Durante le notti introdotte dalla decisione di Tommaso Schisa di collaborare con la giustizia, Gabriella Onesto smette praticamente di dormire.
Le intercettazioni la restituiscono inquieta, agitata, ossessionata da ciò che sta accadendo. Passa le notti in compagnia della figlia e della sua collaboratrice più fidata. Parla, riflette, si interroga sul futuro. Cerca di capire quali conseguenze potrebbe avere il pentimento del figlio di sua cugina.
Quelle rare volte in cui riesce a dormire, viene sopraffatta da incubi terribili. Nei suoi sogni compare sempre lui: Antonio Maione, il fratellastro ucciso dai Mazzarella, seppure estraneo alle logiche camorristiche, L’uomo che la camorra le ha portato via decenni prima e che ora sembra tornare a reclamarle il conto.
Il fantasma di Antonio
Per comprendere quegli incubi bisogna tornare indietro nel tempo fino a quando Ivan Maione, fratellastro di Gabriella, ancora minorenne, uccise Salvatore Mazzarella, padre dei fondatori dell’omonimo clan. Un uomo che si guadagnava da vivere lavorando come dipendente comunale e che era completamente estraneo agli affari illeciti e alle logiche degli spari orchestrate dai figli.
Un omicidio destinato a lasciare ferite profonde e mai rimarginate. Come spesso accade nelle guerre di camorra, il conto non fu presentato immediatamente all’autore materiale del delitto e a pagarlo fu Antonio Maione, fratello di Ivan, fratellastro di Gabriella, vittima di una delle più feroci ritorsioni inscenate dalla mentalità mafiosa: la vendetta trasversale.
Antonio venne ucciso per punire qualcun altro, per colpire la sua famiglia, per ristabilire un equilibrio criminale, per lanciare un messaggio.
Da allora quel morto non ha mai smesso di accompagnare la vita di Gabriella Onesto e quando Tommaso Schisa decide di diventare collaboratore di giustizia, quel fantasma ritorna, più vivo che mai.
Nelle conversazioni intercettate Gabriella racconta quei sogni, li interpreta come un segnale, un avvertimento, un presagio.
L’apparizione del fratellastro morto coincide infatti con il momento più difficile della sua vita criminale.
Tommaso sta parlando, le certezze del clan vacillano, i magistrati potrebbero scoprire segreti custoditi per anni, i vecchi fantasmi tornano a camminare accanto ai vivi.
Antonio Maione rappresenta la prova concreta di ciò che accade quando gli equilibri criminali si spezzano.
Rileggere quei dialoghi, a distanza di circa 7 anni, consegna una suggestione ulteriore: la verità sull’omicidio di Antonio Maione è stata ricostruita proprio grazie alle dichiarazioni rese da Luisa de Stefano, madre di Tommaso Schisa, che da circa un anno ha intrapreso a sua volta un percorso di collaborazione con la giustizia. Determinanti le dichiarazioni rese dalla ex leader delle “pazzignane” che hanno fatto scattare le manette per Roberto Mazzarella alla vigilia di Pasqua e non è da escludere che anche l’omicidio di Antonio Musella possa collocarsi in quest’ottica. Il cognato di Gabriella Onesto e di Ivan Maione, infatti, potrebbe essere stato a sua volta vittima di una vendetta trasversale, figlia di quelle logiche criminali che da decenni seguitano ad alimentarsi di sangue innocente.
La paura dietro la rabbia
Dietro la furia che Gabriella manifesta in quei giorni si nasconde in realtà una paura enorme, forse la più grande della sua vita.
Non teme soltanto il carcere o le dichiarazioni di Tommaso.
Teme il crollo di un mondo, teme di vedere dissolversi quel sistema di potere, relazioni e protezioni costruito nel corso di decenni.
Le intercettazioni raccontano una donna che si muove freneticamente per cercare di fermare una valanga. Parla con i familiari, contatta gli alleati, sollecita interventi, invita tutti a fare pressione sul collaboratore, ma più passa il tempo e più appare evidente che Tommaso non ha alcuna intenzione di tornare indietro.
Ed è a quel punto che emerge la frase più dura, la più spietata, la più significativa.
«Meglio morto che pentito»
Gabriella arriva a confessare che avrebbe preferito vedere Tommaso morto piuttosto che collaboratore di giustizia.
Una frase che rappresenta una straordinaria chiave di lettura della mentalità mafiosa: in quel mondo la morte non è necessariamente la peggiore delle sconfitte.
La peggiore sconfitta è il tradimento, la vergogna è l’infamia, la peggiore colpa è rompere il patto dell’omertà.
Meglio un parente in carcere, ucciso, vittima sacrificale, ma non un parente pentito.
È una logica capovolta rispetto a quella della società civile, nella quale l’onore del clan vale più della vita stessa.
Il crollo di una religione criminale
Quella frase racconta molto più di Gabriella Onesto.
Racconta un’intera cultura criminale, un sistema educativo, una visione del mondo tramandata di generazione in generazione.
Tommaso Schisa non ha soltanto scelto di collaborare con la giustizia, ha commesso il peccato più grave agli occhi della sua famiglia, dimostrando con i fatti che dal “sistema” si può uscire vivi, si può disobbedire e rompere quel patto di sangue che sembra indissolubile ed è proprio questa consapevolezza a tormentare Gabriella nelle sue notti insonni, più delle indagini, più dei processi, più delle condanne.
Perché il vero incubo non è ciò che Tommaso potrebbe raccontare ai magistrati, ma la dimostrazione che il destino scritto dalla camorra non è inevitabile e che persino il “principe” dei Pazzignani ha potuto scegliere di diventare qualcos’altro.










