Per mesi ha negato ogni coinvolgimento. Poi, dopo l’arresto e oltre cinque ore di interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia, Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci.
Una confessione che cambia radicalmente la lettura dell’inchiesta, ma che non chiude affatto il caso. Resta da capire perché Lavitola abbia deciso di organizzare quell’azione, che cosa sapesse realmente Ranucci e quale fosse il progetto che si nascondeva dietro l’attentato.
La versione fornita dall’ex editore dell’Avanti! è infatti sorprendente: sostiene di averlo fatto “per il suo bene”, con l’obiettivo di ottenere un aumento del livello di scorta per Ranucci, già da tempo sottoposto a tutela per le minacce ricevute in relazione alla sua attività professionale.
La notte del 16 ottobre 2025
Tutto comincia nella notte del 16 ottobre 2025, quando davanti all’abitazione di Ranucci, nella zona di Campo Ascolano, a Pomezia, viene fatto esplodere un ordigno.
L’esplosione provoca ingenti danni alle automobili parcheggiate davanti alla casa del giornalista, compresa quella della figlia. Nessuna persona rimane ferita.
Per gli investigatori si tratta immediatamente di un attentato particolarmente grave. In una prima fase, l’ipotesi più accreditata è quella di un’azione riconducibile alla criminalità organizzata, anche in considerazione delle inchieste condotte da Ranucci attraverso Report.
Il giornalista, infatti, si era occupato negli anni di criminalità, corruzione, politica e rapporti tra potere e organizzazioni criminali.
Per mesi il vero mandante rimane senza volto.
Poi arrivano le intercettazioni, i sopralluoghi, i collegamenti tra persone apparentemente lontane tra loro e una serie di elementi che conducono gli investigatori verso un nome destinato a cambiare completamente la storia: Valter Lavitola.
Chi è Valter Lavitola
Ex giornalista ed editore dell’Avanti!, imprenditore e figura per anni vicina agli ambienti politici italiani, Lavitola non è un nome nuovo alle cronache giudiziarie. In passato è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie e ha avuto rapporti con esponenti di primo piano della politica italiana, tra cui Silvio Berlusconi.
Nel 2011 fu destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare e rimase latitante per circa otto mesi prima di rientrare in Italia e costituirsi. Negli anni successivi è stato condannato in diversi procedimenti, tra cui quello relativo alla tentata estorsione ai danni di Berlusconi. Il rapporto con Ranucci, però, è di natura completamente diversa.
I due sono amici da anni, una relazione che il giornalista non ha mai nascosto e che lo stesso Ranucci ha raccontato pubblicamente ed è proprio questa amicizia a rendere ancora più difficile da comprendere la vicenda.
I quattro arresti e la pista che porta a Lavitola
Prima dell’arresto dell’ex faccendiere, gli investigatori erano arrivati a quattro presunti esecutori materiali dell’attentato.
Tra loro figurano Pellegrino D’Avino e la moglie Marika De Filippis, posti ai domiciliari, Saverio Mutone e Antonio Passariello, ritenuto dagli investigatori uno dei vertici del gruppo.
Nell’inchiesta compare anche Gomes Clesio Tavares, dipendente del ristorante romano di Lavitola e considerato dagli investigatori un intermediario tra l’ex editore e il gruppo che avrebbe materialmente organizzato l’attentato.
Secondo la ricostruzione della Procura, Lavitola avrebbe incaricato Tavares di individuare persone in grado di procurare l’esplosivo e realizzare l’azione. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito un sopralluogo nei pressi dell’abitazione di Ranucci.
L’ordigno utilizzato sarebbe stato gelatina da cava.
A Lavitola vengono contestati, in concorso con gli altri indagati, reati legati alla detenzione, al porto e all’uso dell’esplosivo, oltre a minaccia e danneggiamento con l’aggravante delle modalità mafiose. L’inchiesta ipotizza inoltre la tentata strage e l’associazione per delinquere di tipo mafioso.
