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Duplice femminicidio Pollena Trocchia: Landolfi conosceva da tempo una delle due donne uccise

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
28 Maggio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Duplice femminicidio Pollena Trocchia: Landolfi conosceva da tempo una delle due donne uccise
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“Questa è una foto di Lyuba. Aveva 71 anni. Era una nonna e una mamma. Uccisa da un mostro. Io sono suo figlio, un soldato ucraino, e sto venendo in Italia per il processo per mostrare chi era davvero”.

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Con queste parole, affidate alla trasmissione Chi l’ha visto?, il figlio di Lyuba Hlyva ha spezzato il silenzio su una delle vicende più sconvolgenti delle ultime settimane: il duplice femminicidio di Pollena Trocchia, nel Napoletano, dove due donne sono state trovate morte all’interno di un edificio incompiuto di viale Italia.

Per quei delitti è stato arrestato Mario Landolfi, 48 anni di Sant’Anastasia, marito e padre di due figlie, che ha confessato di aver gettato le vittime nel vano ascensore vuoto del cantiere abbandonato. Tuttavia, con il passare dei giorni emergono dettagli che sembrano incrinare parti importanti della versione che l’assassino reo confesso ha fornito agli inquirenti.

Le due donne uccise nello stesso giorno

Le vittime sono Lyuba Hlyva, cittadina ucraina di 71 anni, e Sara Tkcaz, 29 anni, originaria del Casertano. In un primo momento si era parlato di due omicidi avvenuti in giorni diversi, ma secondo la ricostruzione emersa durante la trasmissione di Rai Tre entrambe sarebbero state uccise nella stessa giornata, domenica 17 maggio, a distanza di poche ore.

Determinanti sarebbero stati alcuni messaggi inviati da Lyuba nel pomeriggio di quella domenica al figlio in Ucraina e a un’amica, oltre alle testimonianze di quattro giovani che avrebbero visto entrare nel palazzo una delle due donne senza mai vederla uscire, pertanto hanno scattato una fotografia alla targa dell’uomo. Proprio quelle testimonianze hanno permesso agli investigatori di arrivare a Landolfi, avvistato dai giovani in compagnia di Sara, descritta come una ragazza esile, con i capelli scuri che indossava un paio di jeans, dopo circa 20 minuti, il 48enne ha abbandonato l’edificio da solo stringendo tra le mani una borsa da donna bianca. Un dettagli oche ha insospettito i testimoni che hanno fornito un contributo decisivo alle indagini.

Secondo quanto emerso dalla ricostruzione degli inviati del noto programma di Rai tre, le due donne sarebbero state uccise a distanza di poche ore, a differenza di quanto dichiarato da Landolfi che nella sua ricostruzione ha dichiarato di aver ucciso Lyuba il sabato sera e Sara il giorno successivo, all’incirca 24 ore dopo. Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte da “Chi l’ha visto?” è molto probabile che Landolfi si sia recato nello stabile con Lyuba nel tardo pomeriggio di domenica 18 maggio e dopo averla gettata nel vano ascensore dello stabile abbandonato, si sarebbe recato a Gianturco dove avrebbe abbordato Sara, quindi avrebbe fatto nuovamente ritorno nell’edificio fatiscente di Pollena Trocchia per riprodurre lo stesso copione.

“Lyuba non era una prostituta”

È questo il punto che oggi divide maggiormente la narrazione pubblica dalla versione fornita dall’uomo arrestato: Mario Landolfi aveva raccontato agli investigatori che entrambe le donne fossero prostitute e che gli omicidi sarebbero maturati al culmine di litigi per questioni economiche legate a prestazioni sessuali.

Una ricostruzione che viene però smentita con forza da chi conosceva Lyuba. Un’amica della donna, intervistata da Chi l’ha visto?, ha raccontato un’altra realtà: “Faceva la domestica. Faceva compagnia come badante. Andava a pulire case nella zona attorno alla stazione”.

Secondo la testimone, Lyuba non conduceva la vita descritta dal killer reo confesso. Anzi, avrebbe conosciuto Landolfi già da tempo.

“Si conoscevano anche prima. Lei andava a pulire la casa a Sant’Anastasia, penso quella di Mario. C’era un rapporto di stretta amicizia”.

Parole che cambiano radicalmente il quadro, perché se davvero tra i due esisteva un rapporto precedente, cadrebbe uno degli elementi centrali della confessione: quello dell’incontro casuale con una donna contattata per strada.

In sostanza, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni dei familiari e delle amiche della 71enne, madre e nonna, la donna sarebbe venuta in Italia per lavorare e spedire i soldi alla famiglia in Ucraina. Inoltre, conosceva Mario Landolfi da tempo e stando al racconto di un’amica, Lyuba era solita recarsi a sant’Anastasia per fare e pulizie in un monolocale dove i due trascorrevano diverso tempo insieme, quindi in un luogo diverso dal tetto coniugale. Landolfi le aveva anche manifestato a Lyuba la volontà di andare a convivere con lei.

L’identità delle vittime e il dolore delle famiglie

L’identificazione delle due donne è stata inizialmente complicata dall’assenza di documenti e dalla difficoltà di contattare i familiari all’estero.

Nel caso di Lyuba, sarebbero stati proprio i parenti in Ucraina, preoccupati dal silenzio improvviso della donna, a riconoscere alcuni dettagli diffusi dai media e a comprendere che una delle vittime fosse lei.

Da quel momento il figlio ha deciso di esporsi pubblicamente, non per chiedere vendetta, ma per restituire dignità alla madre, perché uno degli aspetti più dolorosi di questa vicenda è il rischio che le vittime vengano raccontate soltanto attraverso le parole di chi le ha uccise.

L’orrore si è consumato in un edificio incompiuto di Pollena Trocchia, diventato negli anni simbolo di degrado e abbandono. Secondo gli investigatori, Landolfi avrebbe condotto lì le due donne e, dopo le aggressioni, le avrebbe spinte nel vano ascensore.

Gli inquirenti stanno ancora verificando diversi passaggi della confessione per capire se l’uomo abbia raccontato tutta la verità o se abbia cercato di costruire una versione utile a ridimensionare le proprie responsabilità.

Nel frattempo restano le immagini di due donne finite dentro una tragedia brutale e improvvisa, consumata nel silenzio di un cantiere abbandonato.

Oltre la cronaca nera

La storia di Lyuba e Sara non è soltanto una vicenda di sangue.

È anche il racconto di quanto sia fragile il confine tra verità giudiziaria e narrazione pubblica, perché troppo spesso, nei casi di femminicidio o di violenza contro donne fragili e sole, il rischio è che l’identità delle vittime venga schiacciata dentro etichette frettolose.

“Mia madre era una nonna e una mamma”, ha detto il figlio di Lyuba.

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