Un omicidio rimasto per anni sospeso tra silenzi, vendette e omertà, ma che oggi torna al centro delle inchieste antimafia dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e l’arresto del boss Roberto Mazzarella, ma soprattutto ala luce del recente omicidio di Antonio Musella a Ponticelli.
L’assassinio di Antonio Maione rappresenta uno degli episodi più significativi nella lunga scia di sangue che ha segnato la guerra tra i clan dell’area orientale di Napoli, capace tutt’oggi di incidere sulle dinamiche camorristiche, alimentando le logiche dell’eterna faida in corso e anche vendette trasversali.
Chi era Antonio Maione
Antonio Maione venne ucciso il 15 dicembre del 2000. Era il fratello di Ivan Maione, figura vicina agli ambienti criminali legati ai clan dell’area Est di Napoli, in particolare al clan Rinaldi, malgrado non fosse ancora maggiorenne. Antonio, seppure estraneo alle dinamiche operative della camorra, finì comunque dentro una delle faide più violente della criminalità napoletana, in un periodo segnato da regolamenti di conti, alleanze mutevoli e vendette incrociate tra gruppi storicamente rivali.
L’omicidio maturò infatti nel contesto dello scontro tra il clan Clan Mazzarella e i Rinaldi, in una stagione in cui Napoli Est viveva una vera e propria guerra di camorra.
La vendetta per l’omicidio di Salvatore Mazzarella
Secondo le ricostruzioni investigative, il delitto di Antonio Maione sarebbe stato una vendetta maturata dopo l’uccisione di Salvatore Mazzarella, padre del boss Roberto Mazzarella.
Salvatore Mazzarella, impiegato comunale ritenuto non affiliato direttamente alle attività criminali del clan, venne assassinato nel 1995 durante la storica faida che opponeva i Mazzarella ai gruppi rivali dell’area orientale della città.
Gli investigatori ritengono che proprio quell’omicidio abbia alimentato negli anni successivi una spirale di ritorsioni culminata anche nell’esecuzione di Antonio Maione.
L’omicidio di Antonio Maione
Maione fu freddato il 15 dicembre 2000 quando Antonio Maione all’interno di una salumeria situata sul corso principale di San Giovanni a Teduccio, mentre stava mangiando un panino, insieme ad altri cinque ragazzi. Nonostante il tentativo di ripararsi dietro al bancone, i sicari lo raggiunsero e lo assassinarono. Secondo gli inquirenti, uno degli amici che si trovava in compagnia della vittima quando i killer entrarono in azione, aveva funto da “filatore” conducendo con un pretesto Maione sul luogo dell’agguato. Si tratterebbe della stessa persona che poi si presentò spontaneamente dalle forze dell’ordine per dichiarare che fu lo stesso Maione a invitarlo a recarsi in quella salumeria per farsi un panino.
Le accuse contro Roberto Mazzarella
Per anni il delitto è rimasto senza un quadro giudiziario definitivo. La svolta è arrivata grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luisa De Stefano e Tommaso Schisa, madre e figlio, considerati figure centrali negli equilibri criminali di Napoli Est.
Secondo i loro verbali, Roberto Mazzarella avrebbe avuto un ruolo diretto nell’organizzazione dell’agguato. Le dichiarazioni sostengono che il boss non sarebbe stato soltanto il mandante dell’omicidio, ma avrebbe anche partecipato materialmente all’azione, guidando il motorino utilizzato durante il commando armato.
Come presunto esecutore materiale dell’agguato risulta indagato anche Clemente Amodio.
Le dichiarazioni dei collaboratori sono state ritenute determinanti dagli investigatori per ricostruire il movente e i dettagli dell’omicidio, fino a portare all’emissione delle misure cautelari nei confronti di Roberto Mazzarella.
«Ho saputo dei responsabili dell’omicidio, dopo poco, dalla madre di Antonio Maione che, a sua volta, lo ha appreso dai vertici del clan Sarno che all’epoca erano in pace con il clan Mazzarella. Mia zia mi ha riferito che Clemente Amodio ha agito d’accordo, anzi su ordine di Roberto Mazzarella», queste le dichiarazioni rese alla magistratura da Luisa De Stefano.
Mentre suo figlio Tommaso Schisa ha aggiunto un ulteriore elemento: «Dopo qualche tempo dall’omicidio, non so dire quando, mia madre ha investito con la sua auto Clemente Amodio, dopo averlo incontrato per caso a San Giovanni, non so dire di preciso dove. Mamma mi ha raccontato che egli era a bordo di un motorino e che lei con la sua macchina ‘onesta’, una Lancia Elefantino verde acqua, lo ha alzato in aria. Non so se abbia riportato lesioni, né se sia intervenuto qualcuno. Ricordo con certezza che mia madre mi ha raccontato che mio cugino Antonio si era accorto dei killer e che aveva provato a raggiungere l’ingresso posto nella parte superiore della salumeria. In particolare, Antonio stava mangiando un panino con la mortadella e la mozzarella: si è accorto immediatamente del pericolo perché ha visto i killer arrivare».
Il peso delle collaborazioni con la giustizia di Tommaso Schisa e Luisa de Stefano
Le confessioni di Luisa De Stefano e Tommaso Schisa hanno avuto un impatto enorme sugli equilibri criminali di Napoli Est. Non solo perché hanno consentito di riaprire vecchi fascicoli di sangue, ma soprattutto perché hanno colpito assetti storici della camorra napoletana.
Gli inquirenti stimano che proprio queste collaborazioni abbiano modificato profondamente i rapporti di forza tra i clan, aprendo nuovi scenari investigativi su omicidi, alleanze e traffici criminali. Ed è proprio in questo contesto in cui probabilmente è maturato l’omicidio di Antonio Musella, il 51enne ucciso a Ponticelli mentre andava a lavorare. Musella era sposato con una cugina di Luisa De Stefano, nonché sorella di due figure apicali del clan delle “pazzignane” attualmente detenute: Gabriella Onesto e Vincenza Maione. Malgrado il 51enne non fosse direttamente inserito negli affari illeciti in cui erano invischiate le parenti, potrebbe essere stato vittima di una vendetta trasversale legata ai pentimenti di De Stefano e Schisa che hanno portato all’arresto di Roberto Mazzarella appena un mese fa. Musella era cognato di Antonio Maione, quindi anche di Ivan, l’esecutore materiale dell’omicidio del padre dei Mazzarella. Per questo motivo, l’omicidio di Musella sembra destinato anche ad allungare la scia di sangue che da decenni infervora faide di camorra e vendette trasversali nelle quali, a perdere la vita, è ancora una volta una persona estranea alle logiche criminali, ma colpevole solo di essere imparentato, direttamente o indirettamente, con un bersaglio da colpire.
L’omicidio di Antonio Maione resta uno dei delitti simbolo della stagione più feroce della camorra nell’area orientale di Napoli. Una guerra combattuta tra alleanze criminali, vendette familiari e strategie di potere che hanno insanguinato quartieri come Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio.
A distanza di oltre vent’anni, quelle dinamiche continuano ancora oggi a produrre effetti, alimentando nuove tensioni e nuove scie di sangue, come dimostra l’agguato in cui ha perso la vita Antonio Musella la scorsa notte.











