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Camorra Ponticelli: il pentito Schisa tira in ballo la donna vittima di un raid mentre raccoglieva i soldi dalle prostitute

Luciana Esposito di Luciana Esposito
2 Settembre, 2020
in Cronaca, In evidenza
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Tommaso Schisa
Tommaso Schisa

Dopo le dichiarazioni rese dal neopentito Tommaso Schisa e da altri collaboratori di giustizia, che hanno portato al commissariamento prefettizio del comune di Marigliano, per effetto dell’arresto del sindaco Antonio Carpino, la camorra vesuviana e della periferia orientale di Napoli sembra avere ragioni più che valide per temere un imminente terremoto giudiziario.

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Un arresto, quello del primo cittadino di Marigliano, accusato insieme al boss Luigi Esposito detto ‘o Sciamarro di voto di scambio politico-mafioso, che conferma che le dichiarazioni rese dall’ormai ex genero del boss di Marigliano sono al vaglio della magistratura.

Tommaso Schisa non è solo l’ex marito della figlia dello Sciamarro, ma anche e soprattutto il figlio di Luisa De Stefano, la “Pazzignana” del Rione De Gasperi di Ponticelli e dell’ex Sarno Roberto Schisa. Ragion per cui, sono molteplici i clan che temono le conseguenze delle dichiarazioni rese dal giovane.

Ad attendere con il fiato sospeso gli esiti dei riscontri della magistratura, soprattutto le figure-simbolo del sodalizio camorristico frutto della coalizione tra i clan in declino di Napoli est, nel quale convergono, oltre al clan capeggiato dalla madre di Schisa, i De Luca Bossa di Ponticelli, i Cuccaro-Aprea di Barra e i Minichini-Rinaldi.

Delle accuse che potrebbero, inoltre, ulteriormente aggravare alcuni la situazione esponenti dell’alleanza già detenuti e condannati all’ergastolo – come Michele Minichini, Anna De Luca Bossa e la stessa madre di Schisa, Luisa De Stefano – che potrebbero decidere, a loro volta, di passare dalla parte dello Stato, soprattutto se fosse confermata anche in appello la condanna all’ergastolo per l’omicidio Colonna-Cepparulo.

Tutti i responsabili, a vario titolo, dell’agguato che costò la vita al boss dei Barbudos Raffaele Cepparulo, nel quale venne però anche ucciso l’innocente Ciro Colonna, a settembre del 2019 furono condannate all’ergastolo. Una condanna schivata da Alfredo Minicini, fratello di Michele, e da Onesto Gabriella, a carico dei quali, ad avviso del Giudice “non si delinea un quadro indiziario supportato da quella necessaria gravità atta a fondare l’applicazione di misura cautelare.”

Nell’ordinanza che ha portato all’arresto delle 8 persone poi condannate all’ergastolo, si legge che Gabriello Onesto “partecipava alle fasi esecutive quale addetta al sistema delle comunicazioni telefoniche, fungendo da intermediaria tra Anna De Luca Bossa, “le pazzignane” Vincenza Maione e Luisa De Stefano e gli altri indagati”.

Sul filo del rasoio, dunque, Gabriella Onesto è riuscita ad evitare il carcere, ma le prime dichiarazioni rese da Tommaso Schisa lasciano presagire che ben presto non potrà sottrarsi al suo destino.

Il figlio della “pazzignana” ha confermato alla magistratura l’appartenenza di Gabriella Onesto al clan in cui convergono le organizzazioni alleate di Napoli est e l’ha inoltre additata come la persona che curava gli interessi economici del clan. 

In particolare, nel verbale firmato il 22 ottobre del 2019, Tommaso Schisa ricostruisce le circostanze in cui maturò un agguato nella zona di Porta Nolana, immortalato dalle videocamere, identificando esecutori e vittime.

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Schisa ha spiegato che Gabriella Onesto era la persona che per conto del clan riscuoteva il pizzo sulle piazze di spaccio e le prostitute attive ngopp’ e ‘mmura – la zona di Porta Nolana – e che proprio durante una delle incursioni per riscuotere il denaro, accompagnata da Fabio Oliviero detto ‘o chiatto, un altro affiliato al clan, il 13 gennaio del 2018, fu vittima di un’imboscata da parte dei Mazzarella. A raccontare l’accaduto al giovane rampollo di casa Schisa, fu prima la madre Luisa De Stefano, durante un colloquio, e successivamente la stessa Gabriella Onesto e Michele Minichini.

Un episodio che, oltre a confermare il coinvolgimento della donna nella rete camorristica dei clan alleati di Napoli est, sottolinea anche le velleità camorristiche dello stesso sodalizio criminale che si era spinto ben oltre i confini del quartiere Ponticelli, ingaggiando un testa a testa con i Mazzarella che li portò ad estendere i loro affari fino alle porte di Napoli.

Gabriella Onesto viene quindi additata come la donna dedita a riscuotere i proventi degli affari illeciti nella zona del centro storico.

Un ruolo che la stessa Onesto ha tutt’altro che nascosto, esibendo con orgoglio ed ostentazione sui social immagini che ritraggono ingenti somme di denaro. Un modo eloquente di palesare lo stato di salute del clan agli occhi dei rivali, per riscattarsi dalle umiliazioni subìte negli anni passati in sordina.

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Oltre alla morbosa venerazione nutrita dalla Onesto nei riguardi di Luisa De Stefano, è altrettanto assodato che la donna avesse “un debole” per Michele Minichini, come comprova il tatuaggio scalfito sulla mano sinistra:“Michele”, il nome del ras al quale ha garantito fedeltà, non solo sotto l’aspetto strettamente camorristico. 

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Il legame sentimentale intercorso tra Minichini e la Onesto è di dominio pubblico tra le strade di Ponticelli. Un legame che la donna, più che infatuata di ‘o tigre, ostentava con orgoglio nella vita reale, così come sui social network.

Dal suo canto, Michele Minichini ha notoriamente amato sempre e solo una donna: la sorella di Antonio ed Anna De Luca Bossa. Le esigenze e gli interessi, dunque, lo avrebbero spinto ad assecondare i sentimenti della Onesto, soprattutto quando è finito in carcere, poichè la donna si presentava costantemente ai colloqui, assicurandogli tutto quello di cui necessitava, in primis i soldi. Un legame stroncato dalla stessa Onesto, non appena ha preso coscienza del fatto che nel cuore di ‘o tigre non ci sarà mai spazio per un’altra donna diversa dalla sorella di Tonino ‘o sicco.

Laddove le indagini in corso dovessero confermare l’attendibilità delle dichiarazioni rese da Schisa, dunque, Gabriella Onesto, volto noto alle forze dell’ordine ormai da tempo, potrebbe finire in carcere e non è escluso che, al cospetto di una pesante condanna, possa decidere a sua volta di passare dalla parte dello Stato.

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