Nel dolore che resta dopo una morte ingiusta, a volte sono le parole dei più giovani a rompere il silenzio più pesante. È la lettera degli amici di Fabio Ascione, 20 anni, ucciso a Ponticelli il 7 aprile, vittima innocente della criminalità, a riportare al centro non solo la sua storia, ma anche quella di un intero quartiere troppo spesso raccontato solo attraverso la cronaca nera.
Non è una richiesta di pietà, ma un atto di dignità. Un racconto diretto, senza mediazioni, che parla di pregiudizio, abbandono istituzionale, paura quotidiana e della fatica di crescere in un luogo dove la normalità può essere spezzata da un colpo di pistola.
Tra rabbia e memoria, queste righe diventano più di un ricordo: sono una domanda rivolta alla città e a chi la governa. E soprattutto un rifiuto netto di un’idea che pesa su chi vive nelle periferie: quella di essere colpevoli solo per il luogo in cui si nasce.
Non cerchiamo visibilità, non vogliamo compassione, ma siamo stanchi di essere guardati con disprezzo e pregiudizio, solo perché proveniamo da un quartiere di periferia, uno di quelli dove si spara e si muore senza motivo, com’è successo a Fabio.
Nascere, vivere, appartenere a Ponticelli non è una colpa, non lo abbiamo scelto, non lo abbiamo chiesto, ma non possiamo vergognarci solo perché questo è il posto dove ci è capitato di dover vivere. Essere di Ponticelli non può essere una macchia o una colpa. Non è la vita che abbiamo scelto per noi, nessuno meriterebbe di vivere l’inferno sulla terra, anche se non è tutto nero.
In questo quartiere, Ponticelli, di cui i giornali parlano solo quando accadono fatti di cronaca, nei rioni come quello dove Fabio viveva e dove, purtroppo, è anche morto, c’è tanta brava gente, tanti ragazzi, come lui, come noi, che desiderano solo vivere una vita normale. Ci portiamo addosso un marchio che non abbiamo scelto, anche se siamo solo dei ragazzi uguali agli altri che studiano e lavorano, ma qui è più probabile che anche la normalità venga distrutta da un colpo di pistola, com’è successo a Fabio.
È trascorso un mese e la sua morte non fa più notizia, Fabio è stato già dimenticato, forse non è mai stato davvero pianto con il cuore da chi ha vissuto questa triste vicenda come una rapida parentesi tra un impegno e l’altro. Per noi, i suoi amici, i ragazzi di Ponticelli che desiderano solo vivere serenamente come tutti gli altri ragazzi di Napoli e d’Italia, la morte di Fabio è una ferita che sanguina ancora. Non possiamo dimenticare quello che è successo, non solo perché abbiamo perso un amico. Al posto di Fabio, quella sera, poteva esserci uno di noi. Il destino ha voluto che fosse lui a morire in quel modo assurdo, ma questo non ci fa sentire meno in colpa o meno responsabili.
Anche se noi non abbiamo colpe o responsabilità ed è questo l’aspetto che ci fa più rabbia.
Dove sono le istituzioni che dovrebbero darci l’esempio?
Quelli che dovrebbero indicarci la strada da seguire in questo bruttissimo momento di smarrimento, quelli che avrebbero dovuto rassicurarci, garantirci maggiore sicurezza non solo a chiacchiere, ma con la presenza, i fatti concreti. La morte di un ragazzo innocente di Ponticelli, invece, vale talmente poco da non meritare nemmeno le finte passerelle, quelle che si fanno per rispetto di una giovane morte, per invogliare la gente a credere in qualcuno a cui garantire un voto. Fabio è stato trattato peggio da morto che da vivo e questo fa ancora più male del colpo di pistola che lo ha ucciso.
Come si fa a restare indifferenti davanti alla morte di un ragazzo che tornava a casa dopo una notte di lavoro? Come si fa a non tendere una mano a noi, ragazzi come lui, volenterosi e vogliosi di sperare e credere in un futuro diverso, ma che da un mese abbiamo smesso di vivere insieme a lui, perché ci spaventa l’idea che uscire di casa per andare a lavorare non basta per evitare di morire ammazzati. Proprio com’è successo a Fabio. La cosa più triste è che sappiamo che anche queste parole non cambieranno niente, ma è giusto tirarle fuori per dare voce al dolore che abbiamo dentro e soprattutto per non smettere di parlare di Fabio.
Un ragazzo timido, buono, gentile, pieno di sentimenti buoni. Un ragazzo semplice che aiutava la famiglia e che si accontentava delle piccole cose. Un ragazzo unico, speciale che meritava di vivere la lunga vita che aveva ancora davanti e che invece non tornerà mai più a casa e non trascorrerà mai più del tempo con noi.
L’unico pensiero che ci consola è sapere che Fabio adesso è in paradiso, sicuramente è così, perché l’inferno lo ha già vissuto sulla terra.










