Il rapper di Ponticelli, durante la sua esibizione nel corso del concerto di Luché all’ex Base Nato, ha voluto ricordare il 20enne ucciso il 7 aprile nel Parco di Topolino. Un omaggio nato nello stesso quartiere che ha visto crescere entrambi: Fabio, vittima innocente di una violenza che non gli apparteneva, e Cecchy, che da quelle strade ha costruito la sua musica.
Nel corso della sua esibizione durante il concerto di chiusura del tour di Luché, all’Ex Base Nato di Napoli, il rapper Cecchy ha voluto dedicare un momento a Fabio Ascione, il 20enne di Ponticelli ucciso il 7 aprile scorso nel Parco di Topolino. Per un momento ha accantonato il microfono per afferrare una t-shirt sulla quale era scalfita un’immagine di Fabio Ascione per mostrarla al pubblico.
Fabio e Cecchy hanno qualcosa in comune che va oltre la geografia. Sono entrambi figli di Ponticelli. Entrambi sono cresciuti in quel rione, il Parco di Topolino, teatro anche del tragico omicidio di Ascione, raggiunto accidentalmente da un proiettile esploso mentre Francescopio Autiero brandiva una pistola per mimare agli amici le fasi salienti del conflitto a fuoco ingaggiato poco prima con un gruppo di giovani rivali di Volla.
Lo stesso quartiere che ha rappresentato l’origine della loro storia, ma attraverso percorsi completamente diversi.
Il ricordo di Fabio sul palco
Fabio Ascione aveva appena 20 anni quando la sua vita è stata spezzata.
Era il 7 aprile 2026, giorno di Pasquetta. Il giovane si trovava al Parco di Topolino, a Ponticelli, quando fu raggiunto da quel proiettile che ha spento la sua vita e i suoi sogni, lasciando lui per primo incredulo: “Wuà, frà, mi hai colpito!”, esclamò rivolgendosi ad Autiero. Al rientro da una serata trascorsa a lavorare al bingo di Cercola, Ascione si era fermato a salutare un gruppo di amici e parenti, radunati nei pressi di un porticato del rione, poco dopo le concitate fasi del conflitto a fuoco con il gruppo di Volla. Fabio si era avvicinato per un saluto, quando è stato accidentalmente colpito da quel proiettile che non gli ha lasciato scampo.
Una morte che ha lasciato una ferita profonda nella comunità e che ha riportato ancora una volta Ponticelli al centro della cronaca.
Ma Fabio, per chi lo conosceva, era un ragazzo di 20 anni, con una vita davanti, una famiglia, amicizie, sogni. Un ragazzo che si è trovato dentro una violenza che non gli apparteneva e che gli ha portato via il futuro.
Una delle tante vittime innocenti della criminalità discriminate e accantonate rapidamente, come se quel destino, per chi vive in quartieri come Ponticelli, sia scontato e prevedibile, anche se si tratta di vite estranee alle logiche criminali, proprio come Fabio. Vittime che faticano a suscitare empatia e che sembrano non meritare indignazione, dolore e soprattutto il culto della memoria. Un meccanismo che Cecchy con un gesto semplice, ma potente, ha voluto rompere, portando Fabio Ascione sul palco insieme a lui, al cospetto di migliaia di giovani come loro. Per consentire al ricordo di Fabio di vivere tra loro, perché Fabio era uno di loro.
Cecchy e Ponticelli: raccontare la periferia attraverso il rap
Cecchy è un rapper napoletano profondamente legato a Ponticelli.
Il suo percorso artistico nasce proprio dalla necessità di raccontare una realtà vissuta sulla sua pelle, un quartiere che non è soltanto lo sfondo delle sue canzoni, ma una parte della sua identità.
Nella storia del rap napoletano la periferia è da sempre uno spazio di racconto: le strade, le difficoltà, le contraddizioni, ma anche la possibilità di trasformare quello che si vive in qualcosa di diverso.
Cecchy porta questa dimensione dentro la propria musica e proprio per questo il ricordo di Fabio, affidato a un palco e a un pubblico, assume un significato particolare.
Due ragazzi, due strade
Fabio e Cecchy appartengono alla stessa generazione e allo stesso territorio, ma hanno percorso due strade differenti.
Uno aveva scelto la musica come linguaggio, l’altro aveva semplicemente il diritto di vivere la sua vita ed è proprio questa differenza a rendere ancora più importante quel gesto.
Ricordare Fabio non significa raccontarlo soltanto attraverso la cronaca del suo omicidio, ma restituirgli un’identità che la violenza ha provato a cancellare.
Il rap che diventa memoria
Ponticelli è un quartiere spesso raccontato attraverso la criminalità, le guerre tra clan, gli omicidi e le emergenze.
Ma Ponticelli è anche altro: è musica, arte, sport, cultura, una generazione di ragazzi che prova a costruirsi un futuro senza necessariamente andarsene.
È anche il quartiere dal quale sono emersi artisti che hanno trasformato la loro esperienza in linguaggio.
Durante quel concerto, Cecchy ha scelto di utilizzare proprio quel linguaggio per ricordare Fabio.
Non un discorso istituzionale, non una commemorazione formale, ma con un semplice gesto: mostrando una t-shirt bianca sulla quale campeggia il volto di Fabio Ascione adagiato tra le nuvole.
Fabio oggi non può più raccontare Ponticelli.
Ma ieri sera, per qualche minuto, Ponticelli ha avuto un’altra voce per raccontare Fabio.
Non quella della cronaca. Non quella delle pistole.
La voce di un ragazzo con un microfono in mano, cresciuto nelle stesse strade.
Forse un quartiere comincia davvero a cambiare quando i suoi ragazzi smettono di lasciare che siano la violenza e la cronaca a raccontarlo. E scelgono di farlo con la propria voce.











