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Il ruolo dei De Micco di Ponticelli nel garantire omertà e copertura all’assassino del 20enne Fabio Ascione

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
15 Maggio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Negati i funerali al 20enne ucciso a Ponticelli
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Seppure le circostanze che hanno determinato la morte di Fabio Ascione, il 20enne ucciso all’alba di martedì 7 aprile, nel parco di Topolino di Ponticelli, al termine di una serata trascorsa a lavorare al bingo di Cercola, non appaiano direttamente correlate alle dinamiche camorristiche che tengono in ostaggio migliaia di vite nel quartiere della periferia orientale di Napoli, i De Micco, il clan che detiene il controllo del territorio, sta ricoprendo un ruolo cruciale, fin dagli istanti immediatamente successivi all’omicidio del 20enne incensurato e che a tutti gli effetti è una vittima innocente.

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Fabio Ascione sarebbe stato raggiunto al petto da un colpo esploso accidentalmente dal nipote di uno dei ras dei De Micco, mentre rincasava nel “Parco di Topolino”, il luogo dove viveva, nonché arsenale del clan. Ed è proprio questo che ha fortemente inciso sulle dinamiche che si sono avvicendate fin dagli istanti immediatamente successivi a quello sparo.

Uno sparo esploso involontariamente, al culmine di una serata concitata e che ha visto quel giovane protagonista di un conflitto a fuoco ingaggiato con un gruppo di giovanissimi di Volla che a loro volta si starebbero mettendo in mostra compiendo una serie di azioni eclatanti, finalizzate a contestare e contrastare l’egemonia dei De Micco. In particolare, due giovanissimi che non risulterebbero legati a nessun clan attivo sul territorio, starebbero agendo autonomamente, inscenando anche molteplici incursioni armate nei rioni controllati dai clan di Ponticelli. Un modus operandi che ricorda quello dei due giovani protagonisti di “Gomorra“, il celeberrimo film tratto dal romanzo di Roberto Saviano, e che sfidavano proprio il clan dei Casalesi con azioni e modalità assai simili a quelle intraprese dai ragazzi di Volla che hanno ricoperto un ruolo nelle dinamiche che sono poi culminate nell’omicidio del giovane Fabio Ascione.

La prima rissa culminata negli spari a Volla, poi la replica del gruppo rivale a Ponticelli, poco dopo e indirizzato al giovane nipote del ras dei De Micco che ha trovato rifugio sotto il porticato di uno dei tanti palazzi del “Parco di topolino” nei pressi del campetto di calcio, insieme ad altri ragazzi, tra i quali Fabio Ascione, di rientro dalla serata lavorativa, ha riconosciuto degli amici. Il ragazzo armato si sarebbe reso autore di una manovra maldestra e involontariamente sarebbe partito il colpo che ha ucciso il 20enne.

A partire da quel momento il clan è stato protagonista di due fasi. In un primo momento, quando i testimoni oculari e non solo hanno fatto di tutto per sviare le indagini sul gruppo di Volla, i “bodo” hanno indirizzato un ultimatum inquietante ai responsabili della morte di Fabio, concedendogli 24 ore di tempo per consegnarsi, diversamente sarebbero scesi in campo per vendicare il 20enne, provvedendo a uccidere a loro volta un innocente.

Una premessa che introduceva un monito allarmante, ma che poi ha assunto tutt’altra forma quando una delle figure apicali del clan ha rivendicato protezione e omertà per l’assassino di Fabio: suo nipote. Un vincolo di parentela che gioca un ruolo pesantissimo nell’intera vicenda e che spiega il silenzio e l’omertà che i testimoni dell’omicidio del 20enne stanno garantendo al responsabile.

Fare quel nome agli inquirenti vorrebbe dire vedersi costretti a lasciare il parco di Topolino, uno dei tanti rioni adibiti ad arsenale del clan che si dimostra tutt’altro che propenso a tollerare il mancato rispetto delle regole d’oro della malavita, perfino al cospetto della morte di un innocente.

Se nelle fasi successive all’omicidio di Fabio Ascione, indispettiti dalla presenza di forze dell’ordine e giornalisti che li stanno costringendo a rallentare la gestione degli affari illeciti, in primis, lo spaccio di stupefacenti, avevano lanciato un perentorio ultimatum, al cospetto dell’identità del responsabile, i De Micco hanno spostato il focus sui testimoni e sugli abitanti dell’intero rione, seminando paura e imponendo silenzio e omertà con le minacce.

Un atteggiamento in netta antitesi con quello assunto dai Sarno, allorquando si trovarono nella stessa situazione, all’indomani dell’omicidio dell’innocente Umberto Improta, ucciso da un proiettile vagante esploso al culmine di un conflitto tra un gruppo di giovanissimi di San Giorgio a Cremano e i rampolli del clan Sarno. Improta, onesto lavoratore, era estraneo alla lite. I boss di Ponticelli si adoperarono per consegnare alla giustizia i responsabili di quell’omicidio,seppure si trattasse di un nipote dei boss e di altri giovani parenti diretti delle figure apicali del clan. Secondo il codice d’onore dei Sarno, quei ragazzi andavano messi davanti alle loro responsabilità e non protetti. Un atteggiamento in netta antitesi con quello inscenato attualmente dai De Micco e che sta incidendo pesantemente sulle circostanze che hanno determinato il diniego della celebrazione dei funerali in chiesa da parte della Questura di Napoli, per effetto del forte timore di ritorsioni a azioni armate durante lo svolgimento delle esequie.

Seppure sia più che accertata l’estraneità della vittima agli ambienti camorristici e alle dinamiche che hanno portato all’omicidio, forte è il sentore che ben presto i due gruppi rivali possano tornare a impugnare le armi, come sottolineano i messaggi minatori che continuano a susseguirsi sui social.

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