Un’arma consegnata pochi minuti prima di una spedizione armata. Un’altra pistola mostrata e puntata tra i tavolini di un bar davanti a numerosi giovani. Sullo sfondo, una scelerata notte di violenza culminata con la morte di un ragazzo di 20 anni che stava semplicemente rientrando a casa dopo una serata trascorsa a lavorare.
Sono questi gli elementi che emergono dalle ordinanze cautelari che hanno portato oggi agli arresti di Eugenio Ascione ed Emanuele Loquercio, entrambi destinatari di accuse legate alla detenzione e al porto illegale di armi da fuoco nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli sui fatti avvenuti a Ponticelli nella notte tra il 6 e il 7 aprile 2026.
La posizione di Eugenio Ascione
Secondo la Procura, Eugenio Ascione avrebbe avuto un ruolo centrale nelle fasi immediatamente precedenti al conflitto a fuoco che sconvolse il quartiere.
Gli investigatori sostengono che il giovane, cugino della vittima Fabio Ascione, abbia consegnato una pistola a Francescopio Autiero all’esterno del Bar Lively pochi minuti prima della sparatoria. Una circostanza che sarebbe stata documentata dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza e successivamente valorizzata sia dal Gip sia dal Tribunale del Riesame.
Nei filmati, secondo la ricostruzione accusatoria, Ascione si avvicinerebbe ad Autiero aprendo il giubbotto e coprendo con il corpo la visuale delle telecamere. In quei momenti, l’altro indagato avrebbe prelevato l’arma che sarebbe stata poi utilizzata durante il successivo raid armato.
Per gli inquirenti esiste un collegamento diretto tra quella consegna e quanto accaduto poco dopo. Nell’ordinanza cautelare si evidenzia infatti che il colpo mortale che raggiunse Fabio Ascione sarebbe stato esploso proprio dalla pistola detenuta da Autiero e affidatagli poco prima.
A Eugenio Ascione vengono contestati la detenzione e il porto illegale dell’arma, aggravati dall’agevolazione mafiosa, in un contesto che la Procura riconduce alla contrapposizione tra gruppi criminali operanti nell’area orientale di Napoli.
La posizione di Emanuele Loquercio
Diversa ma ugualmente grave la posizione contestata a Emanuele Loquercio.
Le accuse a suo carico si fondano sulle dichiarazioni di alcuni testimoni e sulle immagini registrate dalle telecamere del Bar Lively.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Loquercio avrebbe estratto una pistola davanti ad altri giovani presenti nel locale e l’avrebbe puntata alla testa di uno di loro durante una discussione. Le immagini acquisite mostrerebbero l’indagato mentre maneggia l’arma tra i presenti e successivamente la occulta nuovamente negli indumenti.
Per la Procura, i video confermerebbero il racconto dei testimoni e dimostrerebbero la piena disponibilità dell’arma da parte del giovane.
Anche in questo caso vengono contestati i reati di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo.
Armi maneggiate con inquietante disinvoltura
Al di là delle singole responsabilità, che dovranno essere definitivamente accertate nel corso del processo, dagli atti emerge uno scenario particolarmente allarmante.
Giovani che si muovono armati in luoghi pubblici, che mostrano pistole davanti a coetanei, che le passano di mano in mano e che, secondo l’accusa, sono pronti a utilizzarle nel corso di scontri armati in strada.
Una disponibilità delle armi vissuta quasi con naturalezza, come se si trattasse di oggetti ordinari e non di strumenti capaci di togliere la vita in una frazione di secondo.
Le immagini raccolte dagli investigatori raccontano una notte in cui la presenza di pistole tra tavolini, scooter e gruppi di ragazzi appare costante, in un clima di tensione crescente che sfocerà poco dopo nella sparatoria e poi nella morte di un ventenne, estraneo alle logiche criminali.
La vittima innocente
A pagare il prezzo più alto di quella notte è stato Fabio Ascione.
Il giovane aveva trascorso la serata lavorando al bingo di Cercola e stava facendo ritorno a casa quando vide un gruppo di amici, tra i quali anche due cugini, radunato sotto il porticato di uno dei palazzi del rione in cui viveva, il cosiddetto “parco di Topolino”. Fabio li raggiunse e fu colpito dal proiettile che si rivelò fatale esploso dalla pistola maneggiata da Autiero che stava mimando ai coetanei l’azione di fuoco di cui era stato protagonista poco prima, brandendo la pistola.
Una tragedia che ha profondamente colpito Ponticelli e che continua a rappresentare il punto più doloroso di un’inchiesta nella quale emergono, ancora una volta, i rischi devastanti derivanti dalla diffusione delle armi nei contesti criminali.
Dietro le contestazioni mosse oggi agli indagati c’è infatti una realtà che va oltre le singole posizioni processuali: quella di pistole portate in strada, esibite, maneggiate con leggerezza e utilizzate in contesti di violenza che finiscono per travolgere anche chi non aveva alcun ruolo negli scontri.
E in quella notte di aprile, a perdere la vita è stato proprio un ragazzo che, secondo la ricostruzione investigativa, non stava partecipando ad alcuna azione armata ma stava semplicemente tornando a casa dopo aver trascorso la serata di Pasquetta a lavorare per racimolare qualche soldo in più.









