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La storia di Giovanni Favarolo: “ero un bambino-soldato dei D’Amico. Con i “Bodo” volevamo un duello in spiaggia”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
20 Maggio, 2024
in Cronaca, In evidenza
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La storia di Giovanni Favarolo: “ero un bambino-soldato dei D’Amico. Con i “Bodo” volevamo un duello in spiaggia”
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La storia di Giovanni Favarolo, alias Giuan’ ‘o boss, classe 1989, ex affiliato al clan D’Amico di Ponticelli, ex collaboratore di giustizia attualmente detenuto, consente di capire come si cresce nel rione Conocal, fortino del clan fondato dai fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico.

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Orfano dall’età di nove anni, Giuan’ ‘o boss – così soprannominato per il carattere e gli atteggiamenti da duro – cresce sotto l’ala protettrice della famiglia D’Amico, la sua carriera criminale inizia all’età di nove anni: “vendevo droga. Quando nasci “bambino-soldato” della camorra non conosci alternative. Sai che quella vita non finirà mai. Del resto, anche i figli di Annunziata D’Amico vendevano droga già all’età di tre anni“, ha raccontato lo stesso Favarolo lo scorso settembre, nel corso di una lunga telefonata con la giornalista Luciana Esposito.

La vita di Favarolo inizia ben presto a dividersi tra periodi di detenzione e scampoli di libertà, vissuti garantendo pieno supporto alla causa del clan dei “frauellla”.

“Dal 2012 al 2013, negli anni in cui la faida con i De Micco è entrata nel vivo, tutte le azioni di fuoco le abbiamo compiute io e Giuseppe D’Amico.” I due si sono fatti strada insieme, in seguito alla dissoluzione del clan Sarno: un’occasione irripetibile e imperdibile per i figli di quella generazione criminale che miravano a conquistare un ruolo di spessore nel contesto camorristico ponticellese. La fine dell’era dei Sarno aveva trasformato Ponticelli, agli occhi di quei giovani affamati di potere e riscatto, in una tavola imbandita e incustodita sulla quale fiondarsi. Sull’altro versante, invece, conquistava terreno un gruppo di giovani capeggiati da un “signor nessuno” che malgrado non appartenesse a nessuna famiglia camorristica, dopo una rapida carriera al soldo dei Cuccaro di Barra stava guadagnando credibilità, soprattutto agli occhi di un vero e proprio esercito di giovani leve che miravano a supportare il suo piano criminale: è così che nasce il clan De Micco, i cosiddetti “Bodo”, capeggiati da Marco De Micco, figura carismatica che ben presto si guadagna la fama del cinico stratega, supportato da una paranza di killer spietati, come suo fratello Salvatore e Gennaro Volpicelli, ma anche Roberto Boccardi, Antonio Nocerino e una sfilza di giovanissimi pronti a tutto pur di scalzare i rivali e conquistare Ponticelli. La contrapposizione tra i due gruppi, nell’arco degli ultimi dieci anni si è verificata più volte, seminando puntualmente morte, sangue e terrore tra le strade del quartiere.

Favarolo spiega che quando prende il via l’eterna faida di Ponticelli “i D’Amico erano credibili e affidabili dal punto di vista camorristico, perché non avevano collaboratori. Sono stato io il primo collaboratore dei D’Amico.”

In veste di collaboratore ha contribuito a far luce su uno degli omicidi cruciali avvenuti nell’ambito della faida tra il suo clan e i De Micco, quello del 20enne Alessandro Malapena, figura emergente dei “Bodo”, malgrado la giovane età.

“Malapena in più di un’occasione ha favorito azioni dei “bodo” contro di noi, lo avevo anche avvisato, ma era un fedelissimo dei De Micco, mentre Francesco De Bernardo, quando era affiliato ai De Micco già mi riferiva tutto quello che sapeva, già da prima di passare dalla nostra parte. Mi dispiace per Alessandro Malapena, era un ragazzo giovane. Poteva succedere anche a me di fare la sua stessa fine, del resto in quel periodo volevano uccidere anche me. Gli affiliati di entrambi i clan, sia dei D’Amico che dei De Micco sapevano che qualcuno doveva morire: o noi o loro. Entrambi i gruppi tutti i giorni andavano in giro a caccia di un rivale da uccidere. Avevamo addirittura pensato di incontrarci su una spiaggia ed organizzare un vero e proprio duello all’ultimo sangue per mettere fine alla guerra.”

La decisione di pentirsi matura in seguito a un episodio ben preciso: “l’incontro con la dottoressa Fratello mi ha cambiato la vita, per me è stata come la mamma che non ho mai avuto. Mi convocò in procura per ascoltarmi come persona informata sui fatti, in quel momento ero libero, non detenuto. Mi fece delle domande sull’omicidio Malapena, ma sapevo che non c’erano prove certe contro di me, altrimenti mi avrebbero arrestato. Mi fece riflettere. Al termine del nostro colloquio avevo già deciso di collaborare, ma dissi che avevo bisogno di tempo per pensare. La sua mossa di convocarmi fu determinante, se fossi finito in carcere non avrei collaborato. Il carcere ha fatto il resto, il percorso guidato con lo psicologo e gli educatori mi hanno reso un uomo migliore.”

