Quando Tommaso Schisa decide di collaborare con la giustizia, a Ponticelli non si scatena soltanto una crisi criminale.
Si scatena una guerra familiare e al centro di quella guerra c’è soprattutto una donna: Gabriella Onesto.
Per comprendere il suo ruolo bisogna partire da una considerazione semplice: mentre molti uomini dell’alleanza erano detenuti, erano soprattutto le donne a custodire relazioni, interessi e continuità del sistema criminale. Gabriella era una di loro. Anzi, qualcosa di più.
Le indagini la descrivono come una figura autorevole, ascoltata, influente, capace di muoversi tra i diversi segmenti dell’alleanza e di dialogare con i vertici dei clan.
Quando arriva la notizia del pentimento di Tommaso, è tra le prime a comprendere che nulla sarà più come prima.
Le intercettazioni la mostrano inquieta, insonne, ossessionata, passa le notti a discutere con familiari e persone fidate, parla del pericolo, delle conseguenze, di ciò che Tommaso potrebbe raccontare, ma soprattutto parla della vergogna, perché nella cultura criminale da cui proviene, il pentimento non è soltanto una minaccia giudiziaria, ma una macchia sull’onore della famiglia.
Gabriella si attiva immediatamente.
Accompagna una delle sorelle De Stefano dai vertici del clan De Luca Bossa per permetterle di comunicare ufficialmente e di persona quanto sta accadendo.
Un gesto che ha un significato preciso: prendere le distanze dal collaboratore, dimostrare fedeltà, far capire ai capi che il resto della famiglia è ancora dalla parte della camorra.
Poi iniziano le pressioni: l’obiettivo è convincere Tommaso a tornare indietro.
Vengono coinvolti parenti, detenuti, conoscenti, chiunque possa esercitare un’influenza su di lui.
Nel frattempo Gabriella teme che la collaborazione possa estendersi ad altri familiari, per questo cerca rassicurazioni continue sul comportamento di Luisa De Stefano e Roberto Schisa, i genitori di Tommaso, entrambi detenuti e entrambi consapevoli di essere destinati a trascorrere in carcere il resto della loro vita. Gabriella Onesto, fin dal primo istante, ha sempre temuto che potessero seguire l’esempio di Tommaso.
La risposta che riceve la tranquillizza solo in parte.
Poi concentra le sue attenzioni su Elisa, l’ex moglie del collaboratore. Gabriella è convinta che sia stata lei a influenzare la decisione del marito.
Da quel momento Elisa diventa un bersaglio, viene pressata, umiliata, picchiata, minacciata, costretta a lasciare la casa popolare in cui viveva con Tommaso Schisa nel rione 219 di Marigliano. Un’azione dimostrativa, tant’è vero che le donne tagliano le corde utilizzate per stendere gli indumenti: un’azione dimostrativa eclatante, voluta per mostrare agli abitanti del rione che quella casa è vuota, sgomberata, disabitata, per volere del clan che ha punito i familiari del “traditore”.
Per le “Pazzignane” deve pagare il prezzo del tradimento, ma non basta.
Quando emerge la relazione tra Elisa e un altro uomo, Gabriella e altre donne si recano più volte presso l’abitazione dell’uomo.
Le visite assumono rapidamente toni intimidatori. L’uomo prima le denuncia, poi ritira la querela. Una dinamica che racconta molto del clima che si respirava in quei giorni.
Nel frattempo Gabriella continua a monitorare ogni sviluppo.
Le sue conversazioni intercettate mostrano una donna che cerca disperatamente di arginare una valanga, sa che il tempo gioca contro di lei, sa che ogni giorno trascorso aumenta il valore delle dichiarazioni di Tommaso e di contro la sua posizione e quella degli altri familiari è sempre più in bilico e che ogni interrogatorio rende più difficile una ritrattazione.
Eppure non si arrende, nemmeno quando appare chiaro che il giovane non tornerà sui suoi passi.
La frase che più colpisce emerge proprio in quei giorni.
Gabriella lascia intendere che avrebbe preferito vedere Tommaso morto piuttosto che collaboratore.
Una frase durissima, terribile, ma estremamente significativa, perché racconta meglio di qualsiasi analisi sociologica il sistema di valori che governa certi ambienti criminali.
Meglio la morte del disonore, meglio il carcere a vita del pentimento, meglio una vita spezzata che una coscienza libera.
Alla fine però la macchina costruita per fermare Tommaso fallisce.
Il collaboratore continua a parlare, sua sorella Rosa, messa seriamente in pericolo dal patto che Tommaso aveva stretto con Michele Minichini e che prevedeva che se uno dei due si fosse pentito, l’altro avrebbe ucciso la sorella, entra nel programma di protezione, gli equilibri familiari saltano.
Il clan deve prendere atto della nuova realtà e Gabriella assiste impotente al crollo di ciò che aveva tentato disperatamente di salvare, perché in fondo la sua battaglia non era soltanto contro Tommaso Schisa, ma contro l’idea che qualcuno potesse sottrarsi al destino scritto dalla famiglia, dal sangue e dalla camorra.
Il sentore di Gabriella Onesto ha trovato concreto riscontro nella realtà: un anno fa, Luisa De Stefano, la madre di Tommaso Schisa ha optato per la collaborazione con la giustizia. Le sue dichiarazioni, destinate a supportare e confermare quelle rese dal figlio, hanno innescato una vera e propria bufera giudiziaria che ha decretato quella rovina tanto temuta da Gabriella che, insieme ad altri familiari affiliati al clan, nei giorni scorsi è stata condannata all’ergastolo.










