Luca Abbasciano e Valentina Pambianco avevano cercato ogni strada per la figlia, nata prematura e con una grave disabilità. Almeno tre viaggi a Monterrey per una terapia sperimentale. La famiglia trovata morta in casa: gli investigatori cercano ancora di ricostruire cosa abbia portato alla tragedia
C’è una storia che comincia con la nascita prematura di una bambina e finisce con quattro corpi in una casa di Pietralata.
In mezzo ci sono cinque anni di cure, riabilitazione, speranze, viaggi all’estero, sacrifici economici e una famiglia che avrebbe cercato fino all’ultimo una possibilità per la propria figlia.
Bianca aveva cinque anni. Era nata prematura, al settimo mese di gravidanza, e fin dai primi giorni di vita le sue condizioni erano apparse gravissime. Aveva una grave disabilità, con conseguenze neurologiche e problemi che ne compromettevano pesantemente la vita quotidiana.
Lunedì 31 agosto, nella loro abitazione di via dell’Antracite, a Pietralata, sono stati trovati morti Bianca, la madre Valentina Pambianco e il padre Luca Abbasciano, insieme al cane di famiglia, Teo.
L’ipotesi investigativa è quella di un omicidio-suicidio, ma gli accertamenti devono ancora stabilire con precisione la dinamica e chi abbia materialmente premuto il grilletto. Accanto ai corpi è stata trovata una pistola Glock regolarmente detenuta da Luca e nell’abitazione sono state rinvenute numerose lettere indirizzate ai familiari.
Bianca, la bambina tanto desiderata
La storia della famiglia Abbasciano-Pambianco, raccontata dagli amici e dai vicini, è quella di una coppia che aveva desiderato a lungo una figlia.
Valentina e Luca si erano sposati dopo diversi anni di fidanzamento. Lei aveva costruito intorno alla maternità il progetto di una famiglia, lui lavorava come tecnico informatico in una società.
Bianca nasce il 13 novembre 2020, in piena pandemia, con circa due mesi di anticipo.
Le sue condizioni sono subito molto delicate.
Secondo il racconto riportato da la Repubblica, alla madre sarebbe stato persino chiesto in ospedale se fosse sicura di voler riconoscere e tenere con sé la bambina. Valentina avrebbe risposto senza esitazione di sì.
Da quel momento, però, la vita della coppia cambia radicalmente.
La bambina ha bisogno di cure e assistenza continue. Luca si occupa quotidianamente di lei, accompagnandola anche in un istituto di riabilitazione dall’altra parte di Roma. Valentina, secondo quanto riferito dalle persone che conoscevano la famiglia, lascia il lavoro per poter stare accanto alla figlia.
La casa di Pietralata diventa il centro di una vita organizzata intorno alle esigenze di Bianca.
La ricerca di una cura
Per Bianca viene predisposto un percorso riabilitativo attraverso i servizi sanitari. La piccola viene seguita anche dall’istituto Santa Lucia, centro romano specializzato nella neuroriabilitazione.
La famiglia, però, cerca anche altre possibilità.
Attraverso Internet Luca e Valentina entrano in contatto con altri genitori di bambini affetti da patologie gravi. È in questo circuito di famiglie, testimonianze e informazioni che arrivano a conoscere il medico messicano José Roberto Trujillo, legato alla clinica NeuroCytonix di Monterrey.
Il centro propone un trattamento sperimentale basato sul Cytotron, un dispositivo che utilizza radiofrequenze e campi elettromagnetici.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’efficacia di questo trattamento per patologie come quella di Bianca è stata però oggetto di dubbi e contestazioni nella comunità scientifica.
Per i genitori, tuttavia, quella possibilità diventa una speranza.
E la speranza, quando riguarda la vita di un figlio, può diventare una forza capace di spingere una famiglia dall’altra parte del mondo.
Tre viaggi in Messico e 300mila euro
Luca e Valentina partono così per Monterrey insieme alla figlia.
Le ricostruzioni parlano di almeno tre viaggi, anche se una fonte riferisce di quattro trasferte.
Ogni ciclo di trattamento avrebbe avuto un costo compreso tra circa 70 e 80mila euro, secondo quanto riferito da un’amica della famiglia a la Repubblica. Nel complesso, la cifra spesa avrebbe raggiunto circa 300mila euro.
Non si sarebbe trattato soltanto del costo delle terapie: ogni viaggio significava anche voli, soggiorno e settimane trascorse lontano da casa.
I primi trattamenti sarebbero stati pagati utilizzando i risparmi della famiglia. Poi sarebbero arrivati aiuti da parenti, amici e conoscenti.
La coppia, raccontano le persone che li conoscevano, avrebbe evitato di trasformare la malattia della figlia in una raccolta fondi permanente.
Continuavano a cercare denaro per poter ripartire.
E soprattutto continuavano a cercare una cura.
«Avevano visto qualche miglioramento»
È uno degli elementi più delicati della vicenda.
Secondo il racconto di alcune persone vicine alla famiglia, dopo i trattamenti in Messico i genitori avrebbero osservato alcuni segnali di miglioramento, seppure limitati.
Per loro poteva essere sufficiente per continuare a sperare.
«I risultati, se c’erano stati, erano stati minimi, ma Valentina era pronta a ripartire», ha raccontato un’amica della famiglia.
Il problema era che ogni nuovo viaggio aveva un costo enorme.
E, secondo le ricostruzioni, a un certo punto i soldi sarebbero finiti.
La possibilità di riportare Bianca in Messico sarebbe diventata sempre più difficile.
