A 14 anni si allenava in bicicletta vestita da uomo e con il volto coperto per evitare aggressioni. Nel 2021 è fuggita dall’Afghanistan con la sorella Yulduz. Oggi vive e si allena in Italia e ha conquistato l’argento nella gara su strada agli Asian Games di Aichi-Nagoya: «Questa medaglia dimostra la resilienza delle donne afghane»
Prima ha dovuto nascondersi per poter pedalare. Poi ha dovuto lasciare il proprio Paese per continuare a farlo. Oggi Fariba Hashimi ha conquistato una medaglia d’argento ai Giochi Asiatici di Aichi-Nagoya, portando sul podio non soltanto il proprio nome, ma anche la storia di una generazione di donne afghane alle quali è stato progressivamente sottratto lo spazio per studiare, lavorare, praticare sport e scegliere il proprio futuro.
La 23enne afghana, che oggi vive e si allena in Italia, ha chiuso al secondo posto la gara femminile su strada disputata il 22 settembre a Shinshiro, in Giappone. La corsa, lunga 90,4 chilometri, si è decisa allo sprint: la cinese Guo Li ha preceduto Hashimi, entrambe con il tempo di 2 ore, 50 minuti e 5 secondi. Terza la rappresentante di Hong Kong Leung Wing Yee, a 41 secondi.
Per l’Afghanistan è stata una medaglia particolarmente significativa: si tratta della prima medaglia femminile del Paese nel ciclismo ai Giochi Asiatici, in una disciplina che per Hashimi rappresenta da sempre molto più di una competizione sportiva.
La bicicletta presa in prestito e il volto nascosto
Fariba aveva iniziato a pedalare da adolescente, seguendo l’esempio della sorella maggiore Yulduz Hashimi, anche lei ciclista.
Aveva appena 14 anni quando ha cominciato ad allenarsi nella provincia di Faryab, nel nord dell’Afghanistan. Ma per una ragazza andare in bicicletta non era una scelta semplice.
Per poter uscire e allenarsi, Fariba racconta di essersi vestita da uomo e di aver coperto il volto, arrivando a utilizzare più maschere per evitare di essere riconosciuta.
Nonostante le precauzioni, gli allenamenti erano diventati un percorso di paura. Durante le uscite le venivano lanciate pietre e bottiglie e alcune persone cercavano di costringerla a smettere.
«Ogni volta che andavo ad allenarmi mi vestivo da uomo, coprendomi il volto per non essere riconosciuta», ha raccontato. In alcune occasioni, ha riferito, le pietre arrivavano anche a colpirla.
Nonostante questo, lei e Yulduz hanno continuato.
La bicicletta, in quella fase, non era soltanto uno strumento sportivo: era il modo attraverso il quale due ragazze cercavano di costruirsi uno spazio di libertà.
L’Afghanistan cambia e Fariba fugge
Nell’agosto del 2021 i talebani sono tornati al potere in Afghanistan.
Per Fariba e Yulduz quella fase ha segnato la fine della possibilità di continuare a vivere normalmente nel proprio Paese e di coltivare la loro attività sportiva.
Con l’aiuto dell’ex campionessa del mondo di ciclismo Alessandra Cappellotto, le due sorelle riuscirono a lasciare l’Afghanistan e arrivarono in Italia. Da allora hanno costruito qui la propria attività agonistica.
La fuga ha però avuto un prezzo personale molto alto.
Fariba ha raccontato di non poter vivere nel suo Paese e di non vedere la propria famiglia da molto tempo. Il sogno di continuare a correre ha significato, per lei, anche lasciare la propria casa.
«Sono fuggita perché volevo inseguire il mio sogno», ha spiegato.
Da Kabul a Parigi
La storia delle sorelle Hashimi non si è fermata all’arrivo in Italia.
Entrambe hanno rappresentato l’Afghanistan ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, diventando parte della delegazione afghana impegnata nel ciclismo su strada.
Poche settimane dopo le Olimpiadi, Fariba ha conquistato un altro risultato storico: è diventata la prima donna afghana a vincere una tappa del circuito UCI, imponendosi al Tour Cycliste Féminin International de l’Ardèche.
Il risultato ottenuto in Giappone rappresenta quindi un altro passaggio di una carriera costruita lontano dal Paese d’origine ma rimasta profondamente legata all’Afghanistan.
L’argento conquistato anche senza una struttura completa
A rendere ancora più particolare la partecipazione di Fariba agli Asian Games è stato anche il contesto tecnico nel quale ha affrontato la competizione.
La stessa Hashimi ha raccontato di essere arrivata in Giappone senza un meccanico e senza una preparazione specifica, occupandosi personalmente della manutenzione della propria bicicletta.
Durante i Giochi ha ricevuto anche l’aiuto della squadra giapponese, che le ha dato una mano a sistemare la bici.
La medaglia è arrivata dopo una gara nella quale Guo Li e Hashimi sono rimaste insieme fino alla volata finale. La cinese ha aspettato gli ultimi 300-400 metri prima di accelerare e conquistare l’oro. Hashimi ha chiuso seconda con lo stesso tempo della vincitrice.
«Questa medaglia dimostra la resilienza delle donne afghane»
Dopo il traguardo, Fariba non ha parlato soltanto della propria prestazione.
Ha collegato il risultato alla condizione delle donne afghane e alla possibilità che altre ragazze possano un giorno praticare sport senza doversi nascondere.
«Spero che la prossima generazione possa competere ai Giochi Asiatici e rappresentare il proprio Paese senza paura», ha detto.
E ancora: «Questa medaglia dimostra la resilienza delle donne afghane».
Il suo auspicio non riguarda quindi soltanto il ciclismo. Fariba sogna che un giorno altre ragazze possano arrivare dall’Afghanistan, partecipare alle competizioni internazionali e farlo senza dover prima affrontare ciò che lei e sua sorella hanno vissuto.
Una medaglia che guarda oltre il traguardo
Fariba Hashimi ha già indicato il prossimo obiettivo: le Olimpiadi di Los Angeles 2028, dove spera di poter tornare a competere con la maglia dell’Afghanistan, ma il sogno più grande resta un altro: tornare nel suo Paese e pedalare liberamente per le strade di Kabul, senza maschere, senza abiti maschili e senza la paura che qualcuno possa aggredirla perché è una donna in bicicletta.
È questo il punto in cui la storia sportiva di Fariba smette di essere soltanto una storia di ciclismo.
A 14 anni doveva travestirsi per poter pedalare. A 23 anni è salita sul podio dei Giochi Asiatici. La distanza tra quei due momenti è tutta nella strada che Fariba ha dovuto percorrere per conquistarsi il diritto di essere semplicemente se stessa.











