Era la sera dello scorso 7 aprile, la sera di Pasquetta. Fabio Ascione aveva appena finito il suo turno di lavoro al Bingo di Cercola. Stava tornando a casa, nel Parco di Topolino di Ponticelli.
Aveva 20 anni.
Una vita normale, fatta di lavoro, famiglia, amici. Una vita che avrebbe dovuto continuare molto oltre quella notte di Pasquetta.
Invece Fabio è rimasto intrappolato in una storia che non gli apparteneva: pistole, sparatorie e logiche criminali che hanno interrotto per sempre il suo cammino, a due passi da casa, al termine dell’ennesima giornata festiva trascorsa a lavorare per racimolare qualche euro in più.
Secondo la ricostruzione investigativa, il colpo mortale sarebbe partito accidentalmente dalla pistola di Francesco Pio Autiero, giovane ritenuto vicino agli ambienti del clan De Micco, in quanto nipote di uno dei ras del clan che detiene il controllo del territorio. Il ragazzo avrebbe mostrato agli amici l’arma, mimando le fasi della sparatoria avvenuta poco prima con un gruppo di giovani rivali provenienti da Volla.
Un gesto sconsiderato, dentro un contesto fatto di armi e contrapposizioni criminali, che avrebbe avuto una conseguenza irreversibile: la morte di Fabio. Una morte assurda. Forse proprio per questo ancora più difficile da accettare.
Fabio non era parte di quella storia
Fabio non stava cercando lo scontro, nn apparteneva a quelle dinamiche. Stava tornando a casa dopo il lavoro e si era avvicinato a quel gruppo per salutare gli amici.
È questa la parte della vicenda che non dovrebbe mai essere dimenticata: un ragazzo di 20 anni è stato ucciso da una violenza che non aveva scelto.
Eppure, mentre le indagini hanno continuato a cercare responsabilità e ricostruire quanto accaduto quella notte, sulla sua storia è calato rapidamente il silenzio.
Un silenzio che pesa ancora di più perché Fabio è morto in un rione, in un quartiere dove la presenza dominante del clan De Micco è stata più volte raccontata e documentata.
Il Parco di Topolino di Ponticelli è un luogo dove la criminalità organizzata da tempo immemore esercita la sua influenza ed è proprio dentro questo contesto che bisogna continuare a leggere la morte di Fabio.
Non per trasformarlo in un simbolo astratto, ma per ricordare che dietro una sparatoria, dietro una pistola, dietro una dinamica criminale, c’è una vita che non torna più, una vita che era estranea a quelle logiche.
Il potere della camorra è anche il silenzio
La camorra non esercita il suo potere soltanto attraverso le armi, ma anche servendosi della paura, imponendo omertà, silenzio, connivenza, fino a fare apparire la violenza come qualcosa di inevitabile, quasi normale.
Ed è proprio per questo che ricordare Fabio diventa importante, perché alla criminalità fa comodo che una storia come questa venga dimenticata.
Il silenzio cancella le domande, indebolisce la memoria, allontana l’attenzione dalle responsabilità e quando una morte smette di fare rumore, diventa più facile far passare la violenza per una fatalità, ma una morte come quella di Fabio impone domande.
Perché un ragazzo di 20 anni è morto? Chi ha sparato? Chi sapeva? Chi ha taciuto? Quale contesto criminale ha reso possibile quella notte? Chi ha messo quelle armi nelle mani di ragazzi così giovani?
Sono domande che non possono essere archiviate insieme alla cronaca di un giorno.
Non dimenticare Fabio
A Ferragosto, mentre le città si svuotano e le notizie scorrono velocemente, Fabio rischia di diventare soltanto un nome tra quelli che abbiamo letto mesi fa.
È proprio questo che non dovrebbe accadere, perché ricordare Fabio non significa soltanto condannare le circostanze in cui è morto, ma impone di ricordare chi era prima di morire: un ragazzo di 20 anni che lavorava, aveva una famiglia, degli amici e una vita davanti. E, invece, quel colpo di pistola lo ha condannato ad avere 20 anni, per sempre.











