Ha 52 anni, una disabilità intellettiva e l’epilessia. Per circa trent’anni ha frequentato lo stesso Centro Diurno. Il 30 settembre 2026, alla scadenza del progetto, è stata dimessa. La sorella, tutrice e caregiver: «Chi ha deciso che Nadia non avesse più bisogno di quel percorso?»
Dopo circa trent’anni di frequenza del Centro Diurno, Nadia, 52 anni, è stata dimessa. La scadenza del progetto era fissata al 30 settembre 2026 e, secondo quanto riferito dalla sorella E. M., tutrice, caregiver e unico familiare della donna, la nuova valutazione dell’Unità di Valutazione Integrata (UVI) non sarebbe stata effettuata prima della conclusione del percorso.
La vicenda riguarda una donna con disabilità intellettiva ed epilessia e solleva una questione che va oltre la singola prestazione: quella della continuità della presa in carico delle persone con disabilità e del ruolo delle famiglie nei percorsi assistenziali.
Secondo la ricostruzione fornita dalla sorella, nel corso del 2026 sono state effettuate due valutazioni SVaMDi, il 17 marzo e il 4 agosto, entrambe da parte di medici neurologi dell’ASL. Le valutazioni, riferisce la familiare, indicavano la necessità di proseguire il percorso riabilitativo.
A fine agosto l’assistente sociale del Comune di Napoli avrebbe quindi richiesto all’ASL Napoli 1 Distretto 32 la convocazione dell’UVI per la rivalutazione del progetto. La convocazione, secondo quanto denunciato dalla sorella, non sarebbe però arrivata.
Il 17 settembre il legale della famiglia ha inviato una formale diffida all’ASL chiedendo la tempestiva convocazione dell’UVI. Anche a questa comunicazione, riferisce E. M., non sarebbe seguita una risposta.
Il 30 settembre è arrivata la dimissione.
«Per Nadia il Centro Diurno non è semplicemente un servizio»
Per raccontare cosa significhi quella dimissione, la sorella ha scelto di mettere nero su bianco la propria esperienza. Una testimonianza che descrive il Centro non soltanto come un luogo di assistenza, ma come uno spazio di relazioni, attività e quotidianità costruito nell’arco di tre decenni.
Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera inviata dalla sorella di Nadia:
Carissima Luciana,
mi chiamo E. M. e sono la sorella, la tutrice, la caregiver e l’unico familiare di N. M., 52 anni disabile intellettiva ed epilettica.
Ti scrivo perché oggi, 30 settembre 2026, per mia sorella è accaduto qualcosa che faccio fatica persino a raccontare.
Dopo circa trent’anni di frequenza del Centro Diurno, Nadia è stata dimessa.
E lo è stata, per quello che abbiamo vissuto, nel silenzio più totale.
Per Nadia il Centro Diurno non è semplicemente un servizio sanitario o assistenziale. È una parte della sua vita.
È prepararsi al mattino per uscire. È sapere che c’è un posto dove andare e dove ci sono persone che conosce. Sono le amicizie, le relazioni, gli operatori che fanno parte della sua quotidianità. Sono gli spettacoli, i laboratori, il ballo, le camminate, gli esercizi fisici, le attività di riabilitazione e di stimolazione.
Sono tutte quelle piccole cose che, messe insieme, costituiscono la sua vita di relazione.
E proprio per questo faccio fatica ad accettare che una persona possa semplicemente arrivare alla fine di un progetto amministrativo e, da un giorno all’altro, vedere interrompersi tutto questo.
Come siamo arrivati a oggi
Il progetto di Nadia aveva scadenza il 30 settembre 2026 ed era prevista una rivalutazione alla scadenza.
Alla fine di giugno ho ricevuto una telefonata dall’assistente sociale del Comune di Napoli, dalla quale ho appreso che si era già svolta una riunione dell’UVI relativa al progetto di Nadia, senza che io, in qualità di tutrice e caregiver, fossi stata convocata.
A quel punto mi sono immediatamente attivata.
È stata effettuata una prima SVaMDi il 17 marzo 2026 e, proprio in previsione della successiva scadenza del progetto, una seconda SVaMDi il 4 agosto 2026, entrambe effettuate da medici neurologi dell’ASL.
Da quanto risulta dalle valutazioni entrambe indicavano la necessità di proseguire il percorso riabilitativo.
A fine agosto l’assistente sociale del Comune ha quindi richiesto all’ASL Napoli 1 Distretto 32 la convocazione dell’UVI per la rivalutazione del progetto di Nadia.
L’UVI, però, non è stata convocata.
A quel punto, non avendo ricevuto alcuna convocazione e preoccupata per ciò che sarebbe accaduto dopo il 30 settembre, mi sono rivolta al mio avvocato.
Il 17 settembre il mio legale ha inviato all’ASL una formale diffida, chiedendo la tempestiva convocazione dell’UVI.
