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Scampia, la musica trova casa: inaugurato il “Music Box” dedicato a Padre Mimì Pizzuti

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
28 Settembre, 2026
in Da Sud a Sud
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Scampia, la musica trova casa: inaugurato il “Music Box” dedicato a Padre Mimì Pizzuti
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Un nuovo spazio per la musica, la formazione, l’ascolto e l’inclusione nasce accanto alla Chiesa di Santa Maria della Speranza. Il modulo sperimentale MyMode è stato riconvertito e donato alla comunità

A Scampia un cubo diventa uno spazio per fare musica, incontrarsi e costruire nuove opportunità. È stato inaugurato lo “Scampia Music Box”, il nuovo spazio realizzato accanto alla Chiesa di Santa Maria della Speranza e dedicato alla memoria di Domenico Pizzuti, Padre Mimì, gesuita, sociologo, scrittore e attivista scomparso di recente, che per oltre vent’anni ha rappresentato un punto di riferimento per la comunità del quartiere.

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Non un semplice spazio fisico, ma un progetto che mette insieme musica, educazione, socialità e attenzione alle fragilità.

Il Music Box ospiterà corsi di chitarra e flauto, una sala per la registrazione e il campionamento audio e un centro di ascolto psicologico destinato al supporto delle persone che vivono situazioni di difficoltà. Un luogo pensato soprattutto per i più giovani, dove la musica può diventare uno strumento di formazione e aggregazione.

La struttura nasce dalla riconversione di MyMode, un modulo sperimentale ideato dal Gruppo Magnanimi con il supporto di ROCKWOOL Italia e ISOPAN e con il coinvolgimento del Politecnico di Milano. Nato inizialmente come soluzione costruttiva innovativa e modulare destinata alle esposizioni fieristiche, il modulo è stato ripensato per assumere una nuova funzione sociale.

Il “cubo” è stato modificato con l’inserimento di due porte vetrate e il rinnovamento degli spazi interni, dotati di pavimento in gomma naturale e di un soffitto fonoassorbente progettato per le nuove esigenze acustiche. La copertura con pannelli fotovoltaici integrati consente inoltre alla struttura di essere energeticamente indipendente.

A rendere possibile la trasformazione sono state competenze diverse che hanno trovato un punto d’incontro attorno a un obiettivo comune: portare un progetto nato dall’innovazione dentro una comunità e trasformarlo in un luogo concreto di partecipazione.

Alla realizzazione hanno collaborato, oltre a Gruppo Magnanimi, ROCKWOOL Italia, Politecnico di Milano e ISOPAN, anche Pentastudio, Artigo, Cooperativa Officina dei Talenti e VeluxLab.

Il progetto assume un significato ancora più particolare per la scelta di intitolarlo a Padre Mimì Pizzuti, che aveva dedicato gran parte del proprio impegno ai bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi di Scampia.

Nella lettera di ringraziamento, il cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha definito lo Scampia Music Box uno “scrigno prezioso” nel quale coltivare il talento dei più piccoli, sottolineando il valore della bellezza come strumento per prendersi cura di un luogo ferito ma animato dalla volontà di cambiamento.

Per Marco Imperadori, professore ordinario del Politecnico di Milano, il progetto dimostra come un modulo nato come sperimentazione possa trovare una nuova destinazione e assumere un valore concreto per la comunità, attraverso bellezza, cultura ed educazione.

E forse è proprio questa la trasformazione più significativa: un oggetto progettato per essere esposto diventa un luogo progettato per essere vissuto.

A Scampia, dove spesso si raccontano soprattutto le emergenze, questa volta al centro della storia ci sono una chitarra, un flauto, una sala di registrazione, uno spazio di ascolto e la possibilità per un ragazzo di trovare qualcuno che lo ascolti.

