Un inseguimento ad alta velocità, una pistola lanciata dal finestrino e un arresto che riporta sotto i riflettori la crescente tensione criminale tra la periferia orientale di Napoli e l’area vesuviana. L’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Caravita, frazione di Cercola, rappresenta soltanto l’ultimo tassello di uno scenario sempre più preoccupante, caratterizzato da incursioni armate, regolamenti di conti e giovani coinvolti in dinamiche criminali che ricordano da vicino le logiche delle organizzazioni camorristiche.
La fuga in via Matilde Serao a Caravita
Tutto è iniziato quando i carabinieri hanno notato un SUV sospetto mentre percorreva via Matilde Serao, strada che attraversa uno dei complessi di edilizia popolare della zona.
Alla vista dei carabinieri, il conducente ha improvvisamente frenato e poi tentato la fuga, percorrendo a forte velocità le strade del quartiere e imboccando persino una carreggiata contromano pur di sottrarsi al controllo. Ne è nato un inseguimento che si è protratto per diverse centinaia di metri e che si è concluso soltanto grazie all’intervento di altre pattuglie dell’Arma. Durante la corsa uno degli occupanti del veicolo ha lanciato dal finestrino una pistola, successivamente recuperata dai militari.
L’arma pronta all’uso
L’arma sequestrata è una pistola calibro 7,65 con un colpo in canna e il cane armato, quindi immediatamente pronta a fare fuoco.
Un elemento che confermerebbe come il gruppo non fosse in giro casualmente.
All’interno del SUV si trovavano tre giovani. Alla guida c’era un diciassettenne già noto alle forze dell’ordine, denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. Accanto a lui un 24enne incensurato, ritenuto dagli inquirenti il responsabile del lancio della pistola durante la fuga, e un 19enne anch’egli senza precedenti.
Per il ventiquattrenne sono scattate le manette e il trasferimento in carcere.
I video dal carcere e lo smartphone illegale
La vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti nelle ore successive all’arresto.
Secondo quanto emerge dai contenuti pubblicati sui profili social degli amici del 24enne, tra i quali anche quelli che erano a borso del Suv la sera in cui è stato tratto in arresto, il giovane detenuto continuerebbe a mantenere contatti con l’esterno attraverso uno smartphone introdotto illegalmente in carcere. Sui social network sarebbero comparsi infatti video e immagini che lo ritraggono mentre interagisce con amici e conoscenti, come si evince dal frame pubblicato in un video su TikTok e in cui si vede chiaramente che a fungere da sfondo è la cella nella quale si trova recluso.
Filmati che suscitano interrogativi importanti sia sulla facilità con cui dispositivi elettronici riescono ancora a entrare negli istituti penitenziari sia sul clima di sfida ostentata nei confronti delle istituzioni.
Lo scontro tra il gruppo di Volla e i De Micco
L’episodio si inserisce in un contesto ben più ampio, caratterizzato dalle ostilità che da mesi contrappongono un gruppo di giovani provenienti da Volla ad ambienti vicini al clan De Micco, organizzazione che esercita una forte influenza criminale nel quartiere Ponticelli.
Le tensioni hanno generato una lunga serie di episodi violenti, culminati in sparatorie e incursioni reciproche tra i territori interessati.
A preoccupare gli investigatori è soprattutto il crescente coinvolgimento di giovanissimi che sembrano muoversi secondo schemi tipici delle organizzazioni criminali, utilizzando armi e facendo ricorso alla violenza come strumento di affermazione sul territorio.
L’omicidio di Fabio Ascione: il punto di non ritorno
Uno dei momenti più drammatici di questa escalation è stato l’omicidio di Fabio Ascione, il ventenne ucciso il 7 aprile scorso nel rione di via Carlo Miranda, a Ponticelli.
Secondo le ricostruzioni investigative, il giovane era estraneo alle dinamiche criminali in corso, ma fu raggiunto da un colpo partito accidentalmente da una pistola maneggiata da Francescopio Autiero, giovane nipote di uno dei ras dei De Micco. Poco prima dell’omicidio del 20enne, Autiero fu protagonista di un conflitto a fuoco proprio con il gruppo di coetanei provenienti da Volla. Successivamente trovò riparo sotto l’androne di uno dei palazzi di via Miranda e maneggiando la pistola stava raccontando la sparatoria agli amici presenti. Fabio Ascione stava rincasando a piedi, al termine di una serata trascorsa a lavorare al bingo di Cercola, si avvicina al gruppo di giovani, tra quali riconobbe amici e parenti, e fu raggiunto da un colpo partito accidentalmente dalla pistola di Autiero e che lo lasciò incredulo. “Wuà fra, mi hai colpito”, esclamò il 20enne, poco prima di perdere la vita.
La morte del ventenne ha però avuto un impatto devastante sugli equilibri criminali dell’area, alimentando ulteriormente il clima di tensione e di vendetta.
