Fabio Ascione aveva appena 20 anni. Tornava dal lavoro, dopo una notte trascorsa al bingo di Cercola, quando la sua vita si è spezzata all’alba del 7 aprile 2026 nel rione “Parco Topolino” di Ponticelli. Un ragazzo descritto dagli stessi investigatori come estraneo alle dinamiche criminali, finito al centro di una vicenda che gli atti giudiziari ricostruiscono nei minimi dettagli.
Secondo la Procura di Napoli e i carabinieri della Compagnia Napoli Poggioreale, la morte del giovane sarebbe stata il tragico epilogo di uno scontro armato tra gruppi contrapposti, maturato sullo sfondo delle tensioni tra soggetti vicini al clan De Micco di Ponticelli e giovani riconducibili all’area criminale di Volla.
La pistola consegnata davanti al bar
Uno dei passaggi più significativi dell’inchiesta riguarda le immagini delle telecamere del Bar Lively di viale Carlo Miranda che si trova proprio a ridosso del rione che è stato prima teatro del conflitto a fuoco tra i due giovani e poi dell’omicidio di Fabio Ascione.
Secondo quanto riportato negli atti, pochi minuti prima della sparatoria, Francescopio Autiero sarebbe stato ripreso mentre riceveva una pistola da Eugenio Ascione, cugino della futura vittima.
Le immagini analizzate dagli investigatori mostrerebbero Eugenio Ascione avvicinarsi ad Autiero, aprire il giubbotto e coprire deliberatamente la visuale delle telecamere. In quel frangente, secondo la ricostruzione investigativa, Autiero avrebbe prelevato l’arma dalla cintura del giovane per poi nasconderla sotto il giubbotto.
Successivamente, sempre secondo gli atti, Autiero sarebbe salito sullo scooter guidato da un minore e avrebbe compiuto un gesto interpretato dagli investigatori come il caricamento della pistola.
Il conflitto a fuoco con il gruppo di Volla
Pochi istanti dopo, all’incrocio tra viale Carlo Miranda e via Martiri della Libertà, sarebbe scoppiato un conflitto a fuoco tra lo scooter con a bordo Autiero e il minore e una Volkswagen Tiguan scura occupata da giovani provenienti da Volla.
Le indagini hanno raccolto diverse testimonianze che convergono sulla stessa ricostruzione: a bordo dell’auto ci sarebbero stati esponenti riconducibili al gruppo Veneruso-Rea, mentre Autiero avrebbe aperto il fuoco dalla sella dello scooter.
Gli investigatori ritengono che alla base dello scontro vi fossero contrasti legati al controllo di attività criminali, in particolare nel settore dei furti d’auto.
Fabio non era il bersaglio
Mentre il conflitto a fuoco si concludeva, Fabio Ascione si trovava già lontano dal bar. Le immagini confermano che il giovane aveva lasciato il locale molto prima della sparatoria e si stava dirigendo verso casa.
Secondo numerosi testimoni e fonti investigative, il ventenne si sarebbe poi ritrovato nei pressi dei campetti di via Rossi Doria insieme ad alcuni amici e allo stesso Autiero.
È qui che si sarebbe consumata la tragedia.
«Uah fra’, mi hai colpito»
Le dichiarazioni raccolte dai carabinieri raccontano una scena drammatica.
Dopo la sparatoria, Autiero avrebbe iniziato a raccontare agli amici quanto accaduto pochi minuti prima, vantandosi dello scontro armato appena sostenuto. Mentre maneggiava la pistola, sarebbe improvvisamente partito un colpo. Diversi testimoni indicano che l’arma fosse nelle mani di Autiero e che nessun altro, in quel momento, fosse armato.
Fabio Ascione venne raggiunto al petto. Le parole attribuite al giovane negli attimi immediatamente successivi allo sparo sono riportate in più testimonianze raccolte dagli investigatori: «Uah fra’, mi hai colpito».
Pochi minuti dopo il ventenne sarebbe stato caricato su un’Audi bianca e trasportato all’ospedale Villa Betania, dove i medici ne hanno constatato il decesso alle 6.50.
Il muro di omertà
Uno degli aspetti più significativi emersi dagli atti riguarda il clima di paura e reticenza che avrebbe caratterizzato le prime ore dell’inchiesta.
Molti testimoni inizialmente avrebbero fornito versioni incomplete o contraddittorie. Gli stessi investigatori parlano di un vero e proprio muro di omertà.
La svolta sarebbe arrivata grazie alle dichiarazioni di alcuni giovani presenti quella notte, le cui testimonianze sono state successivamente riscontrate dalle immagini di videosorveglianza e dalle intercettazioni ambientali.
In una delle conversazioni captate dagli investigatori, un ragazzo definisce addirittura “infame” chi aveva deciso di raccontare quanto accaduto.
Le indagini proseguono
L’inchiesta, tuttavia, non si è fermata all’arresto di Francescopio Autiero e del minorenne coinvolto nella sparatoria.
Gli atti mostrano come gli investigatori abbiano progressivamente approfondito il ruolo di altri giovani presenti nelle fasi precedenti all’omicidio, tra cui Eugenio Ascione e Emanuele Loquercio, indicati come soggetti che avrebbero partecipato o favorito le condotte culminate nella tragedia.
L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire ogni singola responsabilità di una vicenda che ha strappato la vita a un ragazzo di 20 anni che, secondo quanto emerso dalle indagini, non aveva alcun ruolo nelle dinamiche criminali che quella notte stavano incendiando le strade di Ponticelli.
La sua morte resta il simbolo più drammatico di come la diffusione delle armi e la ricerca della sopraffazione criminale possano trasformare in pochi secondi una notte qualunque in una tragedia irreversibile.