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L'intervento di Burlando, durato oltre tre ore, ha segnato una delle fasi più intense della conclusione delle arringhe delle parti civili. L'avvocato ha sostenuto che le prove emerse nel dibattimento confermerebbero la tesi secondo cui la morte del campione avrebbe potuto essere evitata. Si tratta della posizione accusatoria della parte civile: le responsabilità penali degli imputati devono essere accertate dal tribunale.  Le richieste di condanna: nel mirino l'intero staff sanitario Nel corso dell'arringa, l'avvocato Fernando Burlando ha chiesto 15 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, medico personale di Maradona, e 12 anni per Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza sanitaria domiciliare. Per la psichiatra Agustina Cosachov la richiesta è di 10 anni, mentre per lo psicologo Carlos Díaz il legale ha invocato una pena di cinque anni. Infine, ha chiesto quattro anni di reclusione ciascuno per l'infermiere Ricardo Almirón e per Mariano Perroni, responsabile degli infermieri. Le contestazioni comprendono, secondo le posizioni accusatorie, l'omicidio semplice con dolo eventuale per alcuni imputati e l'omicidio colposo per altri. Per il medico clinico Pedro Di Spagna, invece, Burlando ha chiesto l'assoluzione, in linea con la posizione già espressa dalla pubblica accusa.  Le richieste formulate dalla parte civile non sono condanne già pronunciate: spetterà ai giudici valutare le prove e accertare le eventuali responsabilità penali dei singoli imputati. La distinzione giuridica è importante. Il dolo eventuale presuppone, in termini generali, che una persona si rappresenti la possibilità che la propria condotta provochi un evento mortale e ne accetti il rischio. La colpa, invece, riguarda una condotta negligente, imprudente o imperita, senza quella forma di accettazione del rischio. Le pene richieste da Burlando sono quelle invocate dalla parte civile e non costituiscono condanne già pronunciate. Anche la qualificazione giuridica dei fatti resta sottoposta alla valutazione dei giudici. «Il suo corpo chiedeva aiuto»: le accuse sulle cure domiciliari Al centro della requisitoria c'è la gestione delle condizioni cliniche di Maradona nelle settimane precedenti la morte. Il campione era stato sottoposto a un intervento chirurgico per un ematoma subdurale e, successivamente, era stato trasferito in un'abitazione privata per proseguire la convalescenza. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa e dalle parti civili, durante l'assistenza domiciliare sarebbero stati trascurati segnali e sintomi che avrebbero richiesto un controllo medico più rigoroso e, potenzialmente, un nuovo ricovero ospedaliero. Burlando ha attaccato duramente le condizioni dell'abitazione nella quale Maradona trascorse gli ultimi giorni, sostenendo che fosse inadeguata a garantire un'assistenza proporzionata alla fragilità del paziente. «Il corpo di Diego chiedeva aiuto, ma l'indifferenza è stata brutale», ha dichiarato il legale. Ha inoltre sostenuto che Maradona fosse arrivato vivo in quella casa e che i professionisti incaricati di seguirlo avessero ignorato segnali clinici che avrebbero dovuto destare preoccupazione.  La tesi delle parti civili è che non si sia trattato soltanto di una successione di errori nell'assistenza, ma di condotte e omissioni che avrebbero contribuito alla morte dell'ex calciatore. Sarà il tribunale a stabilire se le prove raccolte consentano di attribuire ai singoli imputati le responsabilità contestate. La morte del Pibe de Oro e il processo a San Isidro Diego Armando Maradona è morto il 25 novembre 2020, a 60 anni, mentre si trovava in convalescenza dopo l'intervento neurochirurgico. La morte, attribuita a un edema polmonare acuto associato a un'insufficienza cardiaca, ha dato origine a un'indagine sulle modalità dell'assistenza ricevuta negli ultimi giorni. Il processo mira a chiarire se i professionisti che avevano in cura l'ex campione abbiano agito correttamente e se eventuali negligenze abbiano avuto un ruolo determinante nel decesso. Il procedimento in corso a San Isidro è il secondo tentativo processuale dopo che il primo processo era stato annullato nel 2025 a seguito dello scandalo legato alla partecipazione di una giudice a un progetto documentaristico sul caso, circostanza che aveva compromesso la regolarità del dibattimento. 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Fabio Perrucci, il carabiniere che ha salvato tre donne nel nubifragio di Foggia: un anno fa aveva soccorso un anziano tra le fiamme

