Un gruppo di ragazzini provenienti dal comune di Volla che si invaghisce di alcune coetanee di Ponticelli. Le prime cotte adolescenziali, i pedinamenti in strada che portano quella paranza, legata ai Veneruso-Rea e dedita prettamente ai furti d’auto, a “sconfinare” in un territorio controllato da un altro clan: i De Micco, un’organizzazione camorristica che detiene un controllo capillare del quartiere e che ha conquistato quella supremazia anche e soprattutto adottando una vera e propria strategia del terrore. Una leadership consacrata anche da agguati e azioni violente ed eclatanti, volute per punire chi ha osato opporsi al potere criminale del clan.
Questo lo scenario che ha funto da preludio alle schermaglie tra i due gruppi di giovanissimi, protagonisti del conflitto a fuoco andato in scena poco prima dell’omicidio del 20enne Fabio Ascione, all’alba dello scorso 7 aprile. A dare il via a quel vortice di eventi, il divieto che i De Micco avrebbero imposto a quei ragazzi di Volla, seppure inizialmente abbiano “sconfinato” nella zona controllata da un clan rivale per ragioni che esulano dallo scenario criminale: volevano solo corteggiare quelle ragazze di Ponticelli che avevano attirato la loro attenzione.
Lo scenario sentimentale ha ben presto ceduto il posto a dinamiche profondamente diverse e che raccontano di una sequenza di furti d’auto praticati dal gruppo di Volla nel quartiere Ponticelli per estorcere denaro ai proprietari delle vetture, servendosi della tecnica del “cavallo di ritorno”. E poi, “stese”, incursioni armate, finanche degli agguati, un’escalation di schermaglie che hanno concorso ad imbruttire sempre di più i toni. In sostanza, i giovanissimi di Volla avrebbero inscenato una serie di azioni ritorsive per sfidare i De Micco, in replica al diniego di frequentare il quartiere per incontrare delle ragazze della zona.
Consapevoli di non poter uccidere dei minorenni per non “sporcare” la reputazione del clan, dentro e fuori gli ambienti criminali, i De Micco hanno perseguito tutte le strade possibili, pur di ridimensionare i moti di ribellione e irriverenza della paranza di Volla. All’incirca una settimana prima dei fatti che all’alba del 7 aprile sono culminati nell’omicidio dell’innocente Fabio Ascione, si sarebbe verificato un episodio clamoroso. Le figure apicali del clan De Micco avrebbero sequestrato uno degli elementi di spicco del gruppo di giovanissimi di Volla, seppure si tratti di un minorenne. Lo avrebbero poi condotto in una delle case popolari di cui il clan dispone nel rione Lotto 10, denominato in gergo “abbasc’ a chicca”, e lì lo avrebbero pestato selvaggiamente. Non solo percosse, il ragazzino sarebbe stato ripetutamente colpito alla testa con il calcio di una pistola. Una violentissima azione ritorsiva e dimostrativa: una lezione necessaria, per consentire di comprendere che “i bodo fanno sul serio e con loro non si scherza”. Dopo interminabili ore di torture, il minore sarebbe stato poi liberato, ma l’episodio non è passato inosservato, destando notevole scalpore ben oltre i confini del rione che ha ospitato la mattanza.
Un episodio che funge da tassello cruciale per ricostruire le fasi che hanno portato al botta e risposta tra il gruppo di Ponticelli e quello di Volla, la sera di Pasquetta.