L’unica amarezza è quella legata alle ritorsioni subite dalla nonna, l’unica parente di Favarolo che viveva nel Conocal: “la sua abitazione fu incendiata e quando morì mi è stato riferito che festeggiarono sotto casa sua.”

Cruda e lucida la disamina di Favarolo sulla vita camorristica: “uccidere diventa una vera e propria dipendenza. La droga da sola non basta. Sotto l’effetto di droga non riesci a fare un reato. Almeno così è stato per me. Vivi tutti i giorni con la morte, non avevo paura di morire. Era il mio pane quotidiano. Niente ti fa provare un’adrenalina simile a quella che ti sale quando spari a qualcuno.”

Allo stesso modo ha le idee chiare sul percorso di collaborazione: “sbaglia chi crede che il pentimento sia una scorciatoia per uscire dal carcere e riottenere la libertà. Durante questo percorso hai tanto tempo per capire e meditare sui tuoi errori. Pensi ai reati che hai commesso e vai incontro a un percorso di riflessione critica. Molti, invece, fanno omicidi perchè sanno già che dopo si pentiranno. Un’altra strategia è quella di accusarsi i reati dai 20 ai 30 anni per evitare le condanne grazie all’ammissione di colpa. Finché non verranno modificate le leggi, niente potrà cambiare realmente.“

Malinconico e nostalgico il ricordo che ancora lo lega ai fratelli D’Amico: “mi vogliono bene comunque, anche se dal punto di vista malavitoso non hanno accettato la mia decisione di collaborare con la giustizia. Negli anni gli ho sempre consigliato di seguire il mio esempio e di collaborare anche loro. I fratelli D’Amico non potrebbero mai pentirsi, anche la sorella Annunziata D’Amico, una volta finita in carcere, non si sarebbe mai pentita. Quella è la loro mentalità”

Una conversazione terminata così: “Sogno di vivere Napoli da uomo libero, come non ho mai fatto in vita mia. Oggi sono una persona diversa.”

Favarolo sosteneva di essere un operaio in procinto di uscire dal programma di protezione. Aveva richiesto di essere liquidato avviando il “progetto casa”, un investimento che consente al collaboratore di giustizia di acquistare un immobile. “Non avrei il coraggio di fare un reato, oggi”, aveva assicurato. Tuttavia, appena un mese dopo è finito in carcere, insieme ad altre quattro persone, tra le quali anche alcuni parenti dei Sarno, con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Nel corso della conversazione con la direttrice di Napolitan.it, Favarolo aveva fatto riferimento alla vicenda che lo ha poi tradotto nuovamente in carcere, spiegando di essere stato vittima di una truffa da parte di una persona che gli aveva venduto un Rolex falso.

L’operazione che lo ha tradotto in carcere, denominata “Gomorra truentina”, ha preso il via dalla denuncia presentata da un imprenditore, finito al centro delle minacce estorsive del gruppo di malviventi a causa delle sue difficoltà economiche. Le dichiarazioni rese agli inquirenti hanno consentito di ricostruire quello che stava accadendo e di accertare che l’imprenditore fosse vittima di ritorsioni, minacce di morte, compiute anche puntandogli contro una pistola ed estorsioni con il metodo mafioso. Un calvario iniziato nel cuore dell’estate 2023: il 25 agosto l’imprenditore aveva venduto un Rolex di sua proprietà a Favarolo che dopo qualche giorno ha simulato che l’orologio fosse falso, accusandolo di averlo truffato. Dalle indagini è emerso che il Rolex era finito a Napoli, dove era stato sostituito il meccanismo per farlo risultare falso per estorcere denaro all’imprenditore. Favarolo mirava a farsi restituire i soldi, alzando la posta a cinquemila euro, avvalendosi di ogni forma di minaccia per indurre la vittima a cedere. Ciononostante, l’imprenditore taglieggiato si è rifiutato di cedere al ricatto estorsivo. A questo punto sono subentrati gli altri quattro soggetti finiti dietro le sbarre: tre uomini e una donna, originari di Napoli, tra i quali figurano anche la moglie e il figlio del defunto Luciano Sarno, ex boss di Ponticelli poi diventato collaboratore di giustizia, favorendo la nascita di quelle situazioni che hanno portato Favarolo prima a dar man forte al clan D’Amico e poi a passare dalla parte dello Stato, per poi finire nuovamente dietro le sbarre, a un passo dal termine del percorso di collaborazione. Dal carcere in cui è recluso continua a dichiararsi innocente e sostiene di essere vittima di una “trappola” ordita per negargli la possibilità di usufruire degli ultimi benefici riservati ai collaboratori di giustizia.  

Una storia, quella di Favarolo, ricca di insegnamenti. Dall’inizio alla fine.

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