“Un mandato di cattura in più o in meno non mi cambia niente, ma tu non devi più scrivere di me”.
Sono parole che Gabriella Onesto, pochi giorni prima del suo arresto, ha rivolto alla direttrice di Napolitan.it, la giornalista Luciana Esposito. Una frase rimasta impressa nella memoria e che oggi, dopo la condanna all’ergastolo incassata dalla lady-camorra, assume un significato diverso.
Per anni il nome di Gabriella Onesto è stato associato alle dinamiche criminali che hanno insanguinato Ponticelli, uno dei quartieri simbolo delle guerre di camorra dell’area orientale di Napoli. Le inchieste e i processi hanno raccontato il ruolo delle cosiddette “pazzignane”, donne capaci non soltanto di mantenere vivi i rapporti tra affiliati e detenuti, ma anche di influenzare strategie, alleanze e vendette in una realtà dove il potere criminale non è stato esclusivamente maschile. In seguito alla dissoluzione del clan Sarno e al consequenziale arresto degli uomini legati a filo doppio ai fratelli Sarno, ma che hanno deciso di non assecondarne la decisione di collaborare con la giustizia, incassando così ergastoli o comunque pesantissime condanne, furono proprio le donne a ricoprire il duplice ruolo di capofamiglia e capoclan, subentrando a tutti gli effetti nella reggenza del clan e la gestione degli affari illeciti. Il clan delle “Pazzignane” assume così le fattezze femminili di Gabriella Onesto, Vincenza Maione, Luisa De Stefano. Donne, madri, parenti, ciniche e spietate, più degli uomini e che hanno marcato da protagoniste la scena camorristica napoletana negli anni compresi tra il 2016 e il 2018 quando, forte del supporto dei vecchi clan dell’ala orientale di Napoli, riuscirono ad imporre la loro supremazia e conquistare il controllo del territorio, dopo anni trascorsi alla mercé dei De Micco e dei Mazzarella.
Le ostilità tra questi ultimi e le “pazzignane” si spingevano ben oltre il mero controllo degli affari illeciti e le logiche di potere criminale: rimandavano a una faida che tuttora continua a insanguinare le strade della periferia orientale di Napoli, soprattutto di sangue innocente. Un vortice di violenza e omicidi scaturito dall’omicidio di Salvatore Mazzarella, padre dei boss fondatori dell’omonimo clan, estraneo alle logiche camorristiche, ucciso solo per colpire i figli. L’esecutore materiale dell’omicidio fu Ivan Maione, ancora minorenne, fratello di Gabriella Onesto e Vincenza Maione. La replica dei rivali costò la vita ad Antonio Maione, fratello dei “pazzignani”, anche lui non direttamente coinvolto negli affari camorristici.
A distanza di più di vent’anni di distanza da quei due omicidi, “le pazzignane” tornano a piangere un’altra vittima innocente: Antonio Musella, cognato di Gabriella Onesto e Vincenza Maione, ucciso mentre si recava al mercato ortofrutticolo, come tutte le notti.
Dietro molte delle vicende che hanno segnato gli ultimi atti dell’eterna faida di Napoli est emerge dunque un elemento ricorrente: la vendetta.
Una spirale che si autoalimenta e che finisce per travolgere non soltanto chi sceglie di appartenere a un clan, ma anche chi con quelle logiche non ha nulla a che fare.
L’omicidio del fratellastro Antonio Maione rappresenta uno degli eventi che hanno segnato profondamente gli equilibri e le tensioni del territorio. Attorno a quella morte si sono sviluppati rancori, contrapposizioni e regolamenti di conti che hanno contribuito ad alimentare un clima permanente di ostilità.
Ma il risultato finale delle logiche di vendetta è sempre lo stesso: altre vittime.
L’esempio più drammatico è quello di Antonio Musella, cognato di Gabriella Onesto, ucciso in una vicenda che si inserisce nel contesto delle contrapposizioni criminali e delle ritorsioni maturate all’interno di quel mondo.
La sua storia racconta una verità che troppo spesso viene dimenticata. Le guerre di camorra non colpiscono soltanto chi impugna un’arma o chi partecipa alle attività del clan. Colpiscono intere famiglie. Colpiscono parenti, amici, persone che si ritrovano a pagare sulla propria pelle il conto di odi accumulati da altri.
Antonio Musella è diventato il simbolo di questo meccanismo perverso: un uomo estraneo alle dinamiche criminali che si è trovato schiacciato da una spirale di violenza costruita nel tempo da chi ha scelto di fare della vendetta una ragione di vita. Un omicidio che ha inflitto un colpo durissimo alle “pazzignane”, legatissime al cognato. L’ultimo di una lunga serie di eventi tutt’altro che propizi per la rinascita del clan, decapitato dagli arresti e sfiancato dalle pesantissime condanne incassate dalle figure apicali, non ultimo il fine pena mai incassato da Gabriella Onesto e Vincenza Maione, quest’ultima già condannata all’ergastolo per l’omicidio Colonna-Cepparulo.
Un verdetto pesantissimo, non solo perché stronca ogni speranza di scarcerazione per le lady-camorra di Ponticelli, ma soprattutto per le circostanze che hanno inchiodato gli imputati alle loro responsabilità: determinanti, al fine di ricostruire la verità dei fatti, le dichiarazioni rese da Luisa De Stefano, la leader del clan delle “pazzignane” che da più di un anno ha deciso di seguire suo figlio Tommaso Schisa nel percorso di collaborazione avviato nel 2019. Tra le parenti che si adoperarono per indurre il rampollo del clan a ritrattare, proprio Gabriella Onesto si rese autrice delle condotte più violente. Il timore covato fin dai primi istanti in cui si diffuse la notizia del pentimento del giovane Schisa ha trovato riscontro nella realtà, con l’aggravante che le dichiarazioni della madre, più di quelle del figlio, hanno decretato la rovina del clan e ancor più dei parenti addentrati nelle dinamiche camorristiche.
E forse è proprio per questo che l’ergastolo pronunciato ieri assume un significato che va oltre la vicenda giudiziaria, perché il fine pena mai non cancella il passato, non restituisce le vittime ai loro familiari e non rimargina le ferite di un territorio che continua a fare i conti con decenni di sangue.
Nei rioni di Ponticelli controllati dai clan, forte è in sentore che questa stangata giudiziaria, giunta all’indomani dell’omicidio del cognato Antonio Musella possa indurre “le pazzignane” a capitolare, lasciandosi accarezzare dall’idea di vendicarsi dei rivali, servendosi delle armi fornite dallo Stato.










