Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luisa De Stefano e Tommaso Schisa hanno concorso a ricostruire, dopo più di vent’anni, l’omicidio di Antonio Maione: dai killer arrivati in scooter alla vendetta contro il clan Mazzarella.
A oltre venticinque anni dall’omicidio di Antonio Maione, continuano ad emergere dettagli inquietanti dai verbali dei collaboratori di giustizia che hanno consentito agli investigatori di riaprire uno dei delitti simbolo della faida di NapoliEst.
Le dichiarazioni di Luisa De Stefano e del figlio Tommaso Schisa vengono considerate dagli inquirenti tra gli elementi più importanti dell’inchiesta che ha portato all’emissione delle misure cautelari nei confronti di Roberto Mazzarella e di Clemente Amodio, accusati rispettivamente di essere mandante ed esecutore materiale del delitto.
Antonio Maione venne assassinato il 15 dicembre del 2000 all’interno di una salumeria di San Giovanni a Teduccio. Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato vittima di una vendetta trasversale maturata dopo l’omicidio di Salvatore Mazzarella, padre di Roberto, assassinato nel 1995 durante la storica guerra di camorra tra il Clan Mazzarella e i gruppi rivali dell’area orientale della città, capeggiati dai Rinaldi.
“Clemente Amodio agì su ordine di Roberto Mazzarella”
Uno dei passaggi centrali dell’inchiesta è rappresentato dalle parole rese ai magistrati da Luisa De Stefano, storica figura del sistema criminale di Ponticelli e oggi collaboratrice di giustizia.
«Ho saputo dei responsabili dell’omicidio dopo poco dalla madre di Antonio Maione, che a sua volta lo aveva appreso dai vertici del clan Sarno. Mi riferì che Clemente Amodio aveva agito su ordine di Roberto Mazzarella», ha dichiarato ai pm antimafia. Di recente, la Corte di Cassazione ha disposto un secondo annullamento con rinvio dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Clemente Amodio, conosciuto negli ambienti criminali come “’o luongo”, arrestato insieme al boss latitante Roberto Mazzarella nell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Secondo l’accusa, Amodio sarebbe stato l’esecutore materiale dell’agguato, mentre Roberto Mazzarella ne sarebbe stato il mandante. Entrambi, va ricordato, devono essere considerati innocenti fino a eventuale condanna definitiva. Se il Riesame dovesse accogliere le indicazioni della Cassazione Amodio potrebbe essere scarcerato.
Più complessa, invece, la posizione di Roberto Mazzarella. Per il boss 47enne la Cassazione ha rigettato il ricorso confermando quanto deciso dal Riesame e mantenendo valida la misura cautelare che ha portato all’arresto che ha messo fine alla sua latitanza lo scorso 4 aprile.
Secondo quanto riferito dalla collaboratrice, i vertici del clan Sarno avrebbero informato direttamente la famiglia Maione sui responsabili dell’agguato durante il periodo in cui tra i Sarno e i Mazzarella esistevano rapporti di pace criminale.
I killer in scooter e il panino lasciato a metà
Ancora più drammatica è la ricostruzione degli ultimi istanti di vita di Antonio Maione, riportata nei verbali di Luisa De Stefano.
La collaboratrice ha raccontato che alcuni testimoni presenti nella salumeria riferirono dell’arrivo di due scooter con quattro persone a bordo. Gli aggressori, secondo il racconto, sarebbero passati poco prima davanti al locale salutando la vittima, per poi tornare pochi minuti dopo ed entrare in azione.
Uno dei dettagli più forti emersi dai verbali riguarda proprio gli ultimi secondi di Antonio Maione.
Tommaso Schisa ha raccontato ai magistrati che Maione stava mangiando un panino con mortadella e mozzarella quando si accorse dell’arrivo dei killer e tentò disperatamente di raggiungere un ingresso secondario della salumeria per salvarsi.
Secondo alcuni testimoni citati negli atti dell’inchiesta, Roberto Mazzarella avrebbe guidato il motorino utilizzato durante il commando, mentre Clemente Amodio sarebbe entrato nel locale sparando contro la vittima.
Gli investigatori ritengono che il clan abbia scelto deliberatamente Antonio Maione come bersaglio pur sapendo che fosse estraneo alle dinamiche criminali. Una vendetta trasversale, dunque, costruita per colpire la famiglia rivale nel punto più doloroso.
La decisione della Cassazione ruota ancora una volta attorno all’attendibilità e soprattutto ai riscontri delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia.
I giudici romani hanno infatti ritenuto insufficienti gli elementi di conferma rispetto ai racconti “de relato” dai collaboratori di giustizia, cioè testimonianze fondate su fatti appresi da altri e non vissuti direttamente. Tra i collaboratori citati nell’inchiesta figura anche Umberto D’Amico, ex reggente del clan D’Amico del Rione Villa e storico alleato dei gruppi “mazzarelliani”.
La vendetta privata di Luisa De Stefano
I verbali raccontano anche il peso emotivo che quell’omicidio ebbe all’interno della famiglia.
Luisa De Stefano ha ammesso ai magistrati di aver investito anni dopo Clemente Amodio con la propria auto come gesto di vendetta personale per la morte del cugino. Un episodio confermato anche da Tommaso Schisa.
Secondo Schisa, all’interno della famiglia si sarebbe parlato per anni della necessità di vendicare Antonio Maione. In particolare, alcuni parenti avrebbero progettato di colpire familiari di Amodio, salvo poi rinunciare per evitare nuove escalation nei rapporti tra clan alleati.
Nonostante il peso delle dichiarazioni, la vicenda giudiziaria resta ancora complessa.
La Corte di Cassazione e successivamente il Riesame hanno evidenziato criticità nei riscontri investigativi e nell’attendibilità di alcune dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia. Gli investigatori, però, continuano a ritenere le dichiarazioni di Luisa De Stefano e Tommaso Schisa centrali per comprendere non solo l’omicidio di Antonio Maione, ma anche gli attuali equilibri criminali di Napoli Est. Proprio per questo le dichiarazioni dei due collaboratori, madre e figlio, sono particolarmente temute negli ambienti criminali.
Come sottolinea quanto accaduto nelle ultime ore: quel delitto del 2000, secondo le ultime piste investigative, continua ancora oggi a produrre sangue e vendette.











