La sera del 4 dicembre 1986, nel quartiere Pianura di Napoli, Domenico Attianese, agente, vicebrigadiere, fuori servizio, venne informato da sua figlia che in una gioielleria vicina era in corso una rapina. Non esitò: lasciò la propria abitazione e decise di intervenire per tentare di sventare il crimine.
Giunto sul posto, intimò ai rapinatori di arrendersi, ma questi risposero sparando. Durante la colluttazione, il poliziotto fu raggiunto da un colpo alla nuca. Attianese fu ucciso sotto gli occhi della figlia. I banditi fuggirono subito dopo, a bordo di un ciclomotore.
Lasciò una moglie e due figlie. Un gesto d’istinto, coraggio e senso del dovere che pagò con la vita.
Per anni la storia rimase avvolta nell’incertezza. Ma dopo 38 anni dall’omicidio, le indagini hanno fatto un passo decisivo: sono stati infatti arrestati, grazie a nuove analisi della Polizia Scientifica, i presunti responsabili: Giovanni Rendina e Salvatore Allard.
Il processo e le prove raccolte hanno convinto la magistratura a condannare Allard a 30 anni di carcere per omicidio volontario pluriaggravato. Rendina è ancora sotto procedimento, in attesa che la Corte di Appello esamini la conferma della condanna.
Per la famiglia di Attianese e per tanti cittadini, questa vittoria della giustizia rappresenta un segnale forte: che la memoria non si cancella, che il tempo non cancella la verità.
Quelle azioni, quel coraggio, quel sacrificio non sono stati dimenticati. In memoria di Domenico il quartiere e la città gli hanno intitolato un giardino pubblico, il Parco Attianese, nel quartiere Pianura. Il suo nome è ricordato ogni anno dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine, come esempio di dedizione, altruismo e senso del dovere anche quando si è fuori servizio.
La figlia della vittima, che quel giorno chiamò il padre per chiedere aiuto, ha raccontato: «Mio padre è morto sotto i miei occhi».











