Aveva vent’anni, Fabio Ascione, il giovane ucciso all’alba di martedì 7 aprile, da un proiettile che sarebbe partito accidentalmente dalla pistola maneggiata da un 23enne che poco prima aveva ingaggiato un conflitto a fuoco con un gruppo di giovanissimi rivali provenienti da Volla e con i quali erano i scorso contrasti e dissidi già da diverso tempo.
Una dinamica e uno scenario ai quali la vittima era del tutto estraneo. Eppure, Fabio Ascione ha pagato il prezzo più alto in quel botta e risposta tra gang rivali che giocano al far west tra le strade delle periferie come Ponticelli.
Aveva vent’anni, Fabio Ascione. Un’età in cui tutto dovrebbe ancora cominciare davvero. In cui le strade non sono scelte definitive ma possibilità, tentativi, sogni che si rincorrono. E invece la sua storia si è fermata prima ancora di prendere forma.
Fabio è stato ucciso all’alba, dopo una notte di lavoro in una sala bingo a Cercola. Aveva lavorato tutta la notte, la sera di Pasquetta, per racimolare qualche soldo in più, per costruirsi un pezzo di futuro, intendeva conseguire la patente di guida, ma non solo per questo aveva interrotto il percorso di studio un anno prima, alla vigilia dell’esame di maturità. Frequentava l’istituto Sannino De Cillis di Ponticelli, ma a casa servivano soldi e quindi non ha esitato a rimboccarsi le maniche per aiutare economicamente i genitori.
Un colpo di pistola al petto lo ha raggiunto e non gli ha lasciato scampo. E’ morto così Fabio Ascione, a due passi da casa, nel “parco di Topolino”, uno dei tanti rioni di edilizia popolare di Ponticelli, in balia della camorra. Quando ha visto quel capannello di amici riuniti sotto l’androne del palazzo, nei pressi dei campetti di calcio, Fabio si è avvicinato per salutarli e scambiare due chiacchiere, prima di rincasare. Tra loro, Francescopio Autiero, 23 anni, un presente e un futuro segnato da intenzioni ben diverse da quelle che hanno portato Fabio Ascione a trascorrere la serata di Pasquetta al bingo a lavorare. Autiero è il nipote di una figura apicale del clan De Micco, l’organizzazione che detiene il controllo capillare e militare degli affari illeciti. Una leadership conquistata imponendo omertà, paura e connivenza anche ai civili, collezionando una sequenza spaventosa di raid, agguati, omicidi, pestaggi, azioni eclatanti. Autiero, poco prima aveva ingaggiato un conflitto a fuoco con un gruppo di giovanissimi di Volla con i quali era entrato in rotta di collisione per il controllo dei furti d’auto nella zona.
Ed è proprio questo uno degli elementi più dolorosi, legati alla morte dell’ultima vittima innocente, l’ultima di una lunga serie.
La storia di Fabio Ascione non racconta un semplice fatto di cronaca, ma il dramma che attanaglia le vite di molti altri giovani che crescono ai margini delle grandi aree metropolitane, in quartieri dilaniati dalla criminalità e abbandonati dallo Stato, come Ponticelli. Ai ragazzi come Fabio non basta mantenersi distanti dalle logiche criminali per non restarne travolti. Il triste epilogo al quale è andata incontro la sua giovane vita, tristemente lo sottolinea.
Un ragazzo di vent’anni che lavorava di notte per guadagnare qualche soldo in più. Un ragazzo di vent’anni che provava a costruirsi un percorso, che aveva davanti tempo, possibilità, errori da fare e strade da scegliere. Tutto interrotto in pochi secondi da un sparo. Uno solo, partito accidentalmente, ma comunque fatale.
In storie come quella di Fabio il dolore non resta chiuso dentro una famiglia. Si allarga. Attraversa il quartiere, si ferma nei racconti, nelle parole di chi lo conosceva e anche di chi non lo conosceva affatto, perché in ogni giovane vita spezzata c’è qualcosa che riguarda tutti: l’opinione pubblica, la società civile, la scuola, la chiesa, le associazioni, la cittadinanza attiva, le istituzioni. Tutti coloro che singolarmente non possono cambiare le sorti di una giovane vita né il volto di un territorio, ma insieme, creando una rete solida e coesa, possono provare a scrivere una storia diversa.
Davanti al volto di Fabio Ascione, condannato da uno sparo accidentale a restare un eterno ventenne, ritorna, ricorrente e puntuale, la stessa domanda, difficile, scomoda: perché un ragazzo di vent’anni deve morire così?











