesa criminale che ha concorso notevolmente ad accrescere il volume d’affari e consolidare il controllo del territorio.
Una leadership criminale ottenuta e consolidata grazie alla strategia del terrore: cortei armati e pestaggi a scopo dimostrativo, spedizioni punitive, richieste estorsive a tappeto, sempre più onerose e violente, estese a tutti i soggetti in grado di trarre guadagni da business, sia leciti che illeciti. E molto altro. Un modus operandi che in breve tempo ha seminato il panico tra i civili e ha costruito un soldi muro d’omertà intorno alle dinamiche del clan.
Febbraio 2026: le ricerche e l’inchiesta per l’estorsione da 30mila euro
Il nome di “Chupa Chups” è tornato nuovamente alla ribalta nell’inverno del 2026, quando è finito al centro di un’inchiesta che ha ricostruito il calvario del proprietario di una storica azienda di carrelli elevatori di Ponticelli, vittima di una richiesta estorsiva di 30mila euro.
La vicenda risale al 5 febbraio 2026, quando due uomini con il volto coperto, a bordo di uno scooter, si presentarono davanti ai cancelli dell’azienda intimando al responsabile di recarsi a Ponticelli per parlare con un uomo indicato come “Peppe”.
Quattro giorni dopo, un’auto con a bordo più persone raggiunse la sede dell’impresa. Secondo la ricostruzione investigativa Ferruccio Camassa avrebbe avanzato la richiesta di denaro, presentandosi come emissario del gruppo De Micco. Nell’automobile si trovavano anche Vincenzo Valentino, detto “‘o Veloce”, e Salvatore Borriello.
La somma richiesta sarebbe stata destinata al sostegno degli affiliati detenuti. L’ordine, secondo gli investigatori, sarebbe partito dal carcere, dove si trovava Fabio Riccardi, detto “Fabiolino”, e sarebbe stato veicolato attraverso Giuseppe Borriello, alias “Chupa Chups”.
L’imprenditore avrebbe tentato inizialmente di prendere tempo, facendo presente la presenza di telecamere e i collegamenti con le forze dell’ordine. Le pressioni, però, sarebbero proseguite nei giorni successivi, con nuove visite e ulteriori richieste di pagamento.
Il 16 febbraio, durante un confronto in strada, Camassa avrebbe fatto riferimento alla fuga di “Peppe Chupa Chups”: «Peppe Chupa Chups va fuggendo». Il passaggio è significativo perché colloca l’irreperibilità di Borriello nel pieno della vicenda estorsiva. Borriello ha violato le prescrizioni della libertà vigilata, rendendosi irreperibile, e di fatto è ricercato dalle forze dell’ordine.
Il 19 febbraio si sarebbe verificato un ulteriore incontro con l’imprenditore, al quale sarebbe stato chiesto di versare almeno un anticipo. La vittima, dopo aver subito ripetute pressioni, avrebbe deciso di denunciare i fatti ai carabinieri, mettendo a disposizione anche le immagini dei sistemi di videosorveglianza.
Le misure cautelari e la posizione di Borriello
L’inchiesta ha portato a misure cautelari nei confronti di tre persone indicate dalla stampa come coinvolte nella presunta estorsione: Ferruccio Camassa, Vincenzo Valentino e Salvatore Borriello. Quest’ultimo, era inizialmente irreperibile ed è stato arrestato il 28 marzo.
È importante distinguere Salvatore Borriello da Giuseppe Borriello, detto “Chupa Chups”: si tratta di persone diverse. Giuseppe viene indicato nelle ricostruzioni investigative come figura attraverso la quale sarebbe stato veicolato il messaggio estorsivo, mentre Salvatore è uno dei tre destinatari delle misure cautelari relative alla richiesta estorsiva avanzata all’imprenditore di Ponticelli.
Una latitanza che riporta l’attenzione su Ponticelli
“Chupa Chups”, latitante ormai da otto mesi, secondo quanto riferito da diversi abitanti del quartiere, non si sarebbe mai allontanato da Ponticelli. Non solo starebbe trovando protezione a ospitalità negli arsenali nelle disponibilità del clan De Micco a Ponticelli, ma starebbe addirittura continuando a taglieggiare commercianti e imprenditori del quartiere, intimandogli di consegnargli ingenti quantitativi di denaro. Un ricatto estorsivo ulteriormente incattivito dal suo status di ricercato e che per questo sta seminando il panico tra le vittime, costrette a vivere un incubo senza fine, ma troppo spaventati dall’influenza criminale esercitata dai De Micco su territorio per denunciare. Un fatto che, se dovesse trovare conferma in chiave investigativa, concorrerebbe ad aggravare la posizione del ricercato che, tuttavia, consapevole di dover tornare in carcere, potrebbe aver optato per il “tutto per tutto” che potrebbe compromettere in minima parte la sua posizione agli occhi della legge.
L’aspetto che concorre a rendere ancora più difficile l’identificazione di Borriello è l’assenza di immagini aggiornate a disposizione dei cittadini. A differenza delle altre figure apicali del clan, onnipresenti sui social network, Borriello ha adottato, fin da subito, una strategia più acuta e oculata, optando per il profilo basso, tenendosi alla larga dalle piattaforme digitali più popolari e utilizzate. Rispetto alle immagini presenti nei database delle forze dell’ordine e che risalgono a più di dieci anni fa, “Chupa Chups” è cambiato: corporatura, capelli, barba, rendono la sua latitanza più comoda e complicano il lavoro delle forze dell’ordine che gli stanno dando la caccia.
A Ponticelli, la paura delle estorsioni rischia di diventare una condanna quotidiana per chi lavora e fa impresa. E mentre gli investigatori gli danno la caccia, le segnalazioni sulla presunta prosecuzione delle pressioni ai danni di commercianti e imprenditori delineano uno scenario che necessita di ulteriori riscontri, perché la vera posta in gioco non è soltanto la cattura di un ricercato, ma la possibilità, per chi vive e lavora nel quartiere, di sottrarsi al ricatto della camorra senza dover pagare il prezzo della paura.










