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Ponticelli: “una punizione” per l’affronto a un “uomo d’onore” il possibile movente di uno degli ultimi agguati

Luciana Esposito di Luciana Esposito
24 Giugno, 2026
in Cronaca, In evidenza
0
Ponticelli: gli ex De Micco furono costretti dai clan alleati a rinnegare la precedente affiliazione bruciando i tatuaggi
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Una relazione tra un giovane legato ai De Micco e la figlia di “un uomo d’onore” attualmente detenuto lo scenario che introduce uno degli agguati andati in scena lo scorso inverno a Ponticelli, nel quale venne gambizzato un giovane. Si tratterebbe proprio del ragazzo che avrebbe intrattenuto una relazione con la figlia di un soggetto che orbita nel contesto malavitoso e che non avrebbe gradito le attenzioni indirizzate alla giovane, pertanto si sarebbe rivolto direttamente a una delle figure apicali del clan De Micco, anch’egli detenuto.

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Un colloquio che sarebbe avvenuto in videochiamata, grazie al supporto di smartphone detenuti illegalmente da entrambi, nel corso del quale il padre della ragazza avrebbe chiesto direttamente al boss dei De Micco di adoperarsi per rimediare alla mancanza di rispetto subita da quel giovane gregario. Secondo il padre della giovane, quel ragazzo avrebbe adottato una condotta “irrispettosa” nei suoi riguardi intrattenendo una relazione intima con sua figlia e per questo avrebbe preteso che fosse una figura apicale del clan a dargli una concreta e tangibile dimostrazione di considerazione, utile a cancellare il torto subito.

Sarebbe stato lo stesso boss, dalla cella dove si trova recluso, a ordinare la gambizzazione del giovane, seppure si tratti di un fedelissimo del clan.

Quella che ha portato alla gambizzazione del giovane, nel corso di una fredda serata invernale, è un’azione camorristica che nel gergo malavitoso viene eseguita per “dare soddisfazione” a un soggetto che ha subito un affronto. Una punizione in piena regola, richiesta dal padre della giovane e ordinata dal boss del clan De Micco, a riprova di quanto sia ancora dominante e influente il potere decisionale del quale dispongono le figure al vertice della cosca, malgrado si trovino recluse in carcere.

Più che nota negli ambienti camorristici del quartiere anche l’identità dell’esecutore materiale dell’agguato, seppure quando è entrato in azione indossava il casco. Si tratterebbe di una dei fedelissimi del clan, scarcerati di recente e che proprio in seguito alla detenzione scontata per intero, senza “creare problemi” al clan, avrebbe spiccato il volo, conquistando un ruolo di spessore nell’organizzazione. Un’ascesa favorita dagli arresti avvenuti contestualmente alla sua scarcerazione, ma anche da un vincolo di parentela che lo colloca in una posizione tattica cruciale sullo scacchiere camorristico dell’area orientale di Napoli e che lo vede camminare a braccetto con diverse figure di spicco del clan Mazzarella.

A favorire l’ascesa del ras, anche una serie di azioni violente, come quella che avrebbe portato al ferimento del giovane legato ai De Micco per sedare il malcontento del padre della ragazza che aveva frequentato per un breve periodo. Una relazione fugace che gli è costata una gambizzazione, ma dopo quell’episodio e una successiva, temporanea uscita di scena, il giovane attualmente appare saldamente collocato accanto a un altro elemento di spicco dei “bodo”.

Seppure, fin da subito, mandante, esecutore e movente di quell’azione delittuosa fossero ben noti nei rioni controllati dal clan, soprattutto negli ultimi tempi, i leader dei cosiddetti “bodo” si starebbero servendo di un’espediente ormai sempre più ricorrente per cercare di far ricadere la colpa sui ragazzi del gruppo di Volla con i quali sono in contrasto da tempo. L’intento è quello di depistare le indagini, ma anche di gettare sul gruppo ombre che possano concorrere a inficiarne la reputazione e soprattutto utili a legittimare un’eventuale agguato nei loro riguardi da parte dei De Micco.

Una strategia che mira da un lato a depistare le indagini e a creare un clima di confusione dal quale il clan può trarre beneficio e la contempo aggravare la posizione di quei giovanissimi agli occhi dell’opinione pubblica. Una tattica andata in scena anche nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Fabio Ascione, il 20enne ucciso la notte dello scorso 7 aprile nel cosiddetto “parco di topolino”, uno dei tanti arsenali dei De Micco nel quartiere Ponticelli.

Seppure ad uccidere Ascione sia stato il colpo partito accidentalmente dalla pistola maneggiata da Francescopio Autiero, nipote di uno dei leader del clan De Micco, questi ultimi hanno tentato di “graziare” il giovane, adoperandosi in vari modi far ricadere la colpa sul gruppo di giovanissimi di Volla con i quali lo stesso Autiero aveva ingaggiato un conflitto a fuoco poco prima.

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