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Carcere di Secondigliano, sequestrati 21 cellulari nel reparto alta sicurezza

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
29 Maggio, 2026
in Cronaca
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Ventuno telefoni cellulari sequestrati all’interno del reparto di alta sicurezza del carcere di Secondigliano, a Napoli. È il bilancio di un nuovo blitz della Polizia Penitenziaria che riaccende l’allarme sulla presenza sempre più diffusa di dispositivi mobili nelle carceri italiane, soprattutto nei reparti destinati a detenuti legati alla criminalità organizzata.

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A denunciare la gravità della situazione è il SAPPE, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che parla apertamente di un “serio rischio per la sicurezza e l’ordine pubblico”. Secondo il sindacato, la disponibilità di cellulari all’interno degli istituti penitenziari consente ai detenuti di mantenere contatti con l’esterno, impartire ordini, gestire traffici illeciti e continuare a esercitare influenza sui territori anche dal carcere.

Il sequestro è avvenuto nel corso di una perquisizione straordinaria eseguita nel reparto di alta sicurezza del penitenziario napoletano, struttura che ospita detenuti ritenuti particolarmente pericolosi e vicini ai clan della criminalità organizzata. Gli agenti della Polizia Penitenziaria hanno recuperato telefoni, microcellulari e accessori nascosti all’interno delle celle.

Non è il primo episodio registrato a Secondigliano. Negli ultimi mesi, infatti, i sequestri di smartphone e microtelefoni si sono moltiplicati, segnalando un fenomeno ormai strutturale. Solo nei mesi scorsi erano stati trovati altri dispositivi nei reparti Tirreno, Ligure e Mediterraneo, tutti destinati a detenuti in regime di alta sicurezza.

Secondo il SAPPE, il problema non riguarda soltanto la violazione delle regole carcerarie, ma investe direttamente la sicurezza pubblica. “La presenza di telefoni in carcere è un’emergenza nazionale”, ribadisce il sindacato, che chiede da tempo strumenti tecnologici più avanzati, jammer per bloccare le comunicazioni, sistemi anti-drone e un rafforzamento degli organici della Polizia Penitenziaria.

Il timore degli investigatori è che i cellulari possano trasformare il carcere in una base operativa esterna dei clan, consentendo ai detenuti di continuare a mantenere rapporti con affiliati e familiari, coordinare attività criminali o esercitare pressioni sul territorio.

Ed è proprio questo l’aspetto che rende il fenomeno particolarmente inquietante: il carcere dovrebbe interrompere il potere criminale, non permettergli di sopravvivere dietro le sbarre attraverso uno smartphone nascosto in cella.

La vicenda di Secondigliano riporta così al centro un tema spesso dimenticato: la difficoltà dello Stato nel controllare completamente strutture penitenziarie sempre più sovraffollate e sotto pressione, dove la tecnologia riesce spesso ad aggirare controlli e sicurezza.

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