Consapevoli di non potersi adoperare personalmente per liberarsi in maniera definitiva di una banda di ragazzini, i De Micco hanno armato le mani dell’esercito di giovanissimi che scalpitano per conquistare un posto tra le fila del clan, come dimostrano i frame catturati dalle telecamere del bar Lively la sera di Pasquetta.L’arma che passa dalle mani di un giovane, in cugino di Fabio Ascione, a quelle di un altro giovane, Francescopio Autiero, giovane nipote di una delle figure apicali del clan De Micco. Autiero sale a bordo di uno scooter, guidato da un minore, non appena viene intercettata l’auto a bordo della quale viaggiano i giovanissimi di Volla per ingaggiare una sparatoria. Un fuoco incrociato che non ha provocato feriti, ben diverso lo scenario che si è invece configurato di lì a poco, quando Autiero ha trovato rifugio sotto l’androne di uno dei palazzi del cosiddetto “parco di Topolino”. Mimando ai coetanei che si erano radunati intorno a lui, il conflitto a fuoco di cui era stato protagonista, tenendo la pistola tra le mani, Autiero ha esploso accidentalmente un colpo che non ha lasciato scampo al giovane Fabio Ascione che si era avvicinato al gruppo di amici per un saluto, al rientro di una serata trascorsa a lavorare al bingo di Cercola.
Destini opposti che si incrociano per un’istante, scrivendo trame drammatiche. A pagare il prezzo più alto è una vita estranea alle logiche criminali e all’escalation di violenza e criminalità che ha scandito quella sequenza di eventi che inevitabilmente era destinata a sfociare nel sangue. Neanche la morte di un innocente ha sedato il livore criminale del clan De Micco che, anzi, avrebbe deciso di scendere in campo personalmente per chiudere il conto in sospeso con quel gruppo di ragazzini che ha ripetutamente sconfinato tra le strade del loro regno per compiere azioni violente e irrispettose. Seppure siano stati gli stessi De Micco ad armare la mano del giovane che ha ucciso Ascione, i vertici del clan ritengono ugualmente che i vollesi abbiano giocato un ruolo cruciale nelle circostanze che hanno portato alla morte di un innocente e che comunque la condotta adottata con insistenza fino a quella sera, li rende meritevoli di una punizione che va ben oltre un “semplice” pestaggio.
Consapevoli che “il parco di Topolino”, il quartier generale del clan, teatro dell’omicidio di Fabio Ascione, è ancora sotto i riflettori delle forze dell’ordine, i De Micco hanno spostato l’asse nel rione “Lotto 10”, un altro arsenale di cui detengono il controllo e proprio da lì, da circa una settimana, pressoché tutte le sere, le figure apicali del clan si recherebbero a Volla, a caccia di un “ragazzino da stanare” per lanciare un segnale definitivo e perentorio. Come se l’omicidio di un giovane innocente, seppure non compiuto dal gruppo di giovani con i quali “i loro ragazzini” erano entrati in conflitto, potesse giustificare la loro scesa in campo per mettere la firma su un omicidio che a questo punto, rappresenterebbe molto di più di una semplice azione ritorsiva/dimostrativa.
Seppure i giovani di Volla, dai fatti avvenuti all’alba del 7 aprile, sembrano essersi dissolti nel nulla, i vertici del clan seguitano a mostrare una certa cocciutaggine nel voler chiudere tempestivamente il conto in sospeso con la giovane paranza di Volla e non è detto che per riuscirci non decidano di servirsi del loro punto debole: le ragazzi di Ponticelli di cui si sono invaghiti.
Un clima da brividi che impensierisce i civili che temono legittimamente che ad avere la peggio in un questo quadro segnato da tensioni e violenza, possa essere un’altra vittima innocente o comunque una giovane vita che può essere salvata solo dal tempestivo intervento degli inquirenti.
Del resto, il fermo che ha fatto scattare le manette per Autiero e il minore all guida dello scooter a bordo del quale il 23enne ha ingaggiato il conflitto a fuoco con i vollesi, introduce uno scenario più ampio e che riguarda la contesa del controllo dei furti d’auto, così come restano da fugare numerosi punti interrogativi legati a una sfilza di soggetti che orbitavano intorno alla figura di Autiero quella sera e che hanno adottato atteggiamenti e ruoli che tratteggiano una trama che sembra tutt’altro che casuale e inconsueta.
Restano da capire e chiarire ancora troppi aspetti legati alle circostanze in cui un giovane di vent’anni è andato incontro alla morte, di rientro da una serata festiva trascorsa a lavorare. E, nel frattempo, cresce il timore che, di qui a poco, l’asfalto possa nuovamente macchiarsi del sangue di un’altra giovane vita.










