Aveva tre anni. Il suo corpo fu trovato sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, dopo il naufragio del gommone con cui la sua famiglia tentava di raggiungere la Grecia. La fotografia di Nilüfer Demir diventò il simbolo della crisi dei migranti
Ci sono fotografie che raccontano una storia. E poi ce ne sono alcune che finiscono per raccontare un’epoca.
Quella di Alan Kurdi, conosciuto inizialmente dai media come Aylan, è una di queste.
È il 2 settembre 2015 quando la fotografia di un bambino siriano riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, comincia a fare il giro del mondo. Alan ha tre anni. Indossa ancora i suoi vestiti, le scarpe ai piedi. È stato trascinato a riva dalle onde dopo essere annegato nel Mediterraneo.
L’immagine, scattata dalla fotoreporter turca Nilüfer Demir, diventa in poche ore una delle fotografie più riconoscibili della crisi dei rifugiati. Non mostra una folla, non racconta una guerra attraverso le macerie, non ha bisogno di spiegazioni. Mostra soltanto un bambino. E proprio per questo diventa impossibile da ignorare.
La fuga dalla Siria
Alan era un bambino siriano di origine curda. La sua famiglia era fuggita dalla guerra e dalle violenze che avevano devastato la Siria, cercando rifugio in Turchia.
Nel 2015 la famiglia aveva deciso di tentare la traversata verso la Grecia. La destinazione era l’isola di Kos, raggiungibile da Bodrum attraverso un tratto di mare relativamente breve, ma estremamente pericoloso per chi viaggiava su imbarcazioni precarie.
Nella notte tra il primo e il 2 settembre, Alan salì su un piccolo gommone insieme alla madre Rehana, al fratello Galip, di cinque anni, e ad altre persone.
Il viaggio durò pochissimo.
Il gommone si capovolse pochi minuti dopo la partenza. Alan, il fratello e la madre morirono annegati. Il padre, Abdullah, fu l’unico membro della famiglia a sopravvivere.
La fotografia sulla spiaggia di Bodrum
All’alba, sulla spiaggia di Bodrum, vennero recuperati i corpi.
Tra loro c’era quello di Alan.
La fotoreporter Nilüfer Demir si trovava nella zona per seguire la crisi migratoria. Quando vide il bambino sulla spiaggia, scattò alcune fotografie.
Una di quelle immagini sarebbe diventata storica.
Alan è fotografato di spalle, con il viso rivolto verso la sabbia e il mare alle sue spalle. Poco distante si intravede un soccorritore.
Non c’è nulla di spettacolare in quella scena.
Ed è proprio questo il punto.
C’è la normalità spezzata di un bambino che avrebbe dovuto essere a scuola, giocare, crescere. Invece è diventato il volto di una tragedia che fino a quel momento era stata raccontata soprattutto attraverso numeri, statistiche e immagini di masse di persone in fuga.
La fotografia trasformò quei numeri in una storia personale. Un bambino aveva un nome, un volto e una famiglia.
«L’umanità è annegata»
L’immagine si diffuse rapidamente sui giornali, in televisione e sui social network.
In Turchia cominciò a circolare anche l’hashtag #KiyiyaVuranInsanlik, traducibile come “l’umanità arrivata a riva” o “l’umanità trascinata sulla riva”.
La fotografia provocò una reazione emotiva planetaria e riaccese il dibattito sulla crisi dei rifugiati che in quei mesi attraversavano il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.
Il volto della crisi non era più soltanto quello di migliaia di persone in movimento.
Era diventato quello di un bambino di tre anni.
Una fotografia che cambiò il racconto della crisi
La forza dell’immagine di Alan Kurdi fu anche nella sua capacità di rompere la distanza tra chi osservava e ciò che stava accadendo.
Per anni le migrazioni erano state raccontate soprattutto attraverso numeri: arrivi, sbarchi, morti, naufragi.
Quella fotografia impose un’altra prospettiva.
Non c’erano più soltanto “migranti”. C’era Alan.
Un bambino che aveva attraversato il confine tra la vita e la morte senza aver mai avuto la possibilità di scegliere il proprio destino.
La sua fotografia comparve sulle prime pagine di numerosi giornali internazionali e divenne una delle immagini simbolo della crisi migratoria del 2015. Anche il Time l’ha successivamente inserita tra le fotografie più significative dell’anno.
Dieci anni dopo, quella fotografia è ancora lì
Nel settembre 2025, a dieci anni dalla morte di Alan, l’ANSA ricordò quella fotografia definendola il drammatico simbolo delle tragedie del mare e della crisi migratoria.
Sono passati undici anni da quella mattina.
Il Mediterraneo continua a essere attraversato da persone che fuggono da guerre, persecuzioni, povertà e instabilità. E continua a essere teatro di naufragi e morti.
La fotografia di Alan Kurdi appartiene ormai alla memoria collettiva. Ma il suo significato non appartiene soltanto al passato.
Perché quella fotografia non raccontava semplicemente la morte di un bambino.
Raccontava il fallimento di un mondo che aveva lasciato che un bambino diventasse il simbolo di una tragedia collettiva.
Alan aveva tre anni. Non aveva scelto la guerra, non aveva scelto di fuggire, non aveva scelto il mare.
Aveva soltanto una vita davanti.
Quel 2 settembre 2015, invece, quella vita finì sulla spiaggia di Bodrum.
E una fotografia costrinse il mondo intero a guardare ciò che, fino a quel momento, era stato più facile continuare a chiamare soltanto “emergenza migranti”.
Perché prima di essere un migrante, Alan era un bambino. E prima ancora di essere una fotografia, era una vita.











