Lo scorso 7 maggio, mentre l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica era concentrata sulla visita del Papa a Napoli, insieme alla mia scorta ho deciso di attraversare Ponticelli. L’abbiamo fatto lentamente, osservando il quartiere attraverso i vetri spessi di un’auto blindata, a un mese esatto dall’omicidio del ventenne Fabio Ascione, vittima innocente.
Non potevo immaginare che pochi giorni dopo, proprio in uno dei rioni che avevo attraversato, si sarebbe consumato l’ennesimo agguato di camorra. Un’altra vendetta trasversale. Un altro morto destinato ad allungare la scia di sangue che da decenni attraversa Napoli Est.
Nel Lotto O il tempo sembra essersi fermato. I blitz, gli arresti e gli omicidi eccellenti hanno decapitato il clan De Luca Bossa, ma il vuoto lasciato dal potere criminale non è stato colmato dallo Stato. Oggi lì resta una squadra di ladri d’auto che, secondo quanto raccontano i cittadini, sta terrorizzando i residenti.
Un ritorno al passato quello nel rione De Gasperi, storico fortino del clan Sarno. Negli isolati 2 e 3 continuano indisturbate le attività di spaccio delle due piazze più redditizie della periferia orientale: quella riconducibile a Salvatore Romano, detto “‘o Nippolo”, e quella di Pasquale Tarallo, alias “’a Ceccia”. Pochi metri più avanti, tra gli isolati 10 e 15, vivono arroccati i reduci del clan dei “pazzignani”, falciati dagli arresti e soprattutto dal pentimento di Luisa De Stefano, la donna-boss che per anni ha retto le redini dell’organizzazione e che da un nano ha deciso di seguire il figlio Tommaso Schisa, collaboratore di giustizia dal 2019.
Quel rione sembra un pugile all’angolo, tramortito da colpi continui ma ancora ostinatamente in piedi. Sopravvive miracolosamente dal secondo dopoguerra. Il Comune di Napoli aveva provato timidamente a restituirgli dignità con il piano di assegnazione dei nuovi alloggi che avrebbe dovuto portare all’abbattimento dei vecchi palazzoni fatiscenti. Ma oggi tutte e sottolineo tutte quelle case, murate per impedirne l’occupazione, sono abitate abusivamente. È il simbolo perfetto di una città che annuncia rinascite e poi lascia che tutto torni lentamente nelle mani del degrado e della camorra.
Tutt’altro scenario, almeno all’apparenza, quello del Lotto 10, roccaforte dei De Micco. Qui è in corso il piano di riqualificazione urbana: facciate rifatte, cantieri aperti, palazzi in ristrutturazione. Ma basta alzare lo sguardo oltre l’intonaco nuovo per vedere che lo spettro del clan continua a dominare il rione. Perché ogni sera, proprio da lì, i leader dei cosiddetti “Bodo” sfilano armati in moto verso Volla con un obiettivo dichiarato: fare il morto, chiudere le ostilità e conquistare nuovi territori criminali.
Alle spalle del Lotto 10 c’è il Lotto 6. Ed è lì, a due passi da un’edicola votiva, che è stato assassinato Antonio Musella, 51 anni. Un uomo che da decenni usciva ogni notte di casa per andare a lavorare al mercato ortofrutticolo di Volla. Le sue abitudini erano note a tutti. Per questo colpirlo è stato semplice. Qualcuno parla di un killer solitario, addirittura allontanatosi a piedi dopo aver sparato. Un omicidio pesantissimo, maturato nel contesto di una vendetta trasversale che continua ad alimentare l’eterna faida di Napoli Est.
Appena un anno fa, nel Parco Merola — il rione dove sono stata aggredita nel 2015 — veniva ucciso Enrico Capozzi, nipote dei Sarno, colpevole di aver denunciato e fatto condannare per estorsione Antonio Nocerino, alias “Brodino”, ras dei De Micco tornato recentemente in libertà.
E basta imboccare la strada parallela per ritrovarsi davanti al Parco Topolino, il rione dove il 7 aprile scorso è stato ucciso Fabio Ascione. Fabio tornava da una serata di lavoro al bingo di Cercola. Aveva incrociato un gruppo di amici sotto casa. Tra loro c’era il nipote di un ras dei De Micco che brandiva una pistola per vantarsi di un conflitto a fuoco avvenuto poco prima. Un colpo partito accidentalmente e Fabio è morto così, dentro una quotidianità dove le pistole sono diventate un’estensione naturale delle mani dei ragazzini.
Nel rione dove Fabio è stato ucciso, tutto è già tornato come prima. Stessi motorini, stessi ragazzi agli angoli delle strade, stessi silenzi. L’unica novità è l’ennesimo murale che invoca la pace nel mondo.

Come a volerci ricordare che tra le strade di Ponticelli la pace è destinata a restare soltanto un murale dipinto su un muro crepato.