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di Redazione Napolitan
15 Ottobre, 2026
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Ci sono interventi che durano pochi minuti, ma che possono cambiare per sempre il destino di chi li vive. Momenti nei quali il pericolo non concede tempo per riflettere a lungo e qualcuno sceglie di andare incontro a chi è in difficoltà, mettendo a rischio anche la propria incolumità. È quanto accaduto lo scorso 12 ottobre a Foggia, durante il violento nubifragio che ha investito la città. Nel sottopasso di via Scillitani, invaso dall'acqua e trasformato in una trappola, tre donne sono rimaste bloccate all'interno di un'automobile. A intervenire è stato Fabio Perrucci, 29 anni, carabiniere scelto in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Foggia, che insieme a un collega ha contribuito a portarle in salvo. Una storia di coraggio che acquista un significato ancora più profondo alla luce di un precedente episodio: il 25 giugno 2025, quando prestava servizio a Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci era entrato in un'abitazione avvolta dalle fiamme per soccorrere un anziano allettato, impossibilitato a fuggire autonomamente. Due emergenze diverse, a distanza di oltre un anno, unite dalla stessa scelta: intervenire quando una vita è in pericolo.  Il nubifragio a Foggia e il sottopasso diventato una trappola Il pomeriggio del 12 ottobre, una violenta ondata di maltempo si è abbattuta su Foggia. La pioggia intensa, accompagnata in alcuni momenti dalla grandine e da forti raffiche di vento, ha provocato allagamenti, disagi alla circolazione e numerose richieste di soccorso. Le strade si sono rapidamente riempite d'acqua, mentre diversi locali, tra cui box e cantine, sono stati invasi dalle precipitazioni. In corso Garibaldi è caduto un albero, fortunatamente senza provocare feriti. Ma tra le situazioni più critiche si è registrata quella dei sottopassi, dove l'acqua si è accumulata in pochi minuti, mettendo in difficoltà gli automobilisti. In via Scillitani il livello dell'acqua ha raggiunto circa un metro. Tre donne si sono ritrovate intrappolate nell'abitacolo della loro automobile, esposte a una situazione di grave pericolo.  È in questo scenario che è intervenuto Fabio Perrucci. Il carabiniere ha raggiunto la vettura immergendosi nell'acqua, insieme a un collega, e ha partecipato alle operazioni necessarie per liberare le occupanti e condurle in salvo. Il militare ha dovuto affrontare anche un notevole sforzo fisico per raggiungere e soccorrere tutte e tre le donne, una dopo l'altra. Un intervento nel quale la rapidità era fondamentale: in un sottopasso allagato, infatti, la situazione può peggiorare in tempi brevissimi.  Il precedente a Pagani: l'ingresso nell'abitazione in fiamme La vicenda di Foggia non è un episodio isolato nella storia professionale del ventinovenne. Il 25 giugno 2025, quando era in servizio alla Tenenza dei Carabinieri di Pagani, in provincia di Salerno, Perrucci si trovò ad affrontare un'altra emergenza. All'interno di un'abitazione avvolta dalle fiamme c'era un anziano allettato, incapace di uscire da solo. Il fumo rappresentava una minaccia concreta e, mentre si attendeva l'arrivo dei vigili del fuoco, il rischio era che l'uomo non riuscisse a resistere. Il carabiniere entrò nell'appartamento, raggiunse l'anziano, lo sollevò e lo trasportò all'esterno, sottraendolo al pericolo. Un intervento del quale rimase traccia anche in una lettera di ringraziamento inviata dal figlio dell'uomo alla Legione Carabinieri. La testimonianza della sorella: «Per me è mio fratello» Dopo aver visto le immagini del fratello impegnato nel soccorso, Sarah Perrucci ha affidato ai social la propria emozione. Il suo racconto restituisce una prospettiva diversa rispetto alla cronaca dell'intervento: quella di chi conosce la persona che si trova dietro la divisa e vive con apprensione i rischi di una professione che può imporre decisioni immediate. Un post...

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