L’arresto di Lavitola
Il 10 agosto 2026 i carabinieri hanno eseguito nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Roma e Lavitola viene indicato come il presunto mandante dell’attentato.
Pochi giorni prima, gli investigatori avevano già effettuato perquisizioni e acquisito telefoni e computer, materiali ritenuti importanti per ricostruire i rapporti tra Lavitola e gli altri soggetti coinvolti.
L’arresto rappresenta una svolta enorme, ma non è ancora la confessione, giunta nei giorni successivi.
Prima aveva negato tutto
A luglio, quando era stato interrogato dalla Procura, Lavitola aveva scelto di non rispondere alle domande dei magistrati, rendendo però lunghe dichiarazioni spontanee.
La sua posizione era netta: nessun coinvolgimento nell’attentato. Aveva definito Ranucci un amico fraterno e aveva sostenuto di non avere nulla a che fare con l’esplosione.
Ancora più categorica era stata la difesa: secondo l’avvocato Sergio Cola, Lavitola era sconvolto dall’accusa proprio perché il rapporto con il giornalista sarebbe stato incompatibile con qualsiasi movente.
Poche settimane dopo, però, la versione cambia.
La confessione a Rebibbia
Il 12 agosto 2026, durante l’interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, durato oltre cinque ore, Lavitola ammette di essere il mandante.
È il passaggio più importante dell’intera vicenda.
L’ex editore riconosce quindi la propria responsabilità nell’organizzazione dell’attentato, ma fornisce una spiegazione che gli investigatori devono ancora verificare.
Lavitola sostiene di aver agito per proteggere Ranucci.
Secondo la sua versione, il giornalista sarebbe stato realmente esposto a minacce e il suo obiettivo sarebbe stato provocare un innalzamento del livello di sicurezza intorno a lui.
E, almeno su questo punto, un effetto concreto ci sarebbe stato: dopo l’attentato la protezione del giornalista sarebbe passata da due a otto uomini. È proprio questo il risultato che la difesa indica come elemento a sostegno della ricostruzione di Lavitola.
Ma Lavitola dice anche un’altra cosa
C’è un dettaglio emerso dalla confessione che rende la vicenda ancora più complessa.
Lavitola avrebbe dichiarato di aver commissionato inizialmente un’azione diversa da quella effettivamente realizzata: non una bomba, ma alcuni colpi di pistola contro il muro dell’abitazione di Ranucci. Una versione secondo cui l’ordine originario sarebbe stato quello di sparare quattro o cinque colpi contro la villetta.
L’esplosivo sarebbe stato quindi una scelta degli esecutori materiali. Lavitola, secondo quanto riferito, non avrebbe comunque considerato l’ordigno incompatibile con quello che definiva un gesto dimostrativo.
Questo elemento dovrà essere verificato nel prosieguo dell’inchiesta.
La Procura non crede ancora al movente
È proprio il movente il grande punto interrogativo.
Lavitola sostiene di aver agito per salvaguardare Ranucci.
La Procura, però, sta valutando una ricostruzione completamente diversa: l’attentato potrebbe essere stato organizzato per accrescere la notorietà del giornalista e favorirne una possibile futura discesa in politica.
Gli investigatori hanno infatti analizzato conversazioni e rapporti tra Lavitola e Ranucci che sembrerebbero mostrare l’interesse dell’ex editore per un possibile ruolo politico del conduttore di Report.
Tra gli elementi emersi figurano anche messaggi nei quali Lavitola prospettava a Ranucci scenari politici di grande rilievo, arrivando a evocare un possibile futuro da protagonista della politica nazionale, finanche auspicando che potesse ricoprire il ruolo di Premier.
Ma c’è una distinzione fondamentale: gli investigatori non sostengono che Ranucci fosse consapevole del progetto. Anzi, la ricostruzione accusatoria lo considera una vittima inconsapevole del piano.
Ranucci sapeva dell’attentato?