Una famiglia seguita dai servizi sanitari
C’è però un altro elemento che gli investigatori e le istituzioni stanno cercando di comprendere.
La famiglia non era completamente estranea alla rete dei servizi.
La Asl Roma 2 aveva preso in carico Bianca fin dalla nascita e per lei era stato predisposto un percorso riabilitativo. La bambina era seguita anche dal Santa Lucia.
Secondo il presidente del IV Municipio, Massimiliano Umberti, alla famiglia era stata attivata anche un’assistenza indiretta che prevedeva un sostegno economico.
Non risultano invece richieste di assistenza domiciliare da parte dei genitori.
Gli operatori avevano incontrato la famiglia alcuni anni fa nell’ambito della valutazione multidimensionale prevista per i minori con disabilità. All’epoca, secondo quanto riferito dalla Asl Roma 2, non erano emerse particolari criticità sul piano psicologico dei genitori.
È uno degli interrogativi che oggi accompagnano l’indagine: come può una situazione di sofferenza diventare così profonda senza che emerga una richiesta di aiuto?
Luca, il padre che «si dava da fare ogni giorno»
Chi conosceva Luca respinge l’immagine di un padre distante.
Un vicino, intervistato dal Corriere della Sera, lo ha descritto come un uomo che si dava da fare quotidianamente per accudire Bianca, accompagnandola alle terapie e cercando di garantirle tutte le cure possibili.
Lavorava come tecnico informatico ed era considerato, nel quartiere, una persona particolarmente competente nel campo della tecnologia.
Valentina, invece, aveva progressivamente concentrato la propria vita sulla figlia.
La famiglia viveva in una villetta acquistata e ristrutturata dal padre di Valentina, Sandro, ferroviere in pensione con un passato da calciatore nell’Ascoli. Era stato lui a comprare la casa vicino alla propria abitazione, proprio per avere la figlia e la sua famiglia a poca distanza.
Una rete familiare che sembrava rappresentare una protezione.
Ma che, almeno secondo le testimonianze raccolte dopo la tragedia, non sarebbe riuscita a intercettare fino in fondo la sofferenza della coppia.
La solitudine e le lettere
Nella casa di via dell’Antracite sono state trovate circa venti lettere.
Sono state scritte ai familiari e, secondo quanto emerge dalle prime ricostruzioni, alcune sarebbero firmate da entrambi i coniugi.
Il contenuto è ora al vaglio degli investigatori.
Quelle lettere potrebbero contribuire a spiegare cosa sia accaduto negli ultimi giorni e quali pensieri abbiano accompagnato la coppia fino alla decisione di compiere il gesto estremo.
I carabinieri stanno inoltre esaminando telefoni, messaggi e contatti della coppia per ricostruire anche la vicenda delle cure in Messico e capire chi li abbia indirizzati verso quel percorso terapeutico e quali fossero le aspettative reali.
Le ultime ore prima della tragedia
L’ultimo accesso di Luca su WhatsApp risalirebbe alle 23.30 di venerdì.
Poi il silenzio.
Gli amici hanno provato a contattare Valentina senza ricevere risposta. I familiari di Luca, non riuscendo più a mettersi in contatto con loro, hanno lanciato l’allarme.
I vigili del fuoco hanno aperto la porta dell’abitazione lunedì pomeriggio.
Dentro, la tragedia.
Bianca, cinque anni.
Valentina.
Luca.
E il cane Teo.
Una famiglia intera.
Non una sola causa
È proprio qui che occorre fermarsi.
La spesa per le cure in Messico, le difficoltà economiche, la disabilità di Bianca, la rinuncia al lavoro di Valentina, la solitudine e il peso psicologico di cinque anni di assistenza sono tutti elementi che compaiono nelle ricostruzioni.
Ma non è possibile stabilire oggi che i 300mila euro spesi per le cure siano stati la causa della tragedia.
Gli investigatori stanno cercando di comprendere se e quanto le difficoltà economiche abbiano inciso e se esistano altre concause.
Perché dietro un gesto così estremo raramente c’è una sola spiegazione.
C’è piuttosto una somma di fragilità che può diventare invisibile proprio mentre, all’esterno, una famiglia continua a fare quello che ha sempre fatto: andare avanti.
La storia di Bianca e il tema dei caregiver
La vicenda di Pietralata riporta inevitabilmente l’attenzione anche sulla condizione delle famiglie che assistono quotidianamente persone con disabilità gravi.
Famiglie nelle quali la cura può occupare ogni spazio: il tempo, il lavoro, il sonno, le relazioni, le risorse economiche e persino la possibilità di immaginare il futuro.
La tragedia di Luca e Valentina non può però diventare un alibi per trasformare una storia complessa in una spiegazione semplice.
E soprattutto non può trasformare Bianca in una diagnosi.
Bianca era una bambina. Aveva cinque anni, una famiglia che l’aveva desiderata e genitori che per anni avevano cercato ogni strada possibile per aiutarla.
Il dato più doloroso di questa vicenda non sono soltanto i 300mila euro spesi, né i viaggi in Messico.
È che una bambina che aveva bisogno di cure, protezione e futuro è morta insieme alle persone che avrebbero dovuto accompagnarla nella vita.
Ora spetta alle indagini ricostruire cosa sia accaduto davvero in quella casa.
Ma questa tragedia accende il riflettore su quelle famiglie continuano a combattere in silenzio, mentre intorno a loro nessuno riesce più a vedere quanto sia diventato pesante il loro dolore.