Seppure non ci sia la firma del gruppo di Volla sull’omicidio di Ascione, malgrado i De Micco abbiano cercato in tutti i modi di depistare le indagini per “graziare” il giovane nipote del ras, ma anche per legittimare un’ipotetica vendetta nei riguardi di quei giovani irriverenti, il fatto che la morte di un giovane innocente sia scaturita da dinamiche innescate dalla loro ennesima incursione armata a Ponticelli, di per sé costituisce una condizione necessaria e sufficiente per legittimare l’intervento del clan per regolare definitivamente quei conti in sospeso.
Nei gironi immediatamente successivi all’omicidio del giovane innocente, i due gruppi si sono guardati bene dal mettersi in mostra, consapevoli della presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Non appena si è ripristinata la normalità tra le strade di Ponticelli e Volla, le incursioni e le intimidazioni si sarebbero intensificate, trasformando la contrapposizione tra i due schieramenti in una vera e propria emergenza per l’ordine pubblico.
Un boss detenuto, ritenuto ai vertici del clan De Micco, avrebbe decretato la condanna a morte del giovane considerato il leader del gruppo di Volla. La decisione sarebbe stata comunicata ai sodali in libertà, che attenderebbero il compimento della maggiore età del ragazzo prima di passare all’azione. A riprova del concreto e tangibile pericolo al quale il giovane è esposto, nei mesi scorsi, il padre avrebbe persino versato una somma di circa 50mila euro nel tentativo di scongiurare la vendetta, senza però ottenere garanzie. L’attesa del diciottesimo compleanno sarebbe legata alla volontà di evitare che un eventuale omicidio venga percepito come l’uccisione di un minorenne, circostanza che avrebbe un forte impatto anche sull’immagine criminale del clan.
I killer dei cosiddetti “Bodo” starebbero solo aspettando che il giovane diventi maggiorenne: una volta spente le 18 candeline, scatterà il piano mortale, così come espressamente ordinato dal boss. Uno stratagemma ordito per evitare di accollarsi la poco edificante etichetta del clan che “uccide i bambini”. Del resto, in passato, i De Micco hanno già sfatato il pesantissimo tabù della camorra che “non uccide le donne” mettendo la firma sull’omicidio di Annunziata D’Amico, la donna-boss assassinata in un agguato di matrice camorristica quando ricopriva il ruolo di reggente dell’omonimo clan. Annunziata D’Amico pagò con la vita il diniego di corrispondere ai rivali una tangente sui proventi delle piazze di droga che gestiva nel suo arsenale, il parco Conocal di Ponticelli. La donna, 40 anni, madre di sei figli, fu uccisa sotto casa, nel “suo” rione, di rientro da un colloquio in carcere con il suo primogenito, Gennaro.
Un omicidio pesantissimo che sancì la fine di una faida particolarmente efferata e che decretò la supremazia dei De Micco.
Anche in questo caso, mettendo la firma su un delitto efferato, come quello di un ragazzino, i De Micco puntano a rilanciare la leadership conquistata collezionando azioni violente e imponendo omertà e connivenza. La condotta scellerata di quel gruppo di giovanissimi rischia di ledere e minare la reputazione del clan, soprattutto alla luce dei fatti che si sono susseguiti di recente. Una circostanza intollerabile per una cosca che ha costruito la sua ascesa criminale sul rispetto, il timore reverenziale, la strategia del terrore.
Malgrado i vistosi segnali di quel pericolo che incombe sulle loro vite, i giovani vollesi non sembrano disposti a indietreggiare.
Uno scenario che ben descrive il clima di estrema tensione che continua ad alimentare lo scontro tra i due gruppi e che contribuisce a mantenere alta l’allerta tra investigatori e residenti della periferia orientale di Napoli.
Giovani armati e sfida allo Stato
L’ultimo episodio avvenuto tra le strade di Cercola conferma una tendenza che preoccupa sempre di più forze dell’ordine e cittadini: la presenza di gruppi di ragazzi molto giovani che non esitano a circolare armati e a sfidare apertamente le istituzioni.
La fuga dai carabinieri, il tentativo di disfarsi della pistola e la successiva ostentazione sui social network rappresentano il segnale di una crescente perdita di percezione del rischio e della gravità delle proprie azioni.
Un fenomeno che va oltre il singolo fatto di cronaca e che pone interrogativi sulla capacità delle organizzazioni criminali di attrarre nuove leve tra adolescenti e giovani adulti.
L’allarme dei residenti
Nelle strade di Ponticelli, Cercola e Volla cresce intanto la preoccupazione dei residenti, costretti a convivere con una spirale di violenza che rischia di coinvolgere anche persone completamente estranee agli ambienti criminali.
La tragedia di Fabio Ascione resta il simbolo più evidente di questo pericolo: un ragazzo senza legami con la criminalità che ha perso la vita trovandosi nel posto sbagliato al momento sbagliato.