È una delle domande che inevitabilmente accompagnano la confessione.
Al momento, non risultano elementi che dimostrino una conoscenza preventiva da parte di Ranucci.
Il suo legale ha sostenuto che il giornalista sarebbe vittima dell’attentato, del tradimento di una persona considerata amica e della successiva campagna mediatica che ha messo in discussione la sua posizione. Lo stesso Ranucci ha manifestato incredulità davanti alla spiegazione fornita da Lavitola e proprio qui si trova uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda: un attentato può essere stato organizzato “per proteggere” la persona che ne è stata bersaglio?
La risposta giudiziaria dovrà arrivare dalle prove, non dalle dichiarazioni.
Il ruolo di Clesio Tavares
Un altro tassello importante è quello di Gomes Clesio Tavares, 47 anni, originario del Camerun e dipendente del ristorante di Lavitola.
Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato l’intermediario attraverso il quale Lavitola avrebbe cercato gli esecutori. Tavares risulta attualmente ricercato e si troverebbe in Camerun. La Procura di Roma sta lavorando anche sulla possibilità di ottenere la sua estradizione.
Il suo eventuale interrogatorio potrebbe essere decisivo per chiarire la catena di comando: chi diede l’ordine, quali istruzioni furono impartite, quale fosse realmente l’obiettivo e perché l’azione venne trasformata da una sparatoria dimostrativa in un attentato dinamitardo.
Il rapporto tra Lavitola e Ranucci
È impossibile comprendere questa storia senza soffermarsi sulla loro amicizia.
Ranucci aveva realizzato in passato un’inchiesta su Lavitola. Nonostante quel rapporto professionale, i due erano diventati amici.
Una fotografia del 2023 li ritrae insieme nel ristorante romano dell’imprenditore, dove Lavitola continuava a mantenere rapporti con persone del mondo politico, giornalistico e imprenditoriale. Ranucci aveva parlato apertamente di quella relazione, arrivando a definirla, con una formula molto forte, quasi una sorta di “sindrome di Stoccolma”.
Oggi quell’amicizia è diventata uno degli elementi centrali dell’indagine.
La domanda più inquietante
La confessione di Lavitola ha risolto una domanda: chi sarebbe stato il mandante?
Ma ne ha aperte molte altre, perché organizzare un attentato contro un amico per ottenere una scorta più numerosa?
Perché scegliere un’esplosione davanti alla sua abitazione?
Perché, secondo la sua stessa versione, ordinare inizialmente degli spari contro il muro?
Chi decise di utilizzare l’esplosivo?
Chi ha finanziato l’attentato? Chi ha messo materialmente a disposizione il denaro necessario per pagare la prestazione dei soggetti incaricati di piazzare l’ordigno e per acquistare l materiale necessario per confezionarlo?
E soprattutto: qual era il vero progetto di Lavitola?
La Procura dovrà ora confrontare la confessione con intercettazioni, messaggi, tabulati, sopralluoghi, testimonianze e dichiarazioni degli altri indagati.
Una vicenda ancora aperta
L’arresto e la confessione di Lavitola rappresentano dunque una svolta, non la conclusione dell’inchiesta.
Resta da accertare il movente effettivo, il ruolo di ciascuno degli indagati, la natura dell’ordine impartito e soprattutto quanto la versione di Lavitola sia compatibile con gli elementi già raccolti dagli investigatori.
Resta inoltre una certezza: Sigfrido Ranucci non era a conoscenza del piano, secondo la ricostruzione degli inquirenti emersa finora.
E questa storia, partita come un attentato apparentemente riconducibile alla criminalità organizzata contro un giornalista d’inchiesta, oggi racconta qualcosa di molto più complesso: un’azione criminale commissionata, secondo la confessione dell’ex faccendiere, proprio da una persona che considerava Ranucci un amico.
Un paradosso che soltanto l’inchiesta giudiziaria potrà trasformare in una verità definitiva.











