Il 6 ottobre 2021, nella notte tra il 5 e il 6, il quartiere Ponticelli è stato teatro di un omicidio che ha scosso la comunità locale. La vittima, Carmine D’Onofrio, un giovane di 23 anni, fu ucciso in un agguato di matrice camorristica davanti alla sua abitazione in via Luigi Crisconio, in pieno covid, in pieno lockdown, lungo una strada resa ancora più deserta dalla pioggia battente. Carmine fu ucciso davanti agli occhi attoniti della fidanzata all’ottavo mese di gravidanza. Inutile la disperata corsa all’ospedale dei familiari, troppo gravi le ferite maturate per mano di un sicario entrato in azione per uccidere il giovane conosciuto da tutti nel quartiere per la sua passione per la recitazione.
Fino a quel momento, per la maggior parte degli abitanti del quartiere, Carmine era il figlio di un lavoratore umile e modesto, ma dopo la sua morte violente è emersa ben altra verità: Carmine D’Onofrio era il figlio naturale di Giuseppe De Luca Bossa, noto esponente dell’omonimo clan e fratello di Antonio De Luca Bossa, capoclan detenuto da circa venti anni, il cui nome tuttavia evoca ancora suggestioni legate a omicidi ed azioni violente ed efferate.
Fino a pochi anni prima di conoscere l’identità del suo vero padre, Carmine viveva una vita semplice e normale. Era appassionato di teatro e frequentava la compagnia teatrale della sua parrocchia. In seguito a quella clamorosa scoperta, la sua vita è cambiata radicalmente: si discostò dagli amici di sempre, si fece crescere la barba e iniziò ad assumere atteggiamenti e abitudini in netta antitesi con quelle che avevano contraddistinto la vita del ragazzo che era stato fino all’istante prima di sapere che era il figlio di Peppino, quando quest’ultimo ricopriva il ruolo di reggente del clan di famiglia e di Boss di Ponticelli.
La notte dell’omicidio, Carmine e la sua fidanzata erano appena rientrati a casa. Mentre scendeva dall’auto, è stato raggiunto da almeno sette colpi di pistola calibro 45, che non gli hanno lasciato scampo. La fidanzata, incinta di otto mesi, è stata testimone di un’esecuzione che ha segnato profondamente la comunità ponticellese.
Le indagini-lampo, nell’arco di sei mesi, hanno portato all’arresto di Marco De Micco, alias “Bodo”, boss dell’omonimo clan e di altri quattro affiliati: Giovanni Palumbo, Ciro Ricci, Ferdinando Viscovo e Giuseppe Russo Junior. La Procura ha ipotizzato che l’omicidio fosse una vendetta trasversale, legata a un attentato dinamitardo compiuto da Carmine contro l’abitazione del boss De Micco pochi giorni prima. Uno scenario ricostruito prettamente sulla base delle conversazioni intercettate in casa De Micco all’indomani di quel raid.
Tuttavia, il processo, conclusosi il 14 maggio 2025, ha riservato un clamoroso colpo di scena: l’assoluzione “per non avere commesso il fatto” di tutti e cinque gli imputati. La Corte d’Assise di Napoli ha ritenuto insufficienti le prove a carico degli accusati, nonostante le intercettazioni telefoniche e ambientali che suggerivano un possibile movente legato alla vendetta camorristica.
Tutto quello che resta di Carmine D’Onofrio, a distanza di quattro anni da quelle sera in cui un killer tuttora sconosciuto ha messo fine alla sua vita, è il ricordo di un ragazzo allegro, solare e innamorato della vita, un bambino che porta il suo stesso nome e con i suoi stessi occhi, nato pochi giorni dopo quella tragica notte e che suo padre non ha mai potuto stringere tra le braccia, e soprattutto il desiderio di giustizia e la necessità di far luce su uno degli omicidi che ha maggiormente scosso l’opinione pubblica e la comunità locale, non solo per le modalità particolarmente brutali, ma soprattutto per l’epilogo giudiziario che lascia spazio a una serie di quesiti che attendono una risposta.