Non abbiamo ricevuto risposta.
E oggi siamo arrivati al 30 settembre.
Domani?
Domani è il 1° ottobre.
E Nadia non ha più il suo Centro Diurno.
La cosa che mi chiedo, e che vorrei riuscire a far conoscere, è molto semplice:
chi ha deciso che Nadia non avesse più bisogno di quel percorso?
E soprattutto:
quando è stata fatta questa valutazione?
Perché io non sto chiedendo che venga semplicemente prorogato un documento amministrativo.
Sto chiedendo come sia possibile che una donna con disabilità intellettiva, dopo circa trent’anni di frequenza di un Centro Diurno, possa arrivare alla scadenza del proprio progetto e trovarsi senza una nuova valutazione UVI e senza che, per quanto mi risulta, sia stato definito contestualmente un diverso percorso di presa in carico.
Se una persona non ha più bisogno di un determinato servizio, è giusto che questo venga valutato.
Ma chi lo ha stabilito per Nadia?
E sulla base di quali elementi?
Perché le valutazioni SVaMDi effettuate nel corso dell’anno non sembrano raccontare una persona che non abbia più bisogno di riabilitazione.
Anzi.
Nadia non può spiegare quello che sta vivendo
Nadia non ha gli strumenti per raccontare tutto questo.
Non può scrivere una lettera.
Non può telefonare a un ufficio.
Non può spiegare a un dirigente dell’ASL che per lei quel Centro rappresenta trent’anni di relazioni, di abitudini, di esperienze e di vita.
Ma io la conosco.
E penso che, se potesse esprimere pienamente ciò che sta accadendo, oggi urlerebbe tutto il suo dolore verso chi, in qualche modo, ha deciso per lei.
Ha deciso che quel percorso poteva finire.
Ha deciso che da domani non avrebbe più quelle persone, quelle attività, quelle uscite, quelle relazioni che hanno accompagnato una parte enorme della sua vita.
E, insieme alla vita di Nadia, questa decisione ricade inevitabilmente anche sulla mia.
Perché io sono sua sorella, ma sono anche la sua tutrice, la sua caregiver e il suo unico familiare.
Se Nadia rimane senza un servizio, la conseguenza non è soltanto la perdita di una prestazione.
La conseguenza è che tutto ciò che il Centro garantiva nella sua quotidianità ricade sulle mie spalle.
Chiedo che Nadia venga valutata
Non sto chiedendo un privilegio per mia sorella.
Non sto chiedendo che venga mantenuto un servizio senza che ve ne siano i presupposti.
Sto chiedendo qualcosa di molto più semplice:
che Nadia venga nuovamente valutata.
Che una UVI esamini la sua situazione attuale.
Che vengano considerate le valutazioni sanitarie effettuate quest’anno, il suo percorso di circa trent’anni al Centro Diurno, le sue autonomie, la sua vita di relazione, i suoi bisogni riabilitativi e assistenziali.
E che, sulla base di questa valutazione, venga deciso quale debba essere il suo percorso.
Perché ciò che è accaduto oggi mi lascia una domanda alla quale, come sorella e come caregiver, non riesco a trovare risposta:
può davvero finire così la presa in carico di una persona con disabilità?
Può bastare la scadenza di un progetto per interrompere una parte così importante della sua vita, senza che prima venga effettuata una nuova valutazione e senza che venga individuata una soluzione alternativa?
Io oggi non ho una risposta.
So soltanto che questa mattina Nadia è stata dimessa.
E domani mattina, per la prima volta dopo circa trent’anni, non si preparerà per andare al Centro Diurno.
Per molte persone potrebbe sembrare una cosa piccola.
Per Nadia non lo è.
Per Nadia è la sua vita quotidiana che cambia da un giorno all’altro.
Ed è per questo che ho deciso di raccontare questa storia: perché quella di Nadia non è un caso isolato. Nel territorio della VI Municipalità di Napoli, infatti, altre famiglie di persone con disabilità si trovano, davanti allo stesso problema: l’interruzione di percorsi di assistenza e di inclusione costruiti nel tempo, senza che alle famiglie sia chiaro quale sarà il percorso successivo.
La vicenda pone quindi una domanda precisa alle istituzioni sanitarie e sociali coinvolte: quale sia oggi il percorso previsto per Nadia e sulla base di quale valutazione sia stata determinata la conclusione della presa in carico presso il Centro Diurno.
Per la famiglia, la richiesta non è quella di ottenere automaticamente una proroga, ma di arrivare a una nuova valutazione della situazione della donna e alla definizione di un percorso assistenziale coerente con i suoi bisogni.
Una questione che riguarda Nadia, ma che chiama in causa anche il tema più ampio della continuità assistenziale e del sostegno alle persone con disabilità e ai loro caregiver.











