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VIDEO-Pollena Trocchia, tre mesi dopo il duplice femminicidio di Sara e Lyuba

Luciana Esposito di Luciana Esposito
18 Agosto, 2026
in Cronaca, Imbrianinonmollare
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VIDEO-Pollena Trocchia, tre mesi dopo il duplice femminicidio di Sara e Lyuba
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Sono trascorsi tre mesi dal duplice femminicidio di Pollena Trocchia in cui hanno perso la vita Sara, 29 anni, e Lyuba, 49 anni.

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Due donne uccise a poche ore di distanza, tra il 16 e il 17 maggio, all’interno di quel cantiere abbandonato di viale Italia, alle pendici del Monte Somma.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, a ucciderle sarebbe stato Mario Landolfi, 49 anni, di Sant’Anastasia, fermato dopo i fatti e accusato dell’omicidio delle due donne. L’uomo avrebbe ammesso le proprie responsabilità, riferendo agli inquirenti di averle spinte nel vuoto, da un’altezza di circa due piani, al culmine di una lite.

Una vicenda drammatica, sulla quale la magistratura continua a lavorare e che ha lasciato dietro di sé interrogativi che vanno oltre la dinamica dei due delitti.

Perché Sara e Lyuba si trovavano proprio lì? Potrebbero esserci altre vittime?

E soprattutto: com’è possibile che un luogo del genere sia rimasto abbandonato per così tanto tempo?

Quel cantiere fermo da decenni

Il grande edificio di viale Italia non è comparso improvvisamente nel paesaggio di Pollena Trocchia, la sua storia affonda le radici negli anni Settanta, quando quell’area avrebbe dovuto diventare un insediamento abitativo.

Case, famiglie, un pezzo di paese destinato a crescere. Poi, però, qualcosa si è inceppato.

Ritardi, difficoltà economiche, vicende amministrative e contenziosi hanno accompagnato negli anni una storia rimasta sospesa.

Il progetto non è mai arrivato a compimento.

E quello che avrebbe dovuto rappresentare un pezzo di futuro è diventato, lentamente, un pezzo di passato impossibile da cancellare.

Un’enorme struttura di cemento, sei piani lasciati incompiuti, finestre e aperture spalancate sul vuoto, vegetazione cresciuta intorno e dentro l’edificio.

Un luogo senza più una funzione, senza qualcuno che lo abitasse e, soprattutto, senza qualcuno che se ne prendesse davvero cura.

Quando l’abbandono diventa una ferita

È questo uno degli aspetti che restano più difficili da ignorare, tre mesi dopo quella tragedia: quando l’abbandono diventa una condizione permanente, il territorio finisce per assorbirlo, quella struttura diventa parte del paesaggio. Ci si abitua a passarci davanti, ci si abitua al degrado, ci si abitua al cemento che si deteriora, alle erbacce, agli accessi non controllati.

Fino a quando quel luogo torna improvvisamente al centro dell’attenzione, perché diventa teatro di un efferato fatto di cronaca.

Come è successo in quel cantiere abbandonato di Pollena Trocchia lo scorso maggio ed è difficile non chiedersi se quel luogo sarebbe dovuto essere più sicuro, più controllato, più difficile da raggiungere, non alla portata di chiunque, soprattutto dei malintenzionati.

Non per attribuire all’abbandono la responsabilità di un omicidio — che appartiene a chi lo ha commesso — ma per interrogarsi su tutto ciò che rende possibile che determinati spazi diventino terreno fertile per il degrado, l’isolamento e la violenza.

Tre mesi dopo è rimasto il silenzio

Nei giorni successivi al duplice femminicidio, viale Italia è stato invaso da sirene, forze dell’ordine, giornalisti e telecamere.

Ogni dettaglio della vicenda è diventato una notizia, il cantiere è stato fotografato, raccontato, mostrato, poi il tempo ha fatto quello che fa con quasi tutte le tragedie: ha spostato altrove l’attenzione.

Oggi non ci sono più giornalisti e curiosi che si fermano davanti a quelle recinzioni per cercare di capire cosa sia accaduto e non ci sono quasi più nemmeno i segni del passaggio di chi, per qualche giorno, ha sentito il bisogno di lasciare un ricordo.

Rimane qualche frammento del nastro bianco e rosso utilizzato per delimitare la scena del crimine.

E poi c’è un fiore, uno soltanto.

È ormai appassito, piegato dall’arsura e dal caldo, legato a un nastro bianco. È l’immagine più dolorosa ed emblematica dei tre mesi trascorsi da quella sera. non serve una fotografia della scena del crimine per raccontare quanto velocemente possa consumarsi il ricordo, basta quel fiore.

Sara e Lyuba non sono una notizia scaduta

Tre mesi, nel linguaggio della cronaca, possono sembrare un’eternità. Una storia nuova prende il posto di quella precedente, arrivano altri omicidi, altre emergenze, altri titoli, ma per le famiglie delle vittime il calendario funziona diversamente.

Tre mesi non cancellano una vita e soprattutto non possono cancellare le domande.

La prima riguarda naturalmente la responsabilità individuale di chi è accusato di aver ucciso Sara e Lyuba. Sarà la magistratura, attraverso il processo, a stabilire definitivamente responsabilità e dinamica dei fatti.

Ma ce n’è un’altra che apre a responsabilità più ampie e guarda ai luoghi che marciscono nelle periferie, sotto il nobile intento di fornire strutture, servizi, un miglioramento sociale per poi diventare simboli emblematici del degrado.

Un edificio lasciato per decenni senza una destinazione diventa un problema urbanistico, sociale e, in determinate circostanze, anche di sicurezza e le periferie non dovrebbero essere costrette ad aspettare una tragedia per tornare visibili.

Quel fiore non dovrebbe essere l’unico segno

Sara e Lyuba erano due donne andate incontro a un feroce destino, anche da morte. Prima la loro storia è stata abusata e raccontata in maniera impropria, privandole del rispetto che andrebbe sempre riconosciuto a una vittima, poi subito scivolate nel dimenticatoio.

Tre mesi dopo, a viale Italia, il vento muove ancora quel nastro bianco. E quel fiore appassito sembra dirci una cosa semplice: il tempo può appassire i fiori, ma non dovrebbe consumare la memoria.

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