Uno studio pubblicato su Science Advances utilizza i materiali dell’eruzione di Pompei per calibrare con maggiore precisione uno dei principali metodi di datazione geologica. Analizzati otto campioni di sanidino: il risultato è compatibile con l’eruzione del 79 d.C.
Quasi duemila anni dopo, l’eruzione che distrusse Pompei continua a fornire informazioni alla scienza.
Il Vesuvio, questa volta, non è soltanto l’oggetto dello studio: è diventato una sorta di orologio geologico di riferimentoper rendere più precisa una delle tecniche utilizzate dagli scienziati per stabilire l’età delle rocce e degli eventi vulcanici.
Uno studio realizzato da ricercatori del Berkeley Geochronology Center, della University of California, Berkeley e dell’Università di Padova, pubblicato il 25 settembre 2026 sulla rivista Science Advances, ha utilizzato campioni provenienti dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. per migliorare la calibrazione della tecnica argon-argon.
Il risultato è particolarmente significativo: il metodo aggiornato ha restituito un’età compatibile con quella dell’eruzione storicamente documentata, raggiungendo una precisione nell’ordine dell’1%.
Il Vesuvio come “punto zero” per la geocronologia
La tecnica argon-argon è uno degli strumenti più importanti utilizzati per datare materiali vulcanici.
Il principio si basa sul decadimento radioattivo del potassio-40, che nel tempo si trasforma in argon-40. Misurando il rapporto tra gli isotopi dell’argon presenti nel minerale, gli scienziati possono risalire alla sua età.
Il problema è che, per quanto sofisticata, una tecnica di datazione deve essere calibrata utilizzando eventi di cui gli scienziati conoscano già l’età con sufficiente certezza ed è qui che entra in gioco il Vesuvio.
L’eruzione del 79 d.C. è infatti accompagnata da una documentazione storica eccezionalmente dettagliata. Plinio il Giovane raccontò l’eruzione e la morte dello zio, Plinio il Vecchio, che si trovava a Miseno e partì via mare per prestare soccorso alle popolazioni colpite.
Un evento geologico databile attraverso le rocce e, contemporaneamente, collocabile nel tempo attraverso fonti storiche rappresenta quindi un riferimento prezioso.
Otto campioni di sanidino
Per il nuovo studio sono stati analizzati otto campioni di sanidino, un minerale vulcanico particolarmente ricco di potassio, provenienti dai materiali eruttati dal Vesuvio.
I ricercatori hanno utilizzato campioni di pomice provenienti da Oplontis, l’antica città romana sepolta dall’eruzione, raccolti negli anni Novanta e rimasti per decenni senza essere analizzati con le nuove tecniche disponibili.
La scelta non è casuale.
I campioni appartengono alle prime fasi dell’eruzione e presentano una concentrazione di potassio particolarmente utile per questo tipo di analisi.
Grazie a campioni migliori, a uno spettrometro di massa più avanzato e a tecniche aggiornate di irraggiamento neutronico, il gruppo di ricerca è riuscito a spingere la precisione della datazione molto più avanti rispetto alle analisi precedenti.
Il risultato: 1.938 ± 13 anni
Le analisi effettuate nel 2025 hanno restituito per i campioni un’età di 1.938 ± 13 anni.
Il dato viene confrontato con l’età attesa sulla base della data storica dell’eruzione, pari a circa 1.946 anni al momento dell’analisi.
I risultati sono quindi compatibili con l’eruzione del 79 d.C. e consentono di portare la precisione della tecnica argon-argon a un livello particolarmente elevato anche per eventi geologici relativamente recenti.
Secondo i ricercatori, il risultato raggiunge una precisione dello 0,7% e un’accuratezza dello 0,4%.
Un miglioramento che non riguarda soltanto la storia del Vesuvio.
Perché questa scoperta è importante
La nuova calibrazione può avere conseguenze molto più ampie dello studio dell’eruzione di Pompei.
Una datazione più precisa permette infatti agli scienziati di ricostruire con maggiore accuratezza la sequenza degli eventi geologici: eruzioni, impatti di meteoriti, cambiamenti climatici e altri fenomeni che hanno caratterizzato la storia della Terra.
Il metodo può inoltre essere utilizzato per verificare e calibrare altre tecniche di datazione, tra cui il carbonio-14, utilizzato soprattutto per materiali organici relativamente recenti, e la datazione uranio-piombo, impiegata anche per rocce molto antiche.
In altre parole, un’eruzione avvenuta quasi duemila anni fa può contribuire a migliorare la capacità della scienza di stabilire quando sono avvenuti eventi molto più antichi.
E la data del 24 agosto?
Qui entra in gioco un’altra parte interessante dello studio.
La data tradizionalmente associata all’eruzione è il 24 agosto del 79 d.C., sulla base delle lettere di Plinio il Giovane.
Nel corso degli anni, tuttavia, alcuni ritrovamenti archeologici hanno alimentato il dibattito sulla data esatta dell’eruzione, suggerendo uno scenario autunnale.
La ricerca storica condotta dal gruppo di Berkeley ha riesaminato anche questa questione. Caroline Hasler ha analizzato le fonti e il contesto storico, compresa la controversa interpretazione di una moneta ritrovata a Pompei.
Secondo i ricercatori, la moneta potrebbe essere stata coniata prima di settembre e quindi non rappresenterebbe una prova definitiva per spostare l’eruzione in autunno. Per la calibrazione del metodo, il gruppo ha comunque adottato un margine di incertezza di circa due mesi sulla data del 24 agosto.
Il punto fondamentale è che l’incertezza sulla data precisa non compromette il risultato geocronologico.
Un’eruzione che continua a parlare
L’eruzione del 79 d.C. rimane uno degli eventi vulcanici meglio documentati dell’antichità.
Secondo la Protezione Civile, l’eruzione avvenne dopo un lungo periodo di quiescenza e fu caratterizzata da diverse fasi, con una grande colonna eruttiva e successivi flussi piroclastici che devastarono l’area di Pompei, Ercolano e Stabia. Furono emessi nell’atmosfera circa 4 chilometri cubi di ceneri e lapilli.
L’Osservatorio Vesuviano dell’INGV descrive l’evento come una delle più note eruzioni della storia e ricorda come proprio dalle lettere di Plinio il Giovane derivi il termine “pliniana”, utilizzato per indicare questo particolare tipo di eruzione esplosiva.
Oggi quei depositi vulcanici, rimasti sepolti per quasi duemila anni, diventano quindi anche strumenti per migliorare la capacità degli scienziati di leggere il tempo geologico.
Dal disastro di Pompei a uno strumento per la scienza
Il risultato dello studio ha quindi un significato che va oltre la conferma di una data storica.
Il Vesuvio del 79 d.C. diventa un riferimento per misurare il tempo della Terra con maggiore precisione.
Le rocce che raccontano la distruzione di Pompei permettono oggi di affinare uno strumento utilizzato per datare altri eventi avvenuti anche milioni di anni fa.
Quasi duemila anni dopo, l’eruzione che cancellò città e vite continua dunque a produrre conoscenza.










