Le sue dichiarazioni non lasciano spazio a zone d’ombra. Si sovrappongono perfettamente alle intercettazioni, al punto da diventare – come scrivono gli inquirenti – un «formidabile riscontro alla ricostruzione del cartello, alle modalità operative, ai ruoli di ciascun affiliato».
Il collaboratore di giustizia Tommaso Schisa, rampollo di una delle famiglie camorristiche più longeve della periferia orientale di Napoli, fin dai primi istanti ha dimostrato di essere un fiume in piena che ha travolto anni di silenzi e omertà. Non ha omesso nulla di quanto a sua conoscenza, consentendo alla magistratura di addentrarsi nei meandri più reconditi ed oscuri della camorra.
Schisa ha scandito con lucidità e precisione tempistiche e aneddoti, ricostruendo dinamiche e omicidi, affari illeciti, trame complesse che difficilmente sarebbero emerse, senza il supporto di un “predestinato”. Figlio di Roberto Schisa, ex Sarno condannato all’ergastolo per la “Strage del bar Sayonara” e di Luisa De Stefano, donna-boss e perno portante del clan delle “pazzignane”, oltre che del cartello costituito dai vecchi clan dell’ala orientale di Napoli, rimaneggiati dagli arresti e dagli omicidi, pertanto animati dalla comune volontà di riconquistare un posto di rilievo nel contesto malavitoso. Un’unione di intenti che ha favorito la nascita dell’alleanza e l’ascesa del cartello criminale e che ha consentito ai Minichini-De Luca Bossa, agli Aprea, ai Rinaldi e sopratutto alle “pazzignane” del rione de Gasperi di Ponticelli di conquistare il controllo del territorio, complice un evento casuale, ma propizio: l’arresto delle figure apicali del clan egemone a Ponticelli, i De Micco. Una supremazia durata appena un paio danni, dal 2016 al 2018, e ricostruita in toto dalla magistratura, grazie al supporto di una fonte privilegiata: Tommaso Schisa, uno dei protagonisti di quella stagione di sangue che ha provocato la morte di tante innocenti.
Schisa colloca con precisione l’origine del cartello: dicembre 2015. Un’alleanza criminale strutturata, nata con un obiettivo chiaro e condiviso con i Rinaldi e i Sibillo, a loro volta confluiti nel cartello criminale: espandere il controllo del territorio oltre i confini storici delle singole famiglie, sfidando apertamente il clan Mazzarella.
Non una semplice federazione occasionale, ma un sistema organizzato, con ruoli, gerarchie e strategie comuni, pronto a usare le armi per imporre la propria supremazia. Schisa ne ricostruisce l’organigramma, indica gli affiliati, li riconosce in fotografia, attribuisce a ciascuno un ruolo operativo. Racconta delle piazze di spaccio, in primis di quelle storicamente gestite dai suoi familiari, il sistema delle estorsioni, i rapporti con le altre organizzazioni criminali attive a Marigliano, Porta Nolana, Piazza Mercato, Ponticelli. E soprattutto fa luce su ciò che più pesa: gli omicidi, tanti, troppi, compiuti dal cartello di cui è stato un perno centrale.
L’ascesa del cartello criminale nel comune di Marigliano, tra le tante cose, era stata favorita dal legame sentimentale tra Schisa e la figlia di Luigi Esposito detto “Lo sciamano”, capoclan dei “paesani”, ovvero, la fazione vesuviana del clan Rinaldi che anche in quel contesto entrò in rotta di collisione con la succursale mazzarelliana dell’entroterra vesuviano. Una guerra sostenuta e fomentata anche dai clan alleati di Napoli est, complice la parentela acquisita con il boss locale. Tommaso Schisa funge da ponte, un anello di congiunzione che innesca plurime dinamiche che sfociano in numerosi fatti di sangue, incursioni armate, reati predatori e molti altri crimini.
Tra i verbali che riportano le dichiarazioni rese da Schisa emerge anche il contesto familiare e sociale in cui è cresciuto. Un ambiente dove il crimine è normalità, tramandato come un’eredità.
“Ho appreso da mia madre Luisa De Stefano che papà, Roberto Schisa, detenuto all’ergastolo, aveva lasciato a me e a mia sorella Rosa del danaro su due conti correnti per la somma di euro 50.000 ciascuno. La parte di mia sorella è stata spesa per pagare il difensore di mio padre, i miei 50.000 euro invece sono stati utilizzati per l’acquisto di un’autovettura che poi ho venduto; quindi, per l’acquisto di due borse di armi e per i miei interessi personali. Quanto alle armi, dopo il mio arresto, diedi incarico a mia madre di consegnarle a Michele Minichini a Ponticelli.”
Soldi usati non per cambiare vita, ma per armi, auto, affari illeciti. Armi che, dopo il suo arresto, vengono fatte sparire tramite la madre e consegnate a Michele Minichini a Ponticelli. Un dettaglio che mostra quanto la filiera criminale fosse familiare e collaudata. E soprattutto quanto fosse solido e consolidato il rapporto tra madre e figlio anche in ordine alla gestione degli affari criminali.
Le dichiarazioni di Schisa aprono uno squarcio inquietante anche sul contesto ambientale in cui la criminalità prospera alle pendici del Vesuvio. Racconta di un controllo di polizia nel 2016, a casa della madre, mentre era in compagnia di Minichini e Antonio Riviecco detto Cocò, legato ai Sibillo di Forcella. .
“Nell’anno 2016 sono stato controllato dal Commissariato di Ponticelli, presso l’abitazione di mia madre mentre ero in compagnia di Michele Minichini e Cocò. Li vidi arrivare dal balcone, si trattava di Vittorio Porcini e della sua squadra. Appena li vidi, feci scappare Michele Minichini e Cocò nell’abitazione di mia zia Enza De Stefano, sita al piano superiore. Vittorio li vide scappare e li andò a riprendere a casa di mia zia. Lo pregai di non segnalarci insieme ed egli mi assicurò che avrebbe redatto un’annotazione circa il controllo dei soli Michele Minichini e Coco, ma sotto l’abitazione di mia madre, omettendo la circostanza che eravamo tutti insieme. La S.V. mi fa notare che mi riferisco a Porcini con tono confidenziale appellandolo con il nome di battesimo “Vittorio”. Voglio riferire in proposito che Vittorio mi conosce da sempre per motivi professionali per aver arrestato mia madre e mio padre. Ha arrestato anche me per l’omicidio che ho commesso da minorenne. Nell’occasione di questo controllo a casa di mia madre, Vittorio mi ha detto che stavamo facendo troppo bordello e che rischiavamo di essere arrestati e mi ha esortato ad andare più piano.”
Un retroscena che, a prescindere dalle responsabilità individuali, restituisce l’immagine di un territorio dove i confini tra controllo e convivenza appaiono pericolosamente sfumati, soprattutto se si tiene conto del fatto che in quel momento storico la nascita e la presenza dell’alleanza sulla scena camorristica non era vistosa. Ogni tassello, anche quello apparentemente più irrilevante e trascurabile, poteva invece rivelarsi prezioso ai fini della ricostruzione dei fatti salienti che si stavano avvicendando in quel periodo storico a Ponticelli e non solo. In primis, l’omicidio del boss dei Barbados Raffaele Cepparulo, nel quale perse la vita anche un giovane estraneo alle dinamiche camorristiche, Ciro Colonna. E anche gli omicidi dei parenti dei Sarno estranei alle logiche camorristiche: Mario Volpicelli e Giovanni Sarno, rispettivamente cognato e fratello degli ex boss di Ponticelli, uccisi per una vendetta trasversale.
Tra i tanti episodi, uno colpisce per la sua freddezza quasi ordinaria. Un omicidio programmato: l’obiettivo è Pierpaolo Perez, affiliato ai Mazzarella. Michele Minichini si reca a casa di Tommaso Schisa a Marigliano per comunicargli che insieme al boss Ciro Rinaldi aveva deciso che Perez doveva morire. Schisa gli procura persino un giubbotto antiproiettile. L’agguato salta solo perché Minichini viene fermato dai carabinieri a bordo della sua automobile. Il giubbotto viene sequestrato, Minichini passa la notte in caserma.
Le parole di Tommaso Schisa non sono solo confessioni. Sono una radiografia spietata della camorra contemporanea, della sua capacità di mutare, allearsi, strutturarsi come un’impresa criminale.
E dimostrano una verità che ciclicamente si ripete nella storia della camorra napoletana: le organizzazioni non crollano solo per i blitz, puntualmente è qualcuno dall’interno che decide di rompere il meccanismo, di raccontare tutto, anche ciò che non conviene ricordare e che gli inquirenti, forse, non avrebbero mai appreso diversamente.
A circa cinque anni di distanza dalla decisione di Schisa di passare dalla parte dello Stato, il colpo di grazia a quello che resta di quel cartello camorristico è stato inflitto da un’insospettabile che all’indomani della decisione del giovane di prendere le distanze dagli ambienti criminali, si dichiarava pronta a disconoscerlo: sua madre, Luisa De Stefano